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La ‘madre’, una ‘carriera ‘ mostruosa, per le donne disoccupate

25 Novembre 2005 Commenti chiusi

I “volontari per la vita” – i centri di “aiuto alla vita” – si sono riuniti a Montecatini per il XXV convegno nazionale. Auspicano un ‘volontariato… che si apra a tutti coloro per cui è bello e importante che anche una sola donna diventi madre’.
Chi dovrebbe essere madre?
La ‘carriera’ di madre, madre è bello!

Ipocriti, la maternità oggi è qualcosa di mostruoso, alla maledizione biblica e alla persecuzione contro le madri, insita in ogni patriarcato, il disprezzo per la madre, ha varcato – nella nostra società – ogni limite. (1)

Nella famiglia nucleare chi ha dedicato se stessa ai figli, per questo servizio reso alla società, ha ben poche prospettive. Non c’è nessuna ricompensa per questa ‘carriera’: partorire, allattare, curare, nutrire per almeno 20 anni i figli – la riproduzione è gratis - e… prepararsi a perderli, che si devono fare la loro vita.

Chi si è sacrificata alla maternità, per essere amata, – esaurito il suo ruolo – è meglio che si trovi un lavoro (ma chi la vuole al lavoro, una donna, dopo la quarantina?)(2) e si mantenga in forma, giovane e bella, che dipendere economicamente dai figli è tra le peggiori disgrazie che possano capitare ad una donna.
Anche se si arricchiscono, mica ci spetta di ‘diritto’, questo benessere.

Votata al sacrificio, nessuna pretesa.

Niente è più disgustoso – per i figli – se siamo ‘materne’. Epiteto che sta per soffocante, il troppo amore, l’accusa di dominio.(3)

Al contrario, il poco affetto, non aver goduto della dedizione altruista e incondizionata loro ‘dovuta’, è la causa di ogni psicosi dei figli, della negatività della vita, da adulti. Edipo, Elettra… i complessi della colpa riproduttiva.

Alcuni psicoanalisti ci colpevolizzano per il fallimento dei matrimoni; sembra sia colpa della madre anche la crisi della coppia.

Nel patriarcato – per la sua stessa essenza – fare la madre è impossibile. Non va mai bene niente.

Ci si rimprovera ancor prima della nascita del figlio. Sotto accusa anche l’utero, l’ambiente uterino. Se il figlio nella vita manifesta qualche alterazione, frutto di una cattiva gravidanza, di qualche bicchiere di vino di troppo, peggio, di un inconscio rifiuto.

Ci si colpevolizza se dopo il parto, non ritorniamo agili come un levriero, come le mamme-levriere della TV, quelle dei pannolini. Ritornare ‘in forma’ è un obbligo, un dovere, anche nei confronti del coniuge, che pazientemente ha sopportato il ‘pancione’ per mesi.

Non sappiamo allevare i figli. Stormi di specialisti ogni giorno ci dicono cosa fare, ci indottrinano : pediatri, psicologi,esperti nutrizionisti, tutti quanti a convincerci di essere le meno adatte a crescere i nostri bambini.

L’unica madre sfolgorante, esemplare, rimane la madre morta giovane, inadempiuto il compito, lascia di sé almeno un buon ricordo.

Nel patriarcato, in ogni sua forma, essere madre è una mostruosità(3).

‘Madre è bello’,… cosa volete da noi, buffoni del movimento per la vita, tutti quanti, laici e cattolici, crociati, miliziani, persecutori di noi donne?
Avete bisogno di tutte le madri possibili in tempo di vacche magre, di caduta demografica? (4)

Andate al diavolo, idioti!

Noi vogliamo decidere se, come, quando e perchè fare figli, chiaro?————————————–
1) Un noto gruppo ‘rap’ si chiama ‘Fotti la madre’.
Fotti la madre, non il padre! Mah….

2) Manco le pulizie. Le ‘filippine’ ( cito come emblema) ci hanno fregato il posto, vendendosi sottocosto, qui, da noi.

3) Per i figli, come madri, siamo meno importanti, di quanto, come figli, essi sono per noi.
Una volta che si ha un figlio la nostra capacità di soffrire si fa più vasta, profonda.

3) Tra i ‘Sei personaggi in cerca d’autore’ di Pirandello, c’è una madre che indossa la maschera fissa del dolore, la sofferenza e l’afflizione, lacrime di cera nelle occhiaie infossate, lungole guance. Gli altri personaggi vivono la sua intensità emotiva come una tirannia dalla quale devono fuggire se vogliono salvarsi.

4) Un ‘bonus-bebé’, un pugno di euro, per la ‘carriera’ di madre, a vita.
E chi mantiene il bebé? Il Movimento per la vita, a vita?
Una madre, chi la vuole a lavorare, oggi, quando milioni di donne si stanno azzannando per un posto di lavoro, precario?
Riferimenti: "Figli maledetti di una madre odiosa…"

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Mery e Mirko, ‘le lien sacré’, la maternità che assassina il figlio e la madre

6 Giugno 2005 6 commenti

Mery, 29 anni, commessa in una panetteria, il sogno, un lavoro in tv, la ‘clac’ per ogni idiozia, a 200 euro al mese, fanno comodo, il mutuo da pagare.

Le luci della ‘clac’, il sogno, le pagnotte da incartare, la realtà.

La gravidanza, il parto, il corpo grosso, le pustole sul viso, il viaggio di ritorno del sogno, rimane la panetteria, commessa a part-time.(1)

Il sogno di mamma non l’appaga, la vita di Mirko, la morte del suo sogno. Qualche ‘psy’, per la cura del sogno defunto, antidepressivi, calmanti, il cervello a volte fa ‘clic’, non ne può più, la calma obbligatoria può anche non funzionare, il sogno, il desiderio, più forte di ogni ‘psy’!

“Ho preparato l’acqua del bagnetto nella vaschetta, poi ho preso Mirko e l’ho messo a testa in giù nell’acqua. Non ricordo altro”.

“Siamo chiaramente di fronte a un quadro clinico molto delicato” ha detto l’avv. Rognoni, “come dimostra anche il fatto che la signora è stata in cura da uno psichiatra. La signora deve essere portata al più presto in una struttura clinica attrezzata”.

‘Raptus’, depressione da parto, internata, il sequestro del corpo e del suo sogno a Castiglione delle Stiviere. Il campo medico-statuale definirà la sua ‘follia’, perchè non è possibile guarire una ‘alienata’ lasciandola all’interno della sua famiglia, famiglia nella quale è maturato il crimine.

Un principio che vale solo per le proletarie, la mamma di Eleonora, la mamma di Mirko…. La signora Anna Maria Franzoni, la mamma di Samuele, la ricca, il crimine, il massacro del figlio, maturato in famiglia, la sua follia può essere curata proprio in famiglia, è un’ottima madre, la culla non è rimasta vuota.

Per Mery, la via di fuga da una avvizzita vita coniugale, le luci della ‘clac’ spente, spento il sogno, rimane il sogno di un trip, un viaggio di sola andata, il manicomio criminale.

Mery, la commessa panettiera, la proletaria, che le è successo il
mercoledì 18 maggio, sembrava tranquilla, il giorno prima era andata a comprare lo scotch per legarsi mani e piedi, la simulazione dell’aggressione, era riuscita ad Anna Maria, a Cogne, sarebbe riuscita anche a lei, al suo paesino, Casatenovo.

Che le è successo?

Si è dimenticata di essere operaia, voleva fare come Anna Maria, la ricca Franzoni, che ha parenti molto importanti.

Mery non lo sapeva, che anche nell’omicidio dei figli ci sono i previlegi di classe ora lo sa, a Castiglione, il trip senza ritorno.

Un ‘sogno’ infranto, solo questo per uccidere il proprio figlio?

Mery ha detto di aver avuto paura, di aver pensato di non essere in grado di crescere suo figlio.

Forse per questo crede di averlo ucciso, si dispera.

Per aver infranto il mito patriarcale della maternità, – le lien sacré, l’horror!

La ‘filiazione’, come conseguenza ‘naturale’ del parto, il legame madre-figlio, il nuovo nato automaticamente affiliato alla donna che l’ha partorito.

La maternità, nella società classista di oggi, la sua forma patriarcale.

Le lien sacrée, il figlio sul gobbo della madre, l’allevamento conseguenza naturale del concepimento, la ‘nourriture’, l’obbligo del parto.

Senza alcuna mediazione o decisione sociale, questa la maternità nella società classista-patriarcale!

Su questo principio ‘naturale’ stà in piedi tutta la società, la riproduzione della forza-lavoro sul lavoro gratuito della donna.

La paternità, il principio superiore, la continuità biologica – ‘dans la semence’ – depositata nella femmina, il desiderio paterno si soddisfa…

Una paternità usurpatrice dunque, visto che tutta la società si basa sul legame madre-figlio, sacro, sublime!

Una maternità mitizzata, l’attuale, come si fa a credere alla ‘sua bellezza’, metà delle madri sono in terapia in quanto madri, l’altra metà in terapia in quanto sono state ‘bambine’, per chi è affetta da entrambe le malattie, un litro di En al giorno!

Valori, condotte, comportamenti, l’identificazione totale della donna con la madre, del bambino con la madre, questa la vera ‘pazzia’ di Mery, la via di fuga, l’uccisione del figlio, maturata nel nido, in quella maternità tutta sua, la maternità ‘privata’ della donna.

L’identità della donna, dunque, sempre circoscritta dalla maternità.

Bisogna essere sempre madri, materne, ‘maternel’, il marito, il collega di lavoro, il droghiere, all’angolo… l’obbligo della maternità, – per fare politica, per amare la pace, la cooperazione tra i popoli.

L’obbligo materno, essere anche tutto quello che il maschio non è, in opposizione e differenziazione, violento-pacifica, competitivo-cooperativa, incestuoso-antiedipica, sempre, la madre.

Mirko, la donna che ti ha ucciso – era una ‘madre’, cui questo sistema dà un potere sui bambini, come fatto ‘naturale’, addirittura ‘educativo’.

Ma niente è naturale in una società ‘umana’, che dona questo potere e lo mantiene con tutta una serie di istituzioni che negano, di fatto, i diritti dei bambini, come è stato negato il tuo, di vivere.

Si parla di 2.000 bambini, seviziati o uccisi, ogni anno, dai loro genitori

Il sistema di potere che opprime le donne, viene esercitato dalle ‘madri’ sui figli. La catena patriarcale di potere, generata l’umanità dalla nostra schiavitù, il ‘ruolo di madre’, la trasferisce sul figlio.

Eravamo ‘minori’, nel vecchio codice, ci fa orrore la ‘charia’, ogni istituzione giuridica che ci ha oppresso è oggi la metafora più forte, il modello, il referente, della situazione di assoggettamento dei bambini.

Abbiamo protestato per noi, per le ingiustizie su di noi, le madri – ora – arrivano a ritenere queste ingiustizie, giuste sui bambini, ma ingiuste per loro che non sono più bambine.

L’ideologia, la prassi classista-patriarcale dei figli come proprietà privata, quando finirà?

La maternità sia pure snaturata dal dissidio tra i sessi, dal mito impersonale della continuazione della specie e della dedizione coatta della vita della donna, è stata una risorsa di pensieri e di sensazioni, la circostanza di una iniziazione particolare.

Non siamo responsabili di aver generato l’umanità dalla nostra schiavitù: non è il figlio che ci ha fatto schiave, bensì il padre.(2)

Non ci interessa una corporazione di madri, non ci interessa il ruolo di ‘madre’, il potere sul figlio, vogliamo la nostra Liberazione, la liberazione da ogni ruolo, noi la metà del Pianeta, l’Altra Faccia della Terra!

Noi Donne!
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1) CASATENOVO (Lecco) – Le dicevano le amiche: “Sei ancora tu la più carina, piantala”. Mery non si rassegnava: “Guarda come sono gonfia. Mi sono sformata”. Non era vero: solo cinque chili in più, che aveva già cominciato a perdere. Poi la mania di avere la pelle rovinata. Qualche brufolo, niente di irrimediabile, ma vaglielo a spiegare. Si sentiva brutta Il matrimonio, un figlio. Addio ai sogni a 29 anni. E addio alla Mery bellissima della sua foto preferita, in cui non si riconosceva più.

Quella volta si era messa la maglietta a profondo scollo, maculata. Roba da mercatino, ma di figura. I capelli biondi rinforzati dai colpi di sole, scomposti, l’ombretto leggero e il mascara. Il rossetto lucido sulle labbra, con i bordi segnati con la matita scura, alla Naomi. Il sorriso sbarazzino, lo sguardo malizioso. E gli stivaloni lucidi. “Sembro troppo volgare?”. Il suo amico fotografo le aveva risposto: “Ma va!” e aveva scattato. Quella fotografia l’aveva mandata a Rai e Mediaset, e pure alle agenzie che procurano figuranti alla produzioni tv. Si piaceva molto Mery, in quella foto. La guardava e sognava di diventare famosa. Ora la vedranno milioni persone, uno scherzo crudele del destino come nel peggiore incubo.

Mery è figlia di genitori pugliesi, immigrati in Brianza da tanti anni ma ancora con l’accento intatto del Sud. Con un senso del decoro e del buon nome molto forte. La foto a mamma e papà l’aveva nascosta, non avrebbero approvato. Più aperta la famiglia di Kristian. Il suocero Gianluigi porta al collo una collanina e l’orecchino al lobo dell’orecchio. Non avevano trovato da ridire: “Non fai niente di male, no?”.

Da ragazzina Mery aveva fantasticato di diventare una modella. Il boom delle ragazze che arredano discinte tanti programmi tv è scoppiato però quando Mery aveva già dovuto rassegnarsi alla dura realtà: era troppo piccola di statura. Corteggiata a scuola, al lavoro e in discoteca dai ragazzi, ma non abbastanza alta per gareggiare su passerelle o ribalte. Cologno Monzese è a pochi chilometri da Casatenovo, le palazzine Mediaset il paradiso vicino ma lontanissimo per la ragazza piccolina che sognava di essere una starlette. Però in giro di microdive ce ne sono tante: basta non riprenderle accanto a stangone tipo la Nielsen o Pamela Prati. Non si sa mai.

Nel negozio di panetteria di Arcore, dove lavorava a mezzo tempo, Mery parlava sempre di telenovele e personaggi tv. Sapeva tutto dei divi, ne raccontava le storie come se li conoscesse di persona. E in effetti qualcuno lo aveva incontrato. Perché aveva cominciato a fare comparsate. Basta andare a Cologno e nelle bacheche delle produzioni Mediaset si trovano esposti avvisi con numeri di telefono da contattare per far presenza. Mery chiamava, lasciava il nome. Poi ha scoperto che si possono anche guadagnare dei soldi.

Una folgorazione: in famiglia non avrebbero avuto proprio niente da obiettare: “C’è il mutuo da pagare, anche i 100-200 euro possono far comodo”. Certe volte era dura. Figurante nelle televendite, poco emozionante. Poi quei programmi che pagano bene perché vanno in onda registrati: vengono girati a spezzoni e ci perdi l’intero pomeriggio. “Il Milionario” con Gerry Scotti era il suo preferito. Ci sarebbe andata anche gratis, ma ogni tanto la pagavano per colmare all’ultimo momento un buco tra il pubblico. Oppure la mettevano tra le “riserve”. Saliva sulla sua Opel metallizzata e via. A casa registravano il programma perché potesse rivedersi.

Un figlio, comunque, lo voleva. Non era di quelle che sacrificano la famiglia alla gloria. Però non si immaginava di diventare così. Sformata nei fianchi, la faccia brufolosa. Con tutti a far finta che fosse tutto come prima. Le amiche, il marito, i colleghi. E quella foto che le ricordava ogni giorno, senza bugie, cosa aveva perduto.
Odio mio figlio, non lo volevo, nei verbali l’ultima conferma
(Marco Mensurati)

2) Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, (tratto dagli scritti di Rivolta Femminile).
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Izzo, ‘rinsavito’ ,riprova il piacere dello ‘sfascio’,accoppando madre e figlia

12 Maggio 2005 Commenti chiusi

Il fior fiore degli psichiatri ha creduto che Izzo fosse cambiato, guarito.
Aveva rinunciato ad essere folle, accettato di essere obbediente, si guadagnava da vivere, si riconosceva ‘nell’identità biografica’ tracciata per lui, dai medici, dai preti, dal potere psichiatrico.

Aveva rinunciato alla sua ‘onnipotenza sessuale’, al Fallo-feticcio, ammettendo la sua impotenza, il protagonista dell’orrore del Circeo.
Il sesso come consumo, la donna oggetto di divertimento, lo ‘sfascio’ e l’accoppamento il punto’G’….curato e guarito, direi quasi normale,
operatore sociale al Centro di Ascolto, l’Angelo dei disadattati, Angelo Izzo! (1)

Il primo ottobre del 1975, dopo 36 ore di torture morali, fisiche e sessuali, Gianni Guido,Angelo Izzo e Andrea Ghira, tutti gravitanti negli ambienti neofascisti della capitale, uccidono Rosaria Lopez, 17 anni che assieme alla sua coetanea Donatella C., li aveva seguiti nella villa al Circeo di Ghira, convinte di andare ad una festa.

Dopo una notte di bestiale violenza, all’alba, i tre, pensando che le due ragazze erano morte, le avvolgono in sacchi di plastica , le caricano nel bagagliaio della 127 di Guido e fanno ritorno a Roma.

Prima di sbarazzarsi dei corpi delle ragazze, parcheggiano tranquillamente l’auto sotto l’abitazione dello stesso Guido e si allontanano.
Ma Donatella è viva, geme, attira l’attenzione di un vigile notturno che apre il bagagliaio e la salva.
1000 pagine di istruttoria furono scritte per ricostruire questo delitto!
Di Andrea Ghira, sparito, non si sono più avute notizie, nel 1994 Guido fu arrestato a Panama e trasferito in Italia, Angelo Izzo, evaso dal carcere di Alessandria il 25 agosto 1994, fu arrestato il 15 settembre successivo.

Divenne, da allora, una sorta di ‘pentito’, talmente credibile da funzionare nei servizi sociali, in libertà! (2)

Il gusto dello ‘sfascio’ gli è però rimasto, alla faccia del potere psichiatrico che lo aveva giudicato guarito e normale!

Maria Carmela e sua figlia Valentina, il 28 aprile, sono state assassinate da Izzo.
Valentina, 14 anni, spogliata. ammanettata, legata alle caviglie, violentata, accoppata.
La testa avvolta nello scoth, poi con dei sacchetti di plastica, poi altro scotch. Anche Maria Carmela, la madre, è stata accoppata così. Su una carriola,poi, come rifiuti, gettate nella fossa scavata in precedenza.

Izzo non è pazzo, hanno detto gli psichiatri, ha finto, ci ha ingannati… Non è matto uno la cui ‘sessualità’ lo porta al piacere solo con lo ‘sfascio’ della donna’?
Lo ‘stimolo’ più eccitante , lo stupro e l’accoppamento? Poteva rinsavire uno così?

Angelo Izzo è un criminale, uno stupratore,(3) ma il meccanismo che agisce in lui, ha la stessa radice della sessualità mascolina ‘normale’, il bisogno di una flebo permanente di stimoli, per il Fallo-feticcio, impotente in Amore, che ignora il significato della sessualità femminile.

Gli ‘stimoli’, i feticci del ‘mascolino’ hanno nel sadismo il loro pane, trarre piacere dalla ‘sofferenza’ dell’Altro.

E’ l’immagine prodotta dall’alienata sessualità porno-capitalista, una donna che non esiste, non esisterà mai una donna che trae piacere dallo ‘stupro-soft’ del suo corpo!

Questo è il ‘mito’ per far funzionare la sessualità maschile, alienata, mercificata, ‘les bonnes affaires’, quanto rende il mercato del sesso?

La sessualità naturale, l’”Abbraccio Amoroso” (uso le mot di Reich), cosa renderebbe? Niente.

Una donna ogni due giorni, è accoppata, se non in nome dello ‘sfascio’, in nome di questa sessualità mercificata che si maschera di mille nomi, Eros, gelosia, passione, noia, denaro, fastidio, appiccicume..

L’assassino-criminale di Romina è ancora libero nei boschetti. Si troverà?

Anche lui operatore sociale, in qualche centro di ascolto, per giovani disadattati?
Chi l’ha visto, chi lo ascolta?

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1) ‘Sano di testa’, Izzo, operatore sociale di Città futura, l’Angelo dei giovani disadattati!

2) Il massacro del Circeo- tratto da Misteri d’Italia

3) Per rendere credibile il ritorno della follia , Izzo dichiara di avere avuto come amante la moglie di Maiorano e di averla uccisa, insieme alla figlia, perchè ‘appiccicose’.

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‘Figli maledetti di una madre odiosa, crepate insieme a vostro padre!…

4 Dicembre 2004 8 commenti

e tutta la casa vada alla malora!’

E’ ancora viva, Rosa, in coma per le coltellate che si è data, dopo quelle che ha dato alla sua bimba.

Che dire del dramma, nel confessionale dei blog, mio compreso?

Rileggersi la ‘Medea’ di Euripide per capirci qualcosa?
Ripassare l’antica tragedia per cercare la chiave di comprensione della nuova?

Medea, figlia del re della Colchide ha aiutato in maniera determinante Giasone a conquistare ilvello d’oro, oggetto della spedizione degli Argonauti. Per amore di Giasone ha tradito suo padre e ucciso suo fratello, abbandonata la sua patria. Ora Giasone la lascia,spinto da calcoli di profitto vuole sposare la figlia del re di Corinto, giovane,bella regale. Medea si fa assassina dei figli per annientare il marito che l’ha offesa nei suoi diritti di sposa, umiliata, degradata, tradita, cacciata dalla casa, condannata alla miseria.

“Non vedrà più vivi i figli che ha avuto da me..” I bambini, cosa c’entrano i bambini con le colpe del padre? Una necessità li condanna a morire, piuttosto che soffrano, che altri li uccidano, sarà la mano di chi li ama ad ucciderli.
“Ucciderò i miei figli..non c’è nessuno che può impedirmelo.
E quando avrò sconvolto tutta la casa di Giasone,lascerò questa terra, via, lontano dal sangue dei miei figli amatissimi, dopo aver osato l’azione più empia di tutte..” una tragedia famigliare antica e moderna…..

Ma no, questa è roba da mito, letteratura … lasciamo parlare la Scienza, la Scienza che sa!

La mano assassina di queste odierna tragedia è la ‘depressione post-partum’; a Rosa è stato decretato che le era saltata qualche rotella, dopo la nascita della bambina, una malinconia dietro l’altra, invece della gioia di essere mamma.

«A vederla così – aggiunge un vicino, – sembrava una coppia affiatata. Che qualcosa non andasse, però, era ormai chiaro. Rosa era triste, e spesso scoppiava a piangere anche per strada».

Una vicina: «Ho cercato di aiutarla, l’ho persino portata dal parroco perché le desse un aiuto psicologico». «Ma evidentemente … noi non ci siamo mai resi del tutto conto della gravità della situazione».

«È un brutto momento», commenta don Carlo, il parroco. Rosa, che era già profondamente segnata dal suicidio della mamma, avvenuto tempo addietro, era affetta da crisi depressive dalla nascita della figlia, ed era seguita dai servizi dell’Asl. Qualche volta i funzionari le facevano visita a casa, una palazzina alla periferia del paese …”

Una depressione che rifiutava il compatimento dei vicini, il parroco, la chiesa, che è sfuggita anche alla struttura di sorveglianza.

«Non riusciamo a capacitarci», ha detto Antonello Lanteri il primario del dipartimento di salute mentale di Settimo Torinese. Rosa era affetta da una «depressione profonda e complicata» ma negli ultimi tempi, rispetto all’ anno scorso, quando era necessario visitarla tutti i giorni, stava lanciando chiari segnali di miglioramento: vestiva meglio, andava al lavoro, progettava di comperare un’ auto. Niente lasciava pensare a un’esplosione del genere.

Perchè era ‘depressa’, Rosa? Che è successo nella sua vita?

La tragedia fa pensare che Tutto, per lei, si era disfatto. Forse ‘qualcosa’ non andava più come prima, nella coppia, come dicono i vicini.

Forse non faceva più l’amore o se lo faceva non era che rammentarsi di come le cose un tempo così belle, fossero degenerate. Per un pò si può pensare che le cose cambiano, l’amore cambia, si stabilizza; vivere insieme invece che essere innamorati, il matrimonio invece delle nozze.

Alla felicità, l’umiliazione.

Forse l’acrobazia per tenere tutto a posto, bambina, marito, lavoro, casa.

Non riuscire a fare proprio più nulla e l’angoscia di sapere che si dovrebbe fare, una indolenza, una disorganizzazione ‘criminale’ – prima era solo disordine – lo slancio che non c’è più. Non importa niente, proprio niente. La vita schiaccia, strangola.

Forse il dialogo con il marito era diventata una discussione continua, lui il capo, che prendeva le decisioni, responsabile di ogni punto della vita quotidiana, lei l‘assegnataria, che riceveva gli ordini senza nemmeno le guance in fiamme, cui si diceva cosa fare dal momento che era diventata ‘strana, dopo la nascita della bambina’, così incapace da essere criticata severamente anche se faceva qualcosa.

Lo schema di comunicazione, referente-ricevente, quello ‘normativo’ tra non-depresso e depressa, persuasivo e devastante!

La depressa è orribile, con i suoi pianti, la sua melanconia: se osa a volte sbottare si aliena e si fa odiare da chi si prende cura di lei.

‘Mi sto preoccupando’ … la parola più inquietante

Il tono del discorso con l’Altro cambia, chi comanda è sprezzante e superiore, un disprezzo, una prepotenza, una lama nella lingua che riesce a farti piangere, anche in strada, davanti a tutti, come succedva a Rosa,per quel senso di futilità che si prova.

‘Non hai la minima idea di …’ ‘Stai attenta a quello che fai …’ ‘Non farti saltare i nervi …’, già perchè se saltano, se si prende a schiaffi il marito, è un chiaro sintomo dell’assalto della malattia, un segnale di comportamento anomalo, nella sua forma opposta, la maniacale!

Forse il tono del marito era solo un pò sgarbato, il tono che si usa per i lavativi, per i deficienti. ‘Su, prendi, … io devo anche lavorare!’

Forse il marito era gentile, l’infermiera al capezzale del malato terminale. ‘Cara, bevi un pò di spremuta, ti fa bene …’, la quotidiana dose di fluoxetina sciolta dentro.

Forse anche i vicini, i parenti, il parroco con la loro sollecitudine ipocrita, il loro sorriso per l’incarcerazione che va sotto il nome di cura.

Chi può tiranneggiare così un’altra persona, come il non-depresso che tiranneggia il depresso?

‘Hai preso le medicine …? che sonoro ceffone! ‘Ti accorgi di comportarti in modo strano…?’

O Signore, aiutami, arriva la depressione, la sento circolare nel sangue, mi capita di tremare, di balbettare, non so più parlare …!

Ci si sente contriti e piagati, desiderosi di trascinarci davanti a un qualsiasi strizzacervelli, che decida lui chi ha ragione e chi ha torto, in famiglia, chi è ‘pazzo’ e chi no.

Mi consegno da sola alle Autorità, non complottate con lo Stato, non denunciate la ‘strega’ malata per il parto, non mettetemi questo marchio per tutta la vita, certo Rosa l’ha gridato!

Il ricovero volontario, come misura preventiva, senza battersi per la propria sanità mentale, senza infastidire la famiglia, con quel precedente, poi, di Rosa, la tara ereditaria, il suicidio della mamma, il dolore tramutato in ulteriore umiliazione.

La ‘struttura’, se ci vai volontaria, ti rilascia quasi subito, per ‘seguirti’ a domicilio, a casa.

Prendere tutto quello che ti danno, il pacchettino di Prozac, Valium, En, Xanax, va bene tutto, una roba che si dà persino ai bambini iperattivi in età scolare, che si ingoia docilmente, una forma di controllo sociale, a domicilio.

Marito, parenti, vicini, parroco, il cerchio tribale, i custodi dell’equilibrio mentale del depresso, i custodi di Rosa.

‘Prendi la medicina’, essere alla mercè di chiunque ‘sa’, conosce la sua storia … Annichilita, a Rosa, è stato facile farle credere che era un essere monco tenuto in piedi da quella roba, tra i vivi, i sani.

Quattro anni di dipendenza da farmaci che rendono inerti, ottundono la mente, sostanze che uccidono, la ‘cura di mantenimento’ che non è se non una sentenza differita per il male incurabile.

