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Archivio Ottobre 2004

Gli operai edili scaraventati nell’ultima bolgia dell’inferno capitalistico…

29 Ottobre 2004 14 commenti

Ogni tanto “Ballarò” sui Raitre al martedì, fa qualcosa di serio. Sono stati intervistati operai edili ‘bianchi’, del Nord e del Sud, che lavorano in piccole imprese a 35 euro al giorno per 12 ore lavorative.Ovviamente, nessuna tutela antinfortunistica.

Gli operai hanno dichiarato di non farcela più e che saranno costretti a varcare il limite della legalità per tirare avanti…

Più che dei 35 euro al giorno, di cui si è discusso assai poco, i partecipanti al dibattito, in primis il ministro Castelli, l’onorevole Violante, e alcuni più o meno noti ‘giuristi’, si sono spaventati per quel ‘varcare la legalità’ e hanno scaricato sugli enti preposti alla tutela del lavoro, inefficienti, sulla mafia delle piccole imprese edili, sul degrado del territorio, sulla magistratura sovraccarica di impegni, sminuita nel suo ruolo, e chi più ne ha più ne metta, la responsabilità di una tensione sociale che sta per far saltare in aria tutti quanti.

Il ministro Castelli, per spiegare come mai in Italia si debba vivere di solo pane, durante il dibattito, ha sfoggiato un pò di darwinismo sociale, senza rendersene conto, perchè non essendo proprio un uomo di cultura, quel poco che sa, l’ha imparato nella Lega.

La selezione naturale fonda delle disuguaglianze fondamentali non solo nelle razze, ma anche nelle classi sociali. La diseguaglianza sociale è sacra, perchè i vudù che passano la loro vita concentrati sul corpo, sul lavoro, come gli operai, è logico che rimangano ad un livello evolutivo di gran lunga inferiore rispetto a coloro che hanno coltivato la mente.

Quindi lo sfruttamento di questi esseri inferiori, gli edili delle piccole imprese a 35 euro al giorno, non può essere ritenuto un maltrattamento di una parte delle creature di Dio, perchè la loro inferiorità sociale è una loro colpevole incuria, che li ha resi più simili alle bestie da soma che a uomini. La povertà, in fondo, se la sono autoinflitta!

Infatti gli edili delle grandi imprese, non sono ai loro livelli!

Invece gli individui previlegiati sul piano genetico, quelli le cui rughe d’intelligenza, nello sviluppo delle capacità craniche, sono dovute a secoli di rigorosa selezione, sopravvissuti all’arcobaleno evolutivo, non possono certo fermarsi alle stupide superstizioni dei valori dell’altruismo e del benessere altrui.

La loro cultura è l’accumulo della ricchezza, e il dominio finanziario ha sancito il loro diritto inalienabile a dominare su tutti gli altri, con ogni mezzo necessario.

Chi ha fallito, chi si riduce a lavorare per 35 euro al giorno, può trovare solo rifugio nel comunismo, l’ideale della canaglia pezzente, un’offesa alla natura e alla scienza, insomma una specie di ” terzo sesso ” di degenerati sociali che vorrebbero attentare all’essenza vitale della società: il Capitale.

Dunque i 35 euro al giorno, la michetta nella società del benessere, non deve essere vista come uno sfruttamento, ma come un rimedio della ‘natura’, per fame, una specie di ‘autopulizia’ per le ‘cose’ diventate inutili.

Il ragionamento fila: l’efficace meccanismo di eliminazione di chi è predisposto a ‘varcare la soglia della legalità’ funziona a pieno ritmo: segue la lista delle morti sul lavoro come esempio di ‘pulizia etnica’ in atto.

Ma questo verme leghista, questo Castelli, ma chi ce l’ha mandato? Ma da dove arriva? Ma proprio il Signore non ha pietà, siamo già abbastanza incazzate!

Ma perchè non s’impicca prima che lo impicchino gli edili?
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Elenco (parziale) della “pulizia etnica” nei cantieri, in ottobre

183 15/10/2004
Firenze: un giovane operaio metalmeccanico di 25 anni ha perso la vita in un infortunio sul lavoro in un cantiere edile a Sesto Fiorentino. L?operaio ero impegnato nelle operazioni per la realizzazione di una gru, quando è stato colpito e schiacciato da una parte mobile della struttura.

182 15/10/2004 Orte di Atelia (CE)
Un operaio edile di 43 anni, Vincenzo Petito, ha perso la vita cadendo da un’impalcatura, mentre stava lavorando senza casco.

181 13/10/2004 Nuoro
E? morto nell?ospedale San Francesco, dopo otto ore di agonia, un operaio edile di 46 anni, Pietro Fadda. L?uomo era caduto da un?impalcatura di una palazzina in costruzione alla periferia di Nuoro.

180 13/10/2004 Milano
R.M., edile di 39 anni, ha perso la vita per un infarto in un cantiere di Milano. La vittima stava lavorando in nero.

179 11/10/2004 Roma
Pierino Temperini, operaio di 46 anni, è morto ha causa delle gravi ferite riportate cadendo da una scala in un infortunio sul lavoro avvenuto in un cantiere del GRA il 6 ottobre. L?uomo è deceduto all?ospedale Gemelli di Roma, dopo 5 giorni di ricovero.

178 12/10/2004 Prato
Giovan Battista Capecchi, di 47 anni, ha perso la vita a seguito dell?infortunio sul lavoro avvenuto ieri al centro di Prato. L?uomo è rimasto travolto dal crollo del solaio durante i lavori di ristrutturazione di un appartamento. Nell?infortunio sono rimaste ferite anche altre due persone.

176 8/10/2004 Bologna
Paolo Cavazzoli, operaio di 39 anni di Soliera, ha perso la vita in un cantiere edile a Palata Pepoli, mentre era impegnato alla posa di alcune tubature in uno scavo profondo due metri. L?operaio è stato seppellito dal terriccio, a causa di uno smottamento del terreno.

174 6/10/2004 Lucca
Alberto Bertolucci, operaio di 36 anni, ha perso la vita mentre era impegnato in lavori di riparazione sul tetto di un magazzino in affitto al pastificio Mellucci, a Ponte a Moriano. La copertura del tetto ha ceduto facendo precipitare l?uomo da un?altezza di 10 metri.

173 6/10/2004 Napoli
Un operaio, Nicola Tricarico di 26 anni è rimasto ucciso in un infortunio sul lavoro nella zona della stazione centrale di Napoli mentre lavorava alla ristrutturazione di un esercizio commerciale. L’uomo è stato investito da una forte scossa elettrica.

172 4/10/2004 Ercolano Napoli
Un operaio di 33 anni, Francesco Iacomino, è stato abbandonato agonizzante sul ciglio di una strada nel Napoletano, dopo essere caduto dall?impalcatura di un cantiere. L?uomo, che aveva le caviglie spezzate ed alcune lesioni interne, è stato soccorso da alcuni passanti ma è morto prima di arrivare in ospedale.

(dati tratti da Fillea, CGIL, relativi al mese di ottobre. Dall’inizio dell’anno siamo a 183 omicidi, pari, quasi, al numero di donne accoppate, una ogni due giorni…)
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Riferimenti: Lutto di classe

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Co.co.co. : un nuovo lavoro a tempo indeterminato come galline ovaiole

26 Ottobre 2004 Commenti chiusi


Il Co.co.co si trasformerà in un contratto a progetto che dovrà prevedere un obiettivo per iscritto, una data di inizio e che si concluderà solo con il raggiungimento di tale obiettivo.

Proprio quello che fa per noi donne, disoccupate croniche! Con 15 anni di flessibilità sul gobbo, cambia di qua, cambia di là, che bello, adesso, ci danno un lavoro a progetto, anche a noi,con un inizio e magari senza fine, come i grandi progetti della storia.

Un contratto a progetto, tutto per noi, in quel rebus senza soluzione nel campo dell’avvenire della riproduzione, chiamato ‘culle vuote’

L’ “élan vital” del governo Berlusconi ha pensato di risolvere il nostro surchomage arruolandoci nella scienza, come collaboratrici al grandioso progetto della ripresa della natalità, l’eugenetica del Bel Paese.

Con tutto il rispetto per gli anziani, un paese di soli anziani non sta in piedi. L’ha detto Buttiglione e anche Ciampi in una sua omelia : “Donne, riempite le culle!”
Ma come si fa a riempire le culle, se non si trova una m..da sul mercato del lavoro?

Questo fino a ieri: oggi cambia tutto.

Un lavoro onesto e rispettato viene offerto ad ogni moderna donna biologica, ad ogni ex co.co.co purchè sia una eletta rappresentante della specie, senza inferiorità biologica ovvero di colore;non abbia geni difettosi o anomali, capaci di progettare devianze sociali,goda di utero, ovaie, vagina in ottimo stato, soprattutto quest’ultima ,cui deve dedicare attente cure igieniche con almeno 10 lavaggi quotidiani.

Superato un test di ammissione, una specie di concorso, ci si presenta nell’ospedale designato e si fa carriera, almeno la fanno le più avide, cioè le più fertili, distribuendo ovuli a destra e sinistra, dalla data di inizio del progetto ‘culle vuote’ fino al suo compimento e riempimento.

Il Papa, Buttiglione e Ciampi premieranno le collaboratrici eugeniche più meritevoli, le novelle galline umane, con un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.
Luogo di lavoro: un laboratorio a 24 scomparti individuali, non più di cm.180 x 60, un nido a batteria, insomma, dove poter covare 365 giorni l’anno, per lo Stato e la Chiesa!

Se pensate che io sia fuori di testa, che sia anormale, avete pienamente ragione. Non c’è ancora, e per ora, una legge che mi impedisce di avere delle turbe emotive, una produzione immaginaria, un carattere ubuesco, grottesco e assurdo.

Cosa non fa l’élan vital di Berlusconi!
Riferimenti: Corpo del capitale, capitale del corpo

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Lettera a un preside…

25 Ottobre 2004 Commenti chiusi

Il richiamo alla decenza e al vestirsi in modo appropriato, per rispetto al luogo che frequentiamo, la scuola, egregio signor preside, ci ha proprio sorpreso.

Sappiamo che la scuola è una chiesa interdetta al ‘naturismo’,ma non sapevamo di essere piccole, sensuali giovani “vampire”, che con il nostro sederino mezzo nudo,da predatrici erotiche, potremmo attirare ed adescare non solo i compagni di classe, ma anche i professori, lei compreso.

Ah, quella bella ‘burketta’ nera,lei dice, con nostalgia, il grembiule di scuola di una volta, che celava il primo apparire delle forme verginali e solleticava la fantasia senza peccato, ma perchè non ve lo rimettete, ragazze? Vi stava così bene!

Ma a quei tempi, anche senza sondaggi, signor preside,il viso di una ragazza era considerato la parte più bella del corpo, lo specchio dello spirito. Oggi no, secondo i sondaggi della Durex, produttrice di profilattici,il maschile va matto per il sedere femminile e siccome ogni mercanzia va portata al mercato, scusi, ma un pò si dovrà pur vedere!

Se poi, invece di un culetto impertinente, la maggior parte di noi ha un grosso panettone che traspira faticosamente dai pantaloni, che ci possiamo fare? Aspettiamo che venga di moda,lo riferisca alla monarca Moratti,per favore!

Però se osiamo tanto in un luogo consacrato, come la scuola, significa che di consacrato non ha più niente, che l’insegnamento è una noia asfissiante e l’apprendimento è nel sottoscala.

Significa che è più importante il nostro sedere della “cultura” che ci impartite, visto che sul mercato del lavoro la cultura scolastica non vale quasi niente per trovare un posto decente, mentre questa parte del nostro corpo ha nel mercato del sesso un valore che non è male.

Non è forse così?

Lei dice che la nudità deve stare al posto giusto.

Dove, scusi? Nella vasca da bagno, nelle cassette porno, nel quotidiano teatro della nudità femminile, nelle prossime case di tolleranza, che il governo Berlusconi si accinge a riaprire?

Certo, nei bordelli del maschile, il sedere nudo di noi ragazzine avrà la sua bella decenza nella vendita di ‘servizi’ che la maggior parte della gente non vende, non le pare?

Firmato: le ragazze del Liceo Scientifico di Avezzano.

Riferimenti: No al sessismo! No alla scuola catto-coranica

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Cetriolo erotico, il principio maschile creativo

20 Ottobre 2004 2 commenti


Ci mancava solo La Mecca, a noi donne, verso cui rivolgere le nostre vagine: adesso, alto come una moschea, un enorme, spaventoso fallo di acciaio e vetro, un cetriolo erotico- lo chiamano così -, svetta nel cielo di Londra richiamandoci all’ordine e alla preghiera.

Che il maschile abbia una fanatica presunzione fallocentrica, lo sappiamo bene; che potesse rappresentarsi e imporre la sua supremazia anche in forma architettonica, così visibile e loquente, era solo questione di tempo.

Perchè è chiaro il messaggio attraverso il linguaggio architettonico e spaziale.

Il potere del fallo non si discute perchè troneggia sull’idiozia di Eva, sulla sua vagina buffa, assurda, animalesca,incapace di grandi opere. Il sesso maschile è il solo referente, è la distribuzione spermatica, l’estasi, la divinizzazione.

E le mutilate del fallo, le zitelle e le emancipate azzoppate, punite e pietrificate in una grigia ed infelice esistenza … siano d’esempio a tutte le ribelli femministe!

Egregio sig. Lord Foster, mio caro osannato, pluridecorato e miliardario architetto, rivolgendo le nostre vagine verso la nostra nuova Mecca, terrorizzate dalla volumetria del dio-fallo che troneggia a Londra, preghiamo che te lo infili nel culo onde assaporare i brividi di quella enorme penetrazione spaziale-volumetrica che la tua opera vorrebbe suggerirci.

Se proprio non entra, puoi sempre farti aiutare dal tuo committente, la Swiss Re Tower, che ha tanto amore per l’architettura organica.

Ma va al diavolo, sessista, col tuo cetriolo erotico!
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“Ufficialmente si chiama 30 St Mary Axe, dalla strada dove sorge, nel cuore finanziario di Londra. Ma la gente lo identifica ormai come “il cetriolo erotico”, vista la sua evocativa architettura fallica. E’ il grattacielo disegnato dall’architetto britannico Norman Foster, che ha battuto altre cinque opere vincendo il prestigioso Stirling Prize, premio che il Royal Institute of British Architects (RIBA) dà ai migliori nuovi progetti realizzati in Gran Bretagna o da professionisti inglesi in Europa. Il grattacielo di Foster, anche detto Swiss Re Tower dall’azienda che l’ha commissionato e vi ha sede, è diventato uno degli edifici più riconoscibili nello skyline di Londra da quando è stato completato all’inizio dell’anno”
(tratto da Repubblica)
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Avezzano: No al sessismo! No alla scuola coranico-cattolica! Via la Moratti!

13 Ottobre 2004 7 commenti


E brave le giovani di Avezzano! Tutte a scuola con il velo!

Date una bella lezioncina al vostro preside!

A questo ‘imam’ che va propagandando, con le sue circolari, la ‘summa’ dell’ABC del sessismo: ‘il calore delle femmine’, traviamento universale del maschile, attentato alla moralità, al buon gusto e al decoro.

Vale a dire che il corpo femminile, di per sè, in quanto tale, con la sua materialità e la sua carne, è peccaminoso.

Esso può suscitare sempre uno sguardo maschile turbato, un desiderio vagante, una immagine ossessiva, che investendolo, lo rende oggetto di concupiscenza.

Poichè il corpo di una donna appartiene, storicamente, in regime di proprietà privata, ad un maschio, padre, fratello, marito, e il suo possesso genera concorrenza tra i maschi e disordine sociale.

Il corpo femminile va dunque coperto il più possibile, in nome del pudore, vera difesa da questa minaccia sociale e in nome della ‘vergogna’ della propria nudità, quale sentimento perenne della caduta originale della donna e della sua impurità.

Dunque, marchiando il femminile con il burka, anche il maschile si è marchiato.

La concezione coranico-cattolica, con il suo disprezzo e, al contempo, paura della donna, è alla base anche della titolata circolare moralista del preside di Avezzano.

La devalorizzazione del femminile, attraverso il corpo, fa parte dell’aria che si respira tutti i giorni, tanto è diluita e diffusa ovunque. Assume forme talmente diverse e socialmente impercettibili, che chi osa sollevare la questione, appare ‘out’.

Il primo argomento contro è di tipo geografico: “Cosa diresti se fossi in Afghanistan, in Algeria o in Iran! Via, siamo in Italia, in un paese democratico e libero!” Insomma sarebbe come, quando ci si rompe un piede e fa male, sentirsi dire: “Ma non lamentarti, potresti avere un cancro diffuso in tutto il corpo!”

Il secondo è di tipo storico: “Ma dai, non ti rendi conto, sei fuori dal mondo! Prima del voto, l’aborto, la pillola, avresti avuto ragione a prendertela, ma adesso …” Come se, dovendo vivere con un salario minimo, fosse sbagliato lamentarsi di non riuscire a sopravvivere.

Il bagaglio di insulti quotidiani contro di noi talmente diffuso, a tutti gli azimuts e in tutte le stagioni, è la prova tangibile del sessimo quotidiano a tal punto da costituire l’arsenale di base della violenza sessista.

Giovani liceali, copritevi dunque le natiche, fatelo, più che per i vostri compagni di classe, per il vostro preside e i vostri virtuosi professori, che turbati da un pò di ciccia di deretano, temono funeste conseguenze per il loro floscio, vecchio, arnese!
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Riferimenti: Una burka sul sedere

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Una burka sul sedere, è proprio quello che ci vuole!

12 Ottobre 2004 7 commenti

Casta Avezzano: il sedere delle ragazze del Liceo che si intravvede dai pantaloni a vita bassa, ha il potere di turbare le anime pie degli insegnanti!

Con una circolare dal titolo “Dal burka al ‘sedere scoperto’”, il preside, Angelo Bernardini, sostiene che “ogni luogo ha le sue regole anche per il modo di vestire: non si va con il cappotto in spiaggia, nè con il bikini in Piazza Risorgimento [la piazza principale di Avezzano]: l’abbigliamento ha uno scopo e una funzione e va adeguato anche alle caratteristiche del luogo e alle attività che si devono svolgere”.

“Il problema del momento – sostiene – riguarda alcuni modi di vestire che rischiano di superare i limiti del buon gusto e creano disturbo ed imbarazzo nell’ambito di una vita comunitaria: mi riferisco particolarmente ai pantaloni a vita bassa che lasciano scoperte parti del corpo che, per buona educazione, nella particolare situazione della vita scolastica, è bene che siano coperte”.

Egregio prof.Bernardini, non le basta il porno quotidiano? Le starlettes per tutti i fantasmi della ‘mascolinità’?

Non le basta il porno imposto a noi donne, legittimato, istituzionalizzato, per le vostre fantasie maschiliste?

Eh, no, le sovvengono i bei tempi della burka a scuola, con quel grembiule nero, da funerale, che le ragazze vestivano, sotto il quale, l’immaginario maschile professorale eiaculava di tutto!

Vuole ora che ce la mettiamo sul sedere, la burka, per far affaticare i vostri logori cervelli, pensando a quel che c’è sotto?

“Mi consenta” una modesta considerazione clinica:

E’ chiaro che il membro del Bernardini non si drizza se non in sogno e comincia a pisciargli sui piedi, che ormai le dita si stancano a palpare codesto floscio arnese che, per quanto sia sbattuto, non alza più il morto capo.

Ma che è questa Avezzano? Il rifugio dei preti e dei ‘culi’ nazionali?

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Ora bisogna bere, ubriacarsi ora bisogna, ora che Buttiglione è morto!

12 Ottobre 2004 4 commenti


Al Parlamento Europeo, s’intende: la Commissione libertà pubbliche ha bocciato la candidatura di Rocco Buttiglione a commissario per la Giustizia, Libertà e Sicurezza.

Il centrodestra se l’è presa proprio male per il voto della commissione.

Il leader dell’Udc,Follini ulula: “Il voto contro Buttiglione è l’espressione di un pregiudizio. Lo respingiamo due volte. Come cattolici attenti ai valori e come liberali, custodi della libertà d’opinione”.

Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia, gracchia: “Si può anche non condividere tutte le sue valutazioni, che comunque ha il merito di avere espresso con grande lealtà, ma una delle caratteristiche della Commissione e del Parlamento europeo è il pluralismo culturale e politico. Aprire un processo a una persona per le opinioni espresse significa manifestare proprio una posizione integralista e clericale, anche se ammantata di intransigenza laicista”.

E dietro, il Berlusconi, soffia sul fuoco: “Un voto oscurantista e integralista”. “E’ un voto ideologico che purtroppo assume le caratteristiche di un voto discriminante e quasi razziale “.

Per me, hanno ragione a prendersela tanto per Buttiglione.

Quando si nasce ‘deslippaa’ e con quel fà de ‘cojon’,con tutto il catechismo che si è preso,poverino, anche in nome dei poveri morti che rappresenta, Buttiglione doveva almeno essere compatito dai suoi colleghi europei!

Invece no, l’hanno silurato, -crudeli!-, dopo che lui, ‘rigolo’ nazionale, li aveva divertiti con il suo esordio sui peccati degli omosessuali, e sulla famiglia, mamma gorilla, gorillino e papà gorilla che la protegge dai pericoli della giungla (vedi precedente post).

Rimandare a casa il messo vaticano con le sue fregnacce, è proprio un insulto all’Italia bigotta.

Ed io nei miei 30 mq, mi godo l’ebbrezza del momento con una piccola sbronza da astemia, come il poeta greco Alceo per l’improvvisa morte del tiranno Mirsilo:

Ora bisogna bere;
ubriacarsi ora bisogna;
ora che Mirsilo è morto.

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Il "Top" di Buttiglione a Bruxelles, summa della filosofia della famiglia !!

9 Ottobre 2004 4 commenti

“La famiglia esiste per permettere alla donna di fare figli ed essere protetta dall’uomo”.

Così ha sortito, a Bruxelles, Rocco Buttiglione, futuro commissario della commissione giustizia e affari interni europei (JAI), davanti agli strabiliati e divertiti colleghi.

Pur educati alla moderazione, non solo politica, hanno commentato che il nostro ‘rigolo’ nazionale farebbe meglio a ‘s’occuper de betteraves’.

Ma Buttiglione, intrepido, sfidando le beffe, ha anche fermamente aggiunto che l’omosessualità è peccato, trovando così almeno un consenso, nella parte più reazionaria del gruppo PPE-DE e nel tedesco Klaus-Heiner Lehene. Più che il messo italiano a Bruxelles, Buttiglione è il messo papale, giunto per illuminare la Santa Alleanza europea sulla famiglia, la donna, l’uomo.

Che profondità di pensiero! Mamma gorilla partorisce e mentre allatta il gorillino, babbo gorilla le fa la guardia per difenderla dai pericoli della giungla!! E le procura anche le ghiande, o non so cosa mangiano i gorilla!

La famiglia diretta e mantenuta dal padre, allattata e tirata su dalla madre! Il fallo non falla! Che solfa!

Così, almeno in omaggio alle finanze vaticane, gli si troverà un posto d’onore nella nuova commissione europea presieduta dal portoghese José Manuel Durao Barroso.

Buffone rincoglionito papal-islamico, cosa vai belando in giro per l’Europa?

La famiglia esiste per accoppare una donna ogni due giorni e la protezione dell’uomo è un buongiorno quotidiano di una manica di botte!

La famiglia, poi, che esiste per farci fare i bambini, sarebbe quasi una una geniale trovata filosofica del tipo – il topo esiste per essere mangiato dal gatto – il gatto esiste per essere inseguito dal cane, e via dicendo, se non avesse seminascosta la malignità delle ‘culle vuote’, dell’utero maligno, della sterilità delle donne, cui si riferiva recentemente il tuo camerata Ciampi.

Ma chi ha, tra noi donne, oggi, l’implacabile desiderio di fare ingresso nel mondo appassionato della maternità?

Ecco cos’è la vostra maternità sessista!

Innanzitutto siamo rimproverate ancor prima di partorire.

“Studi” recenti, spacciati come discorsi di Verità, ci vengono a dire che la schizofrenia del figlio è il segno di un inconscio rifiuto della madre; gli organi dei bambini con poche cellule, sono le colpe alimentari delle madri; le madri con l’osso pelvico piatto generano figli con la testa piccola; le troppo magre, responsabili dei disturbi cardiaci del neonato; ogni giorno viene messo sotto accusa l’ambiente uterino causa prima della cattiva salute dei figli.

Meno male che la provetta è un ambiente materno di qualità superiore!!

Si tace sul fatto che si muore ancora nel fare un figlio, in Europa, in Italia, non solo in Africa, e che 3.000 donne soffrono ogni anno di gravi malattie postparto e di depressioni spesso mortali.

Poi si magnifica la funzione irriducibile della ‘madre’

Quale? Quella di vedersi addossare ogni colpa del figlio?

Qualunque cosa lo affliggerà, nella vita, sarà colpa della madre, accusata di dominarlo se lo ama troppo, di trascurarlo se l’ama poco. Anche il fallimento matrimoniale del figlio è colpa della madre, come segno di un disturbo dell’affettività, poichè da piccolo non ha goduto di dedizione altruista e incondizionata. (1)

Andate a ranare, buffoni, con la vostra mistica della maternità sessista!

La qualità della vita di una donna che lavora precipita in picchiata non appena ha un figlio; ed oggi, sull’ultimo gradino del precariato e della disoccupazione, ghettizzate in una famiglia che diventa sempre più violenta e assassina, badanti senza stipendio perchè spariscono i servizi sociali, ma quale maternità, quali figli si può permettere la donna proletaria?

E’ il sessismo patriarcale che ci impedisce una libera maternità.

Non è il figlio che ci ha reso schiave, ma il padre! (2)

E allora, anche con il gorilla fuori dalla porta, il nostro ventre è, e rimane in sciopero, e di figli ne faremo sempre meno!

Và, và, a pregare, ringard d’un Buttiglione, con Ciampi e il Papa, sul loculo del tuo Mussolini, che tanto il miracolo dei figli per la patria non arriva!
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1) L’OMS ha incluso nella lista internazionale delle malattie riconosciute il ‘disturbo’ dell’affettività.

2) Con queste parole, Carla Lonzi ha sintetizzato la natura del patriarcato
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Riferimenti: Delitti in famiglia

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Nobel per la letteratura a Elfriede Jelinek

8 Ottobre 2004 Commenti chiusi

Femminista e comunista

Il Nobel per la letteratura ha premiato quest’anno la smagliante vena polemica di una scrittrice e drammaturga austriaca, la cui notorietà è affidata al film tratto dal suo La pianista. Figlia di un ebreo di origine slava, femminista, iscritta al partito comunista austriaco tra il `74 e il `91, è autrice di una vibrante prosa polifonica

Le prime reazioni di Elfriede Jelinek alla notizia che le comunicava di avere vinto il Nobel per la letteratura 2004, confermano tutta la problematicità di un’autrice tra le più significative della letteratura contemporanea. Le agenzie che immediatamente hanno preso a circolare non solo hanno fatto leva sulla feroce polemica antiaustriaca della Jelinek, che ha subito dichiarato di non volere interpretare il premio come un riconoscimento per la cultura del suo paese, ma hanno insistito sullo stato psichico dell’autrice che il 10 dicembre non ritirerà il premio perché – come ha confessato lei stessa con quell’impudico autobiografismo che caratterizza alcuni tra i suoi capolavori – non è in grado di confrontarsi personalmente con il pubblico. Dichiarazioni irritanti (che hanno sollevato conseguenti reazioni) a conferma di un carattere profondamente malinconico, tanto da sfociare nell’autolesionismo: del resto, questa scrittrice è facilmente collocabile nella grande tradizione del nichilismo austriaco che va da Robert Musil a Thomas Bernhard.

La stessa allusione di Elfriede Jelinek a Peter Handke, cui ha attribuito maggior meriti letterari di quanti non ne avrebbe raccolti lei stessa, non è che uno schernirsi prima dell’ulteriore feroce attacco alle logiche dell’opinione pubblica, comprese quelle che sovraintendono alla assegnazione del Nobel. Se avesse vinto Handke, sarebbe stato in quanto Handke – ha detto – mentre lei vince anche in quanto «donna», com’è previsto nelle alchimie della giuria svedese, e questo fa una insopportabile «differenza», soprattutto per lei che non ha mai smesso i panni di fustigatrice del maschilismo occidentale. Ma l’unico argomento in grado di interessarci riguarda, in realtà, la natura delle opere premiate, e quale sia la scrittura in cui si esprimono: ovvero quale sia il profilo letterario di questa autrice. Perché se è di certo vero che la giuria del Nobel ha premiato in lei la scrittrice donna, la polemista, il suo essere coscienza critica dell’Austria e con essa di tutto l’Occidente, sarebbe un errore considerarla solo come il simbolo di una protesta e di un impegno civile, pure fra i più lucidi del nostro tempo. Del resto poco traspare dalla motivazione del premio: «per il flusso musicale delle voci e delle controvoci in romanzi e drammi che con una straordinaria passione linguistica smascherano l’assurdità e il potere coercitivo dei cliché sociali».

Scarne parole, che tuttavia bastano a evidenziare come si tratti di una scrittrice con una solida produzione letteraria, sin dalle primissime liriche pubblicate nel 1967 e dal romanzo sperimentale wir sind lockvögel baby (Siamo zibelli baby) del 1970. È stupefacente come la cultura italiana – sempre molto attenta alla letteratura austriaca – abbia dovuto aspettare il romanzo Die Klavierspielerin (La pianista) (1983), anzi più esattamente il film che ne ha tratto Michael Haneke con Isabel Huppert e Annie Girardot, per accorgersi – sia pure distrattamente – di questa straordinaria scrittrice. Certo, alla Pianista la Jelinek deve i suoi primi riconoscimenti presso la critica e presso il grande pubblico, ma a chi l’ha letta non può sfuggire che già con Michael. Ein Jugendbuch für die Infantilgesellschaft (Michael. Un libro per ragazzi destinato alla società infantile, 1972) o con Die Liebhaberinnen (Le amanti, 1975) ci trovavamo di fronte a un’autrice che sa coniugare scrittura femminista e critica dei mass-media, sperimentalismo linguistico e saggismo alto-borghese, del resto in linea con la sua formazione eminentemente viennese e con le frequentazioni di una generazione che in quella stagione, intorno alla rivista manuskripte, rivoluzionava il panorama dell’avanguardia letteraria.

Erano gli anni della Wiener Gruppe e della Grazer Gruppe, gli anni degli «insulti al pubblico» di Peter Handke e del cabaret sperimentale di Konrad Bayer, Friedrich Acheitner e Oswald Wiener. Una via all’impegno, quella di Elfriede Jelinek, che ha trovato conferma in tutte le forme sperimentate, dal dramma radiofonico al teatro, dal saggio al feulleiton: proprio questa versatilità, insieme alla grande ricchezza della scrittura, costituiscono il suo fascino maggiore. Nella vicenda intellettuale di Elfriede Jelinek c’è una inedita combinazione tra istanze nichiliste, portate fino a vertici forse insuperati nella recente storia letteraria austriaca, e sensibilità per la dimensione pubblica: istanze espresse in una prosa raffinata e consapevole, capace di vertigini psicologiche, e attenzione per i riti e i miti della società occidentale. Quel che ci troviamo di fronte, leggendo le sue pagine, è una inedita mistura tra la spietatezza del pensiero negativo che conosciamo nella versione aristocratica di Thomas Bernhard – un autore cui solo la ferocia della Jelinek sembra corrispondere – e l’inclinazione a «sporcarsi le mani» con i mezzi di comunicazione di massa. Mezzi che la Jelinek frequenta scrivendo sui giornali con una costanza rara per gli autori letterari di oggi, o aggiornando il suo ricchissimo sito web, oppure lanciando critiche sorrette da una formidabile competenza.

Sin dalle sue prime prove, Elfriede Jelinek ha calato la critica del linguaggio tipica della tradizione viennese nella rappresentazione della televisione, della radio, del web e ha badato bene a che la cultura della sua penna non si arrestasse davanti alle icone della femminilità occidentale (da Marlene Dietrich a Lady D.), alle clip cinematografiche o alla pubblicità; investendo anche le foto delle torture dei prigionieri di guerra in Iraq. C’è, com’è ovvio, una inquietante continuità tra la brutalità delle psicopatologie tutte viennesi descritte nei suoi romanzi e quella del sadismo fai-da-te delle truppe americane. Non è poco, per una scrittrice certo più avvezza allo scandaglio dell’animo femminile che ai proclami pacifisti. Né è da poco il coraggio di inaugurare con un’immagine di Bambi la più tremenda requisitoria contro la guerra in Iraq in scena quest’anno al Burgtheater , per la regia di Christoph Schlingensief: una pièce in cui la Jelinek ha ripreso il modello di Eschilo testimone oculare del conflitto tra Greci e Persiani, proiettandolo su tutti gli inani spettatori del disastro iracheno. Il riconoscimento del Nobel tiene certamente conto anche della ricchissima produzione teatrale di Elfriede Jelinek. Nell’era Peymann le sue opere sono state tra le più rappresentate, e sempre con enorme successo. Chi non ha visto quelle messinscene – tra cui sono destinate a restare nella storia quelle del compianto Einar Schleef – chi non ha sentito l’ammaliante musicalità di quel linguaggio teatrale, ha difficoltà oggi a rendersi conto della grandezza di questa opera.

Come nel caso di Dario Fo, non dovremmo rischiare di giudicare solo attraverso gli scritti le qualità di un’opera «multimediale» e che ha vissuto sulla scena attraverso le scarne battute di un copione. Non ci aiuta il fatto che l’autrice veda con sommo sospetto il teatro, le voci «maschili» della scena, e abbia vietato le messinscene dei suoi lavori in Austria, in odio all’establishment «neonazista» di Haider. Tuttavia, non si può fare a meno di riferirsi ai lavori teatrali della Jelinek per completare il suo ritratto di autrice letteraria. La scrittura teatrale ci permette, infatti, di vedere in trasparenza tutto il lavoro sul linguaggio che ha compiuto nelle grandi opere in prosa – tra cui Die Kinder der Toten (I figli dei morti, 1995) meriterebbe un’immediata versione italiana – ma anche nei più semplici pezzi giornalistici.

