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Storia di una sindacalista simbolo della lotta delle donne indonesiane

21 Settembre 2004

Dagli anni in prigione al gran rifiuto del riconoscimento (e dei soldi) della Reebok. «Grazie tante, ma non ho dimenticato come trattavate i lavoratori e come venivano repressi gli scioperi»

«Tenetevi il premio». La scelta di Dita

Se non fosse stato per quelle gite nei quartieri operai probabilmente oggi Dita Sari sarebbe un’esponente di successo della classe media indonesiana, con l’accesso garantito a tutti i costosi gadget occidentali, l’appartamento in un quartiere bene di Giacarta e una macchina giapponese in garage. Se alla curiosa studentessa di giurisprudenza non fosse stato consigliato di andare a visitare le fatiscenti baraccopoli dove vivono gli operai – all’80 per cento donne – che fabbricano le Nike o le Reebok, non sarebbe oggi presidente del Fronte nazionale di lotta operaia, sindacato che conta 30 mila iscritti in 14 province, da Giava a Sumatra, da Sulawesi a Bali. Una carriera di leader politica e sindacale cominciata inaspettatamente, quando il collettivo studentesco di cui faceva parte tentò i primi, pericolosi esperimenti di democrazia sotto il regime di Suharto. Il passaggio dall’Università dell’Indonesia alla pestilenziale cintura industriale della capitale fu uno shock, come racconta lei stessa, e legò indissolubilmente il destino di Dita a quello delle lavoranti a cottimo che costituiscono, ancora oggi, il motore del “miracolo” indonesiano.

Università e prigione

All’inizio degli anni Ottanta una gran massa di contadini diseredati si riversò nelle grandi città indonesiane intorno alle quali erano sorte le fabbriche utilizzate dai grandi marchi dell’abbigliamento e delle calzature. Con un salario al limite della sussistenza, senza assistenza medica e lavorando in condizioni di totale insicurezza, i lavoratori delle “fabbriche del sudore” – come le chiamano gli americani – potevano permettersi soltanto una baracca ai margini delle città. Una forza lavoro alla quale all’epoca, era vietata per legge qualsiasi forma di organizzazione sindacale. Chi ci ha provato ha fatto una brutta fine. Fece scalpore il caso di Marsinah, una ragazza che lavorava in una fabbrica di orologi e che osò protestare per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Stuprata, torturata e poi uccisa dai militari, Marsinah è diventata un simbolo ma non è la sola. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta molti altri sindacalisti sono spariti nel nulla a Bandung, a Medan, a Giacarta.

A Dita Sari è andata decisamente meglio. L’8 luglio del 1996 venne arrestata mentre era alla testa di ventimila lavoratori provenienti da 10 fabbriche della città industriale di Surabaya. Non era la prima volta che la giovane sindacalista veniva fermata, intimidita e picchiata, solo che questa volta i militari decisero di fare sul serio: dopo un sommario processo venne condannata a cinque anni di prigione per le sue attività sindacali e per essersi espressa contro l’occupazione indonesiana di Timor Est durante una visita in Australia, prima indonesiana a tenere una conferenza pubblica con un membro della resistenza timorense.

L’arresto della sindacalista scatenò immediatamente una campagna internazionale che andò allargandosi dall’Australia agli States fino in Europa. Indonesiani in esilio manifestarono in Olanda e in Gran Bretagna, consapevoli che Dita avrebbe avuto bisogno di tutto il sostegno possibile per sopravvivere a una polizia politica nota per l’uso sistematico della tortura e per il grilletto facile. Le cose peggiorarono quando, un anno dopo il suo arresto, Dita fu accusata di avere organizzato la rivolta scoppiata nella prigione di Surabaya. Venne spedita nel carcere speciale di Malang, a Est Java, dove venne segregata nell’isolamento più totale.

La campagna per la liberazione della sindacalista e di tutti i prigionieri politici portata avanti dai dissidenti indonesiani acquisì nuova forza nel ’98, con la caduta di Suharto. Nel succedergli, Habibie aveva promesso democrazia e “reformasi”, un ambizioso piano di riforme economiche e sociali, ma le prigioni restavano chiuse e i militari continuavano ad avere in mano il paese. Finalmente, il 5 luglio del ’99, dopo due anni di carcere durissimo, Dita Sari venne inaspettatamente scarcerata.

Human Rights Award

Conferenze stampa, interviste, riunioni e conferenze. E fermi di polizia nel corso delle dimostrazioni, per fortuna senza conseguenze perché il regime, nel ’99, deve mostrare al mondo che la transizione è avvenuta, che la democrazia è ormai un fatto compiuto. Appena fuori, Dita – che nel frattempo è stata nominata presidente del sindacato per dissuadere i militari dal farla sparire nel nulla – torna a immergersi nell’attività politica e sindacale approfittando delle nuove aperture. E non è soltanto il regime indonesiano ad aver bisogno di rifarsi il trucco: i prestigiosi marchi che utilizzano le maquilladoras sono spaventati dalle campagne internazionali che denunciano il feroce sfruttamento di donne e bambini. Per recuperare sul danno d’immagine si tenta ogni sorta di operazione promozionale, come quella che vede la nota firma di scarpe sportive Reebok conferire a Dita il suo Human Rights Award, prestigioso riconoscimento che viene assegnato – insieme a 50 mila dollari – a coloro che si distinguono nell’impegno a favore dei diritti umani. Chi meglio di una giovane sindacalista appena uscita di prigione?

Dita Sari ringrazia sponsor e testimonial famosi – Sting, Robert Redford e Desmond Tutu, solo per citarne alcuni – ma rifiuta, con grazia e determinazione. E con una dichiarazione che viene subito messa in rete: «Questo premio è certamente un riconoscimento importante per la lotta e per il duro lavoro che abbiamo fatto, e i soldi potrebbero essere ben spesi dalla mia organizzazione» scrive la sindacalista nel comunicato ufficiale. «D’altra parte siamo ben consapevoli delle condizioni in cui sono tenuti i lavoratori della Reebok nel terzo mondo, in Indonesia, in Messico, in Cina, in Thailandia, in Brasile e in Vietnam. Vengono pagati un dollaro, un dollaro e mezzo al giorno. Vivono in baraccopoli insalubri, dove i bambini si ammalano e muoiono mentre la Reebok accumula incredibili profitti. Quando, nel 1995, ho organizzato uno sciopero nella fabbrica di Indoshoes Inti Industries (una subappaltatrice della Reebok ndr) ho visto con i miei occhi come la compagnia tratta i lavoratori, e come usa la polizia per reprimere gli scioperi». Poche eloquenti parole, sufficienti a trasformare la mossa promozionale in un vero e proprio boomerang.

Sabina Morandi

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Fonte:www.liberazione.it

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