Gli inquisitori, gli strizzacervelli, se sopravvive, come in un processo di stregoneria, cercheranno nel suo passato le tare.

Una bambola fatta a pezzi, da piccola, la prova più convincente che già allora, nella sua mente, era presente il crimine della donna adulta.

Resa zombica, Rosa, come un morto resuscitato, senza riuscire più ad immaginare nessun’altra vita, l’impulso suicida, la sbronza fuori programma, arriva.

La disperazione, la nausea, la vertigine di lasciare la vita per la morte, la soluzione ogni giorno più ovvia, che fa cenni sempre più espliciti, che si impone.

E la bambina?, una soluzione anche per lei, nella via della fuga.

Ora nessun zelante telespettatore potrà telefonare a ‘Chi l’ha visto?’ per la cattura.
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P.S.: Rosa non può parlare, dire … riporto la versione ufficiale della tragedia.

Torino: bimba uccisa, arrestata la madre

Il padre tornando a casa ha trovato la figlia ammazzata e la moglie ferita. La donna ha cercato di suicidarsi

E’ stata la madre. I dubbi sono svaniti nella tarda serata di mercoledì ma erano sorti subito dopo la tragica scoperta. Una tragedia della depressione dunque. È questa la spiegazione che si profila per il delitto di Volpiano (Torino), un paesone di cinquemila famiglie in cui una bambina di quattro anni, Nausica Isabella Sellitto, è stata uccisa a coltellate. La mamma, che ha tentato di suicidarsi, è in stato di arresto per omicidio all’ ospedale torinese delle Molinette.

LA DINAMICA – A scoprire l’ accaduto, e a dare l’ allarme, è stato il marito della donna, Giampaolo Sellitto, impiegato alla Camera di Commercio di Torino, rientrando dal lavoro poco dopo le tredici: ai carabinieri ha detto di aver visto la figlioletta e la moglie, Rosa Sansone, 39 anni, l’ una accanto all’ altra, in cucina, in un lago di sangue. Tra di loro, un grosso coltello. L’ uomo ha chiamato i vicini di casa, poi il servizio di soccorso 118. Un conoscente della coppia, Diego Frerotti, 66 anni, ha visto la scena: «La bambina era raggomitolata su un fianco, come se dormisse, Rosa giaceva sulla schiena». Respirava ancora, e – dicono alle Molinette, dove è stata portata in elicottero – il pronto intervento del marito ha contribuito in maniera decisiva alla sua salvezza. Il medico legale, Roberto Testi, ha contato non meno di cinque coltellate sul corpo della piccina. Rosa Sansone si è colpita dieci volte, di cui una all’ emitorace sinistro. Operata da un equipe guidata dal dottor Pierluigi Filosso, versa in gravi condizioni in rianimazione ma non è in pericolo di vita. In ospedale ha ricevuto la visita del fratello, mentre i carabinieri del nucleo radiomobile e della compagnia di Chivasso, coordinati dal pm Giancarlo Avenati Bassi, svolgevano i loro accertamenti. In serata hanno compiuto un sopralluogo nella casa insieme a Giampaolo.

IL MARITO – «Sono uscito – ha raccontato l’ uomo agli inquirenti – alle 8,30. Rosa mi ha detto che a causa dello sciopero dei treni non sarebbe andata al lavoro, e che quindi avrebbe portato lei Isabella all’ asilo. A metà mattinata ho telefonato a casa. Non rispondeva nessuno, ma non mi sono preoccupato. Però ho deciso di rientrare per il pranzo. La porta era chiusa. Sono entrato e ho visto». I letti erano ancora da rifare, ma non c’erano segni di colluttazione. La piccina, quando sono arrivati i soccorritori, era morta da ore. La tragedia ha sconvolto Volpiano, già duramente provata da altri due episodi luttuosi: domenica sera una ragazza di 22 anni si è suicidata dopo essere tornata da una gita in montagna, e proprio nella stessa giornata di mercoledì una donna di 60 anni, malata terminale, si è tolta la vita.

IL PAESE – «È un brutto momento», commenta don Carlo, il parroco. Rosa Sansone, che era già profondamente segnata dal suicidio della mamma, avvenuto tempo addietro, era affetta da crisi depressive dalla nascita della figlia, ed era seguita dai servizi dell’ Asl. Qualche volta i funzionari le facevano visita a casa, una palazzina alla periferia del paese: una zona tranquilla in cui «la gente – dice Frerotti – lascia ancora la chiave attaccata alla porta». «Isabella – continua – era bionda e tanto carina. I genitori la riempivano di coccole e di regali. Le volevano bene». «A vederla così – aggiunge un altro vicino, Franco Aimar – sembrava una coppia affiatata. Che qualcosa non andasse, però, era ormai chiaro. Rosa era triste, e spesso scoppiava a piangere anche per strada». Teresa Aimar ha affermato: «Ho cercato di aiutarla, l’ ho persino portata dal parroco perché le desse un aiuto psicologico». «Ma evidentemente – conclude uno dei vicini di casa – noi non ci siamo mai resi del tutto conto della gravità della situazione».

CREMONA ? E? ricoverata con prognosi riservata nel reparto di terapie intensive dell’ospedale maggiore di Cremona Sabrina Notari, la donna 34enne che lunedì ha gettato dal quarto piano di un condominio di via Magazzini generali la figlioletta Angelica Sofia di due anni e mezzo uccidendola e che poi si è lanciata nel vuoto ferendosi gravemente. Alle 19.30 è terminato il secondo intervento chirurgico al quale la donna è stata sottoposta nel corso della giornata. L?operazione, che è durata tre ore e mezza, è riuscita. Intanto si apprende che da tempo Sabrina Notari era ‘depressa’.
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Perchè assassine dei figli? Perchè odiarli? Dove hanno trovato il coraggio necessario per avventare i colpi sui figli?
Che c’entrano i figli con le colpe dei padri?

Non è il figlio che ci ha reso schiave, ma il padre!
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I mariti

(di Lanfranco Caminiti)

Pietro Grivon è il marito di Olga Cerise, la donna che in un giorno di giugno ha provato a affondare in un laghetto della Val d’Aosta tenendo in braccio un bimbo di 21 giorni. Le cronache lo raccontano così: “Pierino è uno di loro, e tutti sono pronti a descrivere la sua laboriosità. Le aveva fatto la promessa di una casa loro e l’ha mantenuta: non importa quanti turni di notte gli è costata, alla Baltea Disk, la ditta informatica del gruppo Olivetti.”

Valter Pasini, 49 anni, è il marito di Elisa Barbato, la donna che a Imola in un giorno di maggio ha ucciso a coltellate la figlia di 7 anni e poi si è suicidata. La tragedia è stata scoperta dal marito della donna, di rientro dal lavoro. Le cronache lo raccontano così: “è considerato un gran lavoratore: oltre all’impiego come operaio all’Irce, grande azienda che produce cavi smaltati, coltiva anche un piccolo terreno a Dozza Imolese.”

Venanzio Compagnoni, 39 anni, operaio edile, è il marito di Loretta Zen, la donna che un pomeriggio di domenica ha afferrato la piccola figlia Vittoria e l’ha infilata nel cestello della lavatrice. Anche di Venanzio raccontano le cronache: “‘Un gran lavoratore’. Uno che per mantenere la famiglia e vivere con dignità si spacca la schiena in una impresa edile del paese, guidando gli escavatori.”

Mariti laboriosi, che si spaccano la schiena, nocciolo duro dell’Italia che lavora, che regge le crisi, che sta in trincea, in casamatte, in ridotti della vita, piccoli paesi con piccole fabbriche che punteggiano le valli, le pianure, le coste, dove la famiglia è ancora un vincolo potente e assillante e l’unico miracolo che si conosca è quello di una qualche madonnina che piange. E’ quello che si costruisce con le proprie mani. Ma impotenti di fronte alla crisi dentro le loro case.

Uomini, mariti, che per primi assistono inermi a quello che è ormai un movimento sociale, un male oscuro, un male nero che emerge, come mai si riuscirà a fare con il lavoro nero: fa impressione leggere la sequenza.

11 agosto 2000 – a Castel del Sasso (Caserta) una maestra di 36 anni si uccide con le tre figlie di sei, due e un anno, saturando l’interno della macchina con i gas di scarico.

18 aprile 2001 – a Inzago (Milano) un impiegato di 40 anni torna a casa e trova il figlio di 19 mesi morto e la mamma impiccata a una trave del soffitto. La donna si è suicidata dopo aver soffocato il figlio.

29 giugno 2001 – a Cretone, una frazione di Palombara Sabina (Roma), una donna macedone di 36 anni, sposata con un italiano, uccide con 30 coltellate i suoi due figli di 5 e 6 anni.

12 settembre 2001 – a Limidi di Soliera (Modena), un uomo di 43 anni, al rientro a casa, trova il figlio autistico di 14 anni ucciso, soffocato da un sacchetto di plastica stretto attorno alla testa e la moglie, Paola Mantovani, 39 anni, legata e gettata in piscina. La donna attribuisce la responsabilità ad una banda di rapinatori, ma il 16 ottobre è accusata di omicidio premeditato.

27 ottobre 2001 – a Nove (Vicenza), una donna di 28 anni uccide, strangolandola con una calza di nylon, la figlia di 7 anni appena rientrata a casa da scuola. Il 29 confessa l’omicidio.

2 dicembre 2001 – a Vittuone (Milano) una donna di 40 anni uccide la figlia di 7 anni, infilandole un sacchetto di cellophane sulla testa e stringendoglielo al collo con i suoi collant di nylon. Poi si siede sul divano di casa, attendendo l’arrivo del marito.

19 febbraio 2002 – a Novara, una donna di 21 anni uccide la figlia di poco più di un mese, cercando con violenza di farla smettere di piangere.

E poi Loretta, Elisa, Olga.

Donne che uccidono i propri figli, che uccidono o provano a uccidere se stesse, che non degnano minimamente di attenzione l’ipotesi di uccidere il proprio compagno.

E’ questa la cosa che più mi impressiona.

E pure: che odio puoi provare verso figure così sbiadite, insignificanti, “laboriose”?

Attenti pure, a modo loro: Valter Pasini avrebbe proposto a Elisa una visita da uno specialista privato; Pietro Grivon si era accorto che Olga “al cambio di stagione diventava depressa. Non è mai andata da nessun medico, nonostante le avessi detto che l’avrei accompagnata per farsi visitare.”.

Preoccupati pure, a modo loro: chiederebbero aiuto agli specialisti. Una qualche medicina miracolosa ci sarà pure. I mariti, sempre increduli, non trovano di meglio che ripetere come un karma un concetto solo: “Io non capisco”, patetiche figure di “razionale verità”, del tentativo di salvare il salvabile mentre tutto si muove come una coperta gettata addosso un covo di serpenti, la casa è sbilenca, sta per crollare e tu cammini in piano sul pavimento inclinato: come quell’assurdità costruita e piantata nel cuore del giardino di Bomarzo. Quella rivelazione.

La casa sta prendendo fuoco. Quella casa costruita a prezzo di sacrifici, di turni di notte, di straordinari, di orari massacranti – condivisi o imposti dalla necessità alla propria compagna. Di lavoro.

Quale prezzo sta pagando, ha pagato questo paese al benessere, ai modelli di consumo visti in tivvù? Dov’è l’amore? Ah, non ho proprio paura di dirlo: dov’è l’amore?

Quale prezzo stanno pagando le donne a quel loro rifluire dentro casa, al non riconoscersi nelle paillettes e nelle luci rutilanti, nel successo del lavoro, nel cercare faticosamente altri percorsi per resistere, per esistere?

Quali silenzi assordanti rimbombano nelle loro orecchie come insopportabili realtà, una vita che non vale proprio la pena d’essere vissuta così, che non vale la pena i nostri figli vivano così, che se la vivano quelli che ci credono, perché toglierli di mezzo?

Donne che tolgono il disturbo. Della loro inquietudine, della loro sofferenza, della loro irrequietezza che non si placa con la casa nuova dai bei tetti spioventi e le mura di mattoni a vista. Con rassicurazioni.

Che non sanno che farsene di medicine e specialisti [quelli, mandateli tutti in tivvù a ciacolare e rimpinguare il conto in banca].

Che non sanno che farsene dei loro uomini, dei loro mariti. Non sono buoni neanche per essere uccisi, questi.

La casa brucia. Succede questo.

Noi mariti, noi uomini, non lo capiamo. E’ già tardi. Ma resteremo in vita, per quel che vale.

Roma, 28 giugno 2002
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Riferimenti: Il suicidio di Barbara

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Madre provetta: marketing assicurato per la medicina del capitale

14 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Madre provetta: via crucis per la donna, rischio di gravi handicaps per il bambino, mercato assicurato per la medicina del capitale!

Riporto un articolo da Tempo medico che si commenta da solo.

DA TRE CONTINENTI ARRIVA UN MONITO ALL?UTILIZZO DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA

In pericolo i figli della provetta

Lo si sospettava, ma gli studi condotti finora non avevano fornito risultati davvero convincenti. Ora è più chiaro: i bambini concepiti con l?utilizzo di metodi di fecondazione assistita corrono un rischio maggiore degli altri di avere qualche handicap.

Due studi pubblicati sul New England Journal of Medicine affrontano ognuno un aspetto specifico: il peso alla nascita e la presenza di difetti congeniti.

«Che l?utilizzo di una tecnologia riproduttiva aumenti la probabilità che i bambini nascano sottopeso è un fatto assodato. E attribuito, finora, quasi esclusivamente alla maggiore percentuale di gravidanze gemellari: per aumentare le probabilità di successo, infatti, nell?utero della madre viene impiantato più di un embrione. Tant?è vero che di tutti i parti trigemellari avvenuti nel 1997 nel nostro paese oltre il 40 per cento è stato il risultato dell?uso della fecondazione assistita» dice Lynne Wilcox, della Divisione di salute riproduttiva dei CDC di Atlanta.

«Nel corso degli anni però era stata avanzata l?ipotesi che anche nei parti semplici ci fosse una proporzione maggiore di nascite sottopeso tra i neonati concepiti per via non naturale». Per questo il gruppo coordinato da Wilcox ha messo a confronto i pesi alla nascita di oltre 42.000 bambini nati tra il 1996 e il 1997 e concepiti con la fecondazione assistita con quelli di 3.400.000 bambini concepiti naturalmente e nati nel 1997. Arrivando alla conclusione che per i neonati del primo gruppo il rischio di nascere con un peso inferiore alla norma è del 3 e del 4 per cento (rispettivamente di essere semplicemente sottopeso oppure gravemente sottopeso) ovvero circa sei volte quello atteso.

E che questo eccesso di rischio rimane anche quando si considerano soltanto gravidanze singole.

L?altro studio, condotto in Australia, mette in relazione il concepimento assistito con la presenza di diversi difetti congeniti.

I ricercatori dell?Università dell?Australia occidentale hanno incrociato i dati derivati dai registri delle nascite con quelli dei registri dei difetti congeniti relativi agli anni tra il 1993 e il 1997. E hanno trovato che il rischio di nascere con difetti congeniti rilevanti è due volte superiore per i bambini concepiti per via non naturale rispetto agli altri. «In circa il 9 per cento degli oltre 1.100 bambini concepiti con metodi non naturali sono stati diagnosticati gravi difetti congeniti, muscoloscheletrici, cardiovascolari, urogenitali o cromosomici, nell?arco di un anno dalla nascita» dice Sandra Webb, che ha coordinato lo studio.

«Una percentuale due volte superiore a quella attesa per i concepimenti naturali». Anche in questo caso l?eccesso di rischio non è attribuibile solo ai parti plurimi e, inoltre, non fa molta differenza tra i metodi utilizzati, iniezione intracitoplasmatica di sperma o fecondazione in vitro.
Questi dati si affiancano a quelli presentati qualche settimana prima da uno studio svedese, pubblicato su Lancet, in cui si documenta un aumento della probabilità, per i figli della fecondazione in vitro, di gravi difetti neurologici, in particolare paralisi cerebrale.

Ancora non è chiaro a che cosa si debbano questi effetti e i ricercatori sono alle prese con le ipotesi. Resta il fatto che ormai si tratta di dati solidi. Sufficienti a mettere in crisi le tecniche di riproduzione assistita?

«Questi dati parlano di rischi relativi, mentre alle coppie interessano i valori assoluti. E questi, per fortuna, rimangono in un ambito rassicurante: la probabilità che dall?uso di una tecnica riproduttiva nasca un bambino di peso normale è pur sempre del 94 per cento, e del 91 per cento che non ci siano gravi difetti congeniti» sottolinea Allen Mitchell, della Scuola di salute pubblica dell?Università di Boston. «Piuttosto, è un altro l?aspetto da tenere presente. E cioè che da dieci anni a questa parte il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita negli Stati Uniti è aumentato in modo considerevole (di circa il 37 per cento tra il 1995 e il 1998) e che il marketing è sempre più aggressivo: ciò comporta il rischio che a queste tecniche ricorrano coppie che non ne avrebbero bisogno. Correndo rischi inutili».
(Cinzia Tromba)
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Riferimenti: V. anche: "L’utero maligno"

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