Giustamente, la motivazione del nobel parla di «dialogo di voci e controvoci»: basta – a rendersene conto – rileggere La pianista, vera e propria partitura, davvero musicale, tra voci contrastanti che lacerano la soggettività oltre a scavare abissi tra i personaggi. Forse questa polifonia costituisce il tratto più radicalmente austriaco, e viennese, della scrittura di Elfriede Jelinek, che solo per questo si candida ad essere riletta nel contesto della tradizione novecentesca. E non si può fare a meno di notare come alla «filosofia del linguaggio» dei suoi predecessori la Jelinek abbia saputo coniugare, in un modo che attende ancora un’interpretazione accurata, gli altri linguaggi di cui ha voluto disporre: da quello del corpo a quello delle immagini, dal suono – come si vede nelle opere scritte con Olga Neuwirth – allo sguardo sulla ossessione nella Pianista. Ce n’è abbastanza per farne un’autrice del futuro: che a segnalarcelo sia un fenomeno della «doxa» com’è il Nobel, nulla toglie alla «brutalità» e alla «accuratezza» di questa scrittura.

(dal Manifesto del 8.10.04, di MICHELE COMETA)
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Riferimenti: Gli altri nobel (fisica e bio-chimica)

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Donne rivoluzionarie: no, amazzoni!

8 Ottobre 2004 Commenti chiusi

La ?democratica? Turchia continua con i massacri, nel silenzio complice dei media europei; e preme per partecipare alla mangiatoia dei fondi comunitari

Riportiamo un comunicato del DHKP-C (1).

”Dopo l?assassinio di 5 guerriglieri del DHKP-C il 29 settembre scorso, la stampa non ha tardato a vomitare delle calunnie provocatrici. Parlando della nostra compagna Songül Koçyigit, sub-comandante dell?Unità di propaganda armata (UPA) rurale di Tokat, il canale D, il sito internet della 7a catena così come il quotidiano Zaman, hanno titolato ?Terrorista amazzone?.

Ecco cosa è possibile leggere sui siti internet dei tre organi ?d?informazione?: ?I risultati dell?autopsia, effettuata sul corpo di una delle donne terroriste che sono state uccise a Tokat, si sono rivelate sorprendenti. Secondo l?autopsia, ci sarebbero delle similitudini tra le amazzoni e le militanti del DHKP-C?.

La donna terrorista non aveva il seno intero?!

?L?autopsia di una delle terroriste dirigenti del gruppo, catturata morta con le armi in mano e che aveva 33 anni di età e si chiamava Songül Koçyigit, nome di battaglia ?Lütfiye?, iscritta all?anagrafe di Sivas, ha rivelato che questa non aveva il seno intero. Le autorità hanno affermato che questa terrorista si era amputata un seno per utilizzare meglio delle armi da tiratore scelto come il ?kanas? (soprannome dato al fucile Dragunov Sniper Rifle). Questo significa che questa donna militante si sarebbe ispirata alle amazzoni, le donne guerriere citate nei libri mitologici?.

Questo bufala grossolana è una favola proveniente dalle fonti militari che, ancora una volta, ricorrono alla guerra psicologica per ?calunniare? i rivoluzionari.

In ogni caso, questa notizia menzognera è stata smentita dal dottor Özgür Yilmaz, l?avvocato della defunta Songül Koçyigit. Yilmaz ha commentato così le tracce che ha potuto osservare sul corpo di Songül Koçyigit all?obitorio: ?numerose tracce di proiettili, il pollice sinistro tagliato, tracce di calci sul viso, fori di proiettile sui suo organi genitali, ferite che lasciano pensare che il suo corpo sia stato trascinato per una certa distanza?.

Il 2 ottobre scorso, volendo chiarire la situazione, la redazione del telegiornale del sito d?informazione Halkin Sesi TV (www.halkinsesi-tv.com) ha contattato le agenzie di stampa ed i canali televisivi responsabili della diffusione di questa menzogna.

Le redazioni di Kanal D e della 7a catena hanno affermato di aver preso la notizia dalle agenzie di stampa ?Dogan? e ?Anatolia?. Il responsabile dell?agenzia di stampa DHA ha, invece, dichiarato: ?Abbiamo presentato la notizia come un?ipotesi, ma non possiamo sapere l?utilizzo che ne fanno le catene televisive?.

Quando Halkin Sesi TV ha chiesto le loro fonti, si sono rifiutati di rispondere.

Siamo, dunque, di fronte ad un classico della guerra psicologica nella quale si cera di dipingere dei militanti rivoluzionari come degli ?assassini feroci? e dei ?selvaggi?. Questa stampa complice si è basata su delle ?ipotesi?, sin dall?inizio incerte, senza prendersi la briga di interpellare l?avvocato o la famiglia della nostra compagna Songül. In compenso, hanno preparato con molta minuziosità la loro analisi comparativa tra la nostra compagna Songül e le amazzoni. Certo, non deve essere troppo difficile ritrovare gli autori di questo falso, ad esempio dalle parti della rete informativa della gendarmeria (JITEM) o dalle parti dei servizi segreti del MIT…

Basta che si parli dei rivoluzionari, perché i principi più elementari del giornalismo vengano ignorati.

Infatti, la 7a catena, il canale D o il giornale Zaman non dicono nulla del fatto che tutti i combattenti sono stati trovati con un pollice tagliato o spappolato o che i loro organi genitali sono stati deliberatamente crivellati di colpi.

In un colloquio tenuto con la redazione di Halkin Sesi TV, il 2 ottobre scorso, ecco cosa ha detto il signor Taylan Tanay, l?avvocato dei quattro guerriglieri uccisi:
“A proposito di Devrim Agirman: lei ha la nuca spezzata, un proiettile nella testa, quattro proiettili in corpo. Il suo pollice è stato tagliato. Porta delle tracce di ecchimosi, probabilmente perché il suo corpo è stato trascinato. Ha i polsi spezzati e delle fratture scomposte…

A proposito di Sebahattin Yavuz: la parte del suo corpo dal bacino fino ai piedi è completamente stritolata, bruciata e crivellata di colpi. Ha due proiettili nel petto, uno nella testa, il pollice tagliato. Le ossa delle gambe sono di fuori…

A proposito di Mustafa Iseri: tracce di calci sul viso, numerose tracce di proiettili. Il pollice spappolato. Le caviglie spezzate, le ossa delle gambe di fuori. Delle tracce di ecchimosi dovute probabilmente al fatto che il suo corpo è stato trascinato …”

Il dottor Tanay ha anche spiegato che queste sono solamente delle prime osservazioni e che bisognava aspettare il risultato dell?autopsia per avere delle notizie più certe. Il dottor Tanay sottolinea che i pollici di tutti i guerriglieri sono tagliati o spappolati e che le fratture alle gambe potrebbero provenire dal fatto che i corpi sono stati legati ai veicoli militari e trascinati. È tuttavia impossibile determinare se sono stati torturati in questo modo prima o dopo il loro decesso.

Il dottor Tanay precisa, inoltre, che ?Salih Cinar non era armato. La rapidità con la quale il suo corpo è stato consegnato alla sua famiglia per essere inumato in modo sbrigativo senza che si potesse effettuare l?autopsia, rinforza i nostri sospetti. Solo l?autopsia avrebbe permesso di sapere ciò che gli hanno fatto subire?.

Il dottor Taylan Tanay ha concluso dichiarando che utilizzerà tutti i mezzi legali possibili per fare luce su questa carneficina.”

Onore comunista alle compagne Songül Koçyigit e Devrim Agirman, e ai compagni Sebahattin Yavuz, Mustafa Iseri e Salih Cinar!

La Ue ci pensi bene prima di accogliere tra le sue braccia la Turchia: a meno che non la voglia prendere come esempio, per come si cerca di stroncare alla radice ogni moto di ribellione all’ordine costituito!
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(1) Il DHKP ed il DHKC hanno 10 anni

Il mattino del 30 marzo del 1972, nel villaggio di Kizildere, distretto di Niksar, provincia di Tokat, una casa viene circondata dall’esercito.
Improvvisamente, un grido: ?Noi non siamo venuti fino a qui per fare una gita, ma per morire ?… Era la voce di Mahir Cayan, segretario generale del Partito Rivoluzionario per la Liberazione della Turchia (THKP).

In seguito si sono uditi solo i colpi delle armi da fuoco. Lo scambio di colpi è durato molte ore fino a che tutti gli occupanti della casa sono stati massacrati: Mahir Cayan, 9 dei suoi compagni ed anche i tre ostaggi, degli agenti britannici addetti alle intercettazioni che erano stati rapiti nella base NATO situata ad Ünye.

L?esecuzione dei dirigenti del THKP-C era stata ordinata da Washington.

Questo avvenimento segnerà profondamente la coscienza della popolazione della Turchia.

Mahir Cayan diviene un simbolo di resistenza contro l?occupazione americana tra i lavoratori, i contadini, i giovani e gli intellettuali. In tutto il paese, delle poesie, dei canti elegiaci e degli inni militanti commemoravano il martirio dei resistenti di Kizildere.

D’altronde, quasi tutto il movimento di massa che si è sviluppato negli anni ’70 si è articolato sull?eredità politica ed ideologica del THKP-C. Lo slogan più scandito allora era: « Kizildere non è che l’inizio. La lotta continua ». Da quel momento, questo slogan non ha più smesso di essere scandito.

L?appello di Mahir Cayan lanciato da quella casa accerchiata era un appello alla guerra di liberazione contro l?imperialismo, contro l?oligarchia turca e contro la dittatura fascista. E’ per questo che la resistenza di Kizildere è largamente considerata come il Manifesto della rivoluzione anatolica.

Dopo il massacro di Kizildere, circa nel 1978, l?organizzazione Devrimci Sol, la Sinistra Rivoluzionaria nascerà dalle ceneri del THKP-C e combatterà per 16 anni con questo nome con lo stesso coraggio e lo stesso entusiasmo.

In seguito, il 30 marzo del 1994, la direzione del Devrimci Sol rifonda il partito di Mahir Cayan, questa volta col nome di Partito e Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo: il DHKP-C.

Il 30 marzo fu scelto come data di fondazione in referimento alla resistenza di Kizildere.

Ecco allora che sono 10 anni che il DHKP ed il DHKC si battono, a costo di grandi sacrifici, per creare una Turchia indipendente, democratica e socialista.

Né la prigione, né la tortura, né le esecuzioni sommarie, né i discorsi ufficiali sulla « democratizzazione », né la demagogia sul « terrorismo », né l?Impero americano, né l?Europa imperialista ci faranno dubitare della giustezza della lotta per la libertà e la giustizia.

Oggi, sulle montagne, nei villaggi, nelle città, nelle fabbriche, nelle università e nelle prigioni del nostro paese, la lotta per l?indipendenza, la democrazia ed il socialismo continua.

Continuiamo la lotta fino alla liberazione!
Viva la resistenza dei popoli!
Abbasso l?imperialismo!
Viva il socialismo!

DHKC – Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo
Ufficio d?informazione di Bruxelles
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Riferimenti: L’ombra delle carceri turche

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