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Il ‘diritto d’aborto’, un’incessante guerra senza fine, tra donne e patriarcato

14 Maggio 2008

Perché oggi sulla volontà della donna di non-generare, si scontrano tutte le forze politiche, perché una nuova inquisizione, promossa dal Vaticano, guidata da Giuliano Ferrara e dal ‘movimento per la vita’, ha tentato di spacciare l’aborto come omicidio, le donne come assassine e i medici abortisti come criminali?

Perché una vera e propria ‘caccia’, che richiama tanto il passato, con le sue orrende istituzioni, rivisitate e aggiornate?

Nuovi ‘editti di fede’ sono stati riesumati, la soffiata telefonica dagli ospedali Riuniti di Napoli; nuovi aggiornamenti della ‘prova di colpevolezza’, il suicidio del ginecologo Ernesto Rossi; ripolverati antichi delitti ascritti alle Streghe, il ‘demonismo’ e la criminalizzazione dell’aborto.

Tutte le forze reazionarie, anche se in modo diverso, sono ‘contro’ l’aborto, contro l’autodeterminazione della donna e si sono coalizzate con una violenza talmente feroce, da fare di una scelta che riguarda solo ed esclusivamente noi donne, un campo di battaglia esclusivamente ‘maschile’.

Chi non condivide l’aborto ‘criminale’ perché ‘soppressione della vita’, condivide la violazione ‘criminale’ fatta dall’aborto al fondamentale diritto patriarcale, il controllo della donna, che nella sua scelta di non-far-nascere, defrauderebbe l’uomo della prole e per questo chiede che la 194 sia ritoccata, aggiornata.

L’arte di far nascere o di non-far-nascere, è da secoli il terreno di battaglia patriarcal-capitalista  contro di noi. Fino alla fine del ‘400 il processo riproduttivo era saldamente in mano alle donne, medichesse, levatrici e ostetriche, depositarie della ‘cultura della vita’, il sapere legato al corpo riproduttivo femminile.

L’atto di nascita del capitale è non solo il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione ma anche il processo storico di separazione della donna dalla riproduzione, tramite l’appropriazione violenta e la trasformazione del sistema riproduttivo pre-esistente al capitalismo, quel complesso di mestieri praticati da levatrici, ostetriche e medichesse riguardo il generare o non-generare.

Con trecento anni di roghi e torture, con una violenza inaudita, scritta ‘a sangue e fuoco’ nella nostra storia, il patriarcato capitalista ha spezzato la resistenza delle donne all’espropriazione del loro sapere riproduttivo.

Strappata all’antica levatrice l’arte di far nascere attraverso la ‘medicalizzazione’ sempre più tecnologica della riproduzione stessa, il capitale ha trasferito al potere medico la gestione della riproduzione, trasformando  la stessa funzione riproduttiva della donna da privata in pubblica,  in ‘riproduttrice di cittadini’  il cui corpo fu subordinato alle politiche demografiche.

La moderna ‘ostetricia’, è dunque l’attuale modo della riproduzione capitalistica, delegato alla sanità pubblica e al potere medico, caratterizzato da un’alta tecnologia invasiva di ogni fase della riproduzione, gestazione, parto, nascita, puerperio fino alla moderna pediatria, la completa ‘inabilitazione’ della madre nella gestione del figlio ‘medicalizzato’.

Così il movimento storico che ha sottratto alla donna il sapere generativo si presenta da un lato, come un grande progresso delle tecniche procreative del capitale e dall’altro come progressiva espropriazione della donna dal suo corpo procreativo, che tocca oggi, nelle tecniche della TRA (tecnologie riproduzione artificiale), il suo apice.

Questa contraddizione che fa dell’espropriazione riproduttiva del corpo della donna un progresso della medicina del capitale, è una contraddizione senza soluzione in questa sistema.

Fino al 1978, in Italia, la scelta di non-far-nascere era in parte ancora in mano alla donna e all’antica levatricesenza più arte e sapere, degradata in ‘mammana’, praticona empirica armata di ferro da calza e prezzemolo, cui ricorrevano esclusivamente le donne povere.

Con la 194, l’aborto è stato ‘medicalizzato’  cioè posto sotto  il controllo ospedaliero e per questo depenalizzato. Alla donna, cui è stata tolta anche quest’ultima pratica legata alla riproduzione, non è rimasto nient’altro che il diritto astratto all’autodeterminazione, astratto perché la sua volontà di non-far nascere è stata subordinata al parere medico e all”obiezione di coscienza.’ .

L’attacco alla 194, oggi, ha lo scopo di ristabilire in primis, anche nei confronti del potere medico, il fondamentale diritto maschile sulla prole, che con l’aborto gli è sottratto. La colpa che deve essere punita, più che la soppressione della ‘vita’, è proprio la violazione di questo diritto patriarcale, che negli anni ’70, con la lotta, abbiamo sottratto all’uomo. La decisione di abortire è stata sì subordinata al parere medico e all’obiezione di coscienza ma non al maschio in quanto tale, nei cui confronti vige ancora il diritto di autodeterminazione femminile, generare o non-generare.

Così la rivendicazione della donna alla maternità come libera scelta si scontra oggi contro il potere medico e il potere patriarcale, che reclamano entrambi il controllo riproduttivo, l’uno in nome della ‘scienza’ e l’altro in nome del diritto patriarcale, controllo riproduttivo che spetta solo ed esclusivamente a noi donne.

La lotta per il ‘diritto d’aborto’ , la rivendicazione della maternità come libera scelta, è dunque oggi il terreno diretto dello scontro tra donne e capitale, sia che si presenti nella forma di potere medico che di potere dell’uomo.

Ma non è solo sul terreno della riproduzione  che noi donne scendiamo sul terreno della lotta anticapitalista,  oggi scendiamo anche sul terreno della produzione.

All’alba del terzo millennio, la produzione, lo sviluppo della ricchezza su base capitalistica, è la povertà assoluta di 2 miliardi di esseri umani, una massa pauperizzata, di cui le donne come forza lavoro femminile del Pianeta, sono quella parte condannata, perché superflua, secondo la legge capitalistica dell’accumulazione – sua condizione di esistenza e sviluppo – a vivere povera e precaria, destinata ai servizi servili di cura o sessuali per il piacere maschile.

Su questa povertà e precarietà femminile, sul pilastro della dipendenza economica più che feudale della donna all’uomo, in Italia si vuole riesumare la cadaverica ‘famiglia patriarcale’ , ‘internando’ le donne nel processo riproduttivo e nella ‘cura’ della famiglia, nella quale, secondo l’ideologia reazionaria- essa trarrebbe la piena realizzazione di se stessa nella dedizione agli altri

A questa operazione di ‘internamento’ del femminile in famiglia si dà una pomposa mission , la ‘cultura della vita’ , di cui la donna sarebbe portatrice. Questo bigotto paese, in deficit di altre glorie, spaccia come gloria nazionale, la ciarlataneria più sfacciata e reazionaria, la clausura delle donne nella famiglia mattatoio, in nome della ‘cultura della vita’!

Il 24 novembre, in 150 mila siamo scese in piazza, stufe di questo marciume, impostoci anche con la violenza maschile. Stavolta abbiamo scelto un nuovo metodo di lotta, ‘liberare i palchi’, poco corretto – forse – ma molto adatto per liberarci della ‘monnezza’ che si vuole imporre a noi donne.

"Le femministe legnano" urla infatti terrorizzato Giuliano Ferrara nei suoi ‘comizi’ e ha ragione, l’ha capita bene questa nostra nuova democrazia, legnare per non essere legnate!

 

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  1. 4 Giugno 2008 a 10:28 | #1

    Io continuo a pensare che fin quando gli uomini non nasceranno con ovaie, utero e vagina dovranno stare zitti perché non è un argomento che gli compete!

    e hanno rotto le palle, davvero!

    si è visto ferrara che fine ha fatto alle elezioni: ha preso meno dello 0,2-0,3%…uno sputo!

    magari l’ha capita che dice solo cazzate!

    e comunque la 194 va sì toccata: bisogna togliere l’obiezione di coscienza! da lì vediamo subito quali sono i veri medici…gli altri possono pure dimettersi!

    ciao

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