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Archivio Settembre 2004

Un velo = un voto: il regalo dell’Islam per ottenere la cittadinanza italiana

28 Settembre 2004 6 commenti

L’accanimento con cui Livia Turco, diessina, a Primo Piano del TG3, ha sostenuto, nel corso di un breve dibattito sulla presenza islamica in Italia, la ‘libertà di velarsi’, onestamente fa pensare che anche i diessini siano a caccia di voti, anche se islamici, quale questione di vita o di morte.

Si avvicina il Natale elettorale e certi cadeaux si devono prendere al volo … o al velo, giudicate voi.

Il sostegno ideologico di cui si è armata la Turco si può riassumere nell’accusa di ‘deficit democratico’ agli avversari e ‘politica di integrazione’ per gli islamici, la cui civiltà, a corto di democrazia e diritti umani, beneficerebbe di un’alta lezione educativa.

Dunque: soffirebbero di deficit democratico coloro che non ne vogliono saperne di burqa e di moschee islamiche ad ogni angolo di strada, visto che già sul territorio abbondano le moschee vaticane?

Soffrirebbero di deficit democratico le donne che considerano il velo una ignominia per tutte?

Ricordo alla sig.ra Turco che libertà di velarsi, anche se vi fosse, non è quella del carnevale, ma il diritto di imporre all’interno dello spazio pubblico, regole non tanto religiose, quanto giuridiche e politiche. Per la strada, negli uffici pubblici, sul lavoro, a scuola.

Dunque questa libertà è di fatto una pressione per ottenere diritto di cittadinanza, in Italia, ai dogmi islamici e ai suoi contenuti più ignobili, che il velo suggella.

La donna è un ‘bene’, una proprietà di un maschio musulmano, riservata al maschio musulmano. Non è un essere umano; è una ‘cosa’ posseduta, una merce che si acquista e si vende sul mercato del sesso, in uno scambio tra padri, fratelli, mariti. Per questo non ha alcun diritto egalitario, nè potrebbe averlo.

La sua identità è il tessuto che ha sulla testa, e il tessuto che ha sulla testa la sua identità!

Se questo non è un motivo sufficiente per respingere ogni richiesta di ‘islamizzazione’ in Italia, devo dedurre che in questo paese il rispetto per la donna è stato buttato, come merda, nel cesso.

Vediamo la questione dell’integrazione. A dir il vero la sta facendo l’Islam. Con un proselitismo che in Italia ha convertito più di 10.000
donne, diventate fanatiche del burka.

Comunque, siccome è storica la mania italiana dell’integrazione (assorbimento del Meridione) e del ‘Primato italiano’, faro di civiltà per i popoli, (l’”imperialismo straccione” rivendica i suoi diritti, almeno sul piano della civiltà), oggi, nella forma aggiornata di integrazione dell’Islam, è la cosa più demente e antistorica che si possa pensare.

Per il semplice fatto che l’Islam, al di là del puzzle delle singole nazionalità, si è posto come polo imperialista in concorrenza con gli Usa e l’Ue.

L’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita, pur in conflitto acerrimo, sono d’accordo sulla ‘islamizzazione’ del mondo, come risposta alla, e sostituzione della, decadenza occidentale. L’Islam rivendica la sua egemonia in un futuro non molto lontano.

La forza non gli manca.

La sua forza economica è il monopolio del petrolio e dell’uranio; quella finanziaria i petro-dollari, su tutti i mercati finanziari e borsistici del mondo; sociale, un ferreo patriarcato fondato sul dominio delle donne; la sua forza di penetrazione, il proselitismo e l’imposizione, in nome di un semplice principio di tolleranza e di laicità, del proprio sistema sociale e giuridico nelle tradizioni giuridiche dei paesi europei; infine, la sua forza militare, un apparato terroristico mondiale che tiene in scacco i diretti concorrenti angloamericani coi loro alleati.

Consiglio alla Turco di farsi un lavaggio salutare del cervello, prima di ritrovarsi con una burqa sulla testa in nome della libertà democratica!
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Riferimenti: Sharia a Padova

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"Sharia" a Padova: marocchino accoppa la figlia massacrandola di botte

26 Settembre 2004 5 commenti

Sharia in Italia: accoppata non per lapidazione o sgozzamento, ma massacrata di botte. E’ morta così, a 19 anni, Kaquatar lhasni, operaia in una stireria di Cittadella, che da tempo abitava con la famiglia, madre, padre, tre fratelli a Grantorto, in provincia di Padova.

La sentenza è stata eseguita dal padre, sotto gli occhi dei parenti che hanno assistito al massacro. Una vera ‘sharia’: un tribunale casalingo che ha punito con la morte la giovane colpevole di voler essere libera. Lo strazio delle percosse, pugni, calci, tumefazioni, ecchimosi, urla disperate … Solo i vicini di casa hanno chiamato i carabinieri, ma a delitto consumato. In questi casi si preferisce non intervenire e su una porta di casa in cui si consuma un accoppamento, nessuno osa picchiare …

Per un musulmano, la donna è il suo primo ‘bene’, ovvero la sua prima proprietà che gli appartiene di diritto, in quanto maschio musulmano.
Velarla è un dovere assoluto, perchè essa acquista valore di mercato, oggetto di scambio da parte del padre, fratello, marito, nel mercato del sesso il cui accesso è consentito solo a chi è o diventa musulmano.
In questo sistema di schiavitù della donna, non è necessaria la violenza dello stupro: anche un povero, se figlio di Allah, può accedere a tale marché che soddisfa tutte le tasche e tutti i gusti, offrendo ‘ventri, campi fertili da arare’. Anche a nove anni, come in Iran.
In questo sistema dell’orrore, la donna non ha alcuna libertà, anche se lavora: è proprietà dei maschi della famiglia che su di lei hanno diritto di vita e di morte.

Maledetto il vostro Allah Akbar!

Maledette le vostre leggi, il vostro sistema sociale, la vostra schiavitù delle donne!

La dove l’Islam si propone come ‘patria’, come ‘comunità musulmana’ al di là del puzzle dell’identità d’origine, l’islamismo, con la sua pretesa di sottomettere la vita politica e sociale al suo sistema religioso, anche nei paesi occidentali che lo ospitano, si fa chiaramente promotore di una ‘nazione musulmana’ all’interno dei paesi europei in modo da consentire all’imperialismo islamico di avere, anche in Europa, il suo posto al sole.
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Riferimenti: Marketing islamico

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Marketing islamico: per l’Islam le donne sono sacre!

24 Settembre 2004 8 commenti

Nervosa, in attesa di sapere che fine hanno fatto le due pacifiste italiane, sento dire dagli Ulema che per l’Islam le donne sono sacre, che non può succedere loro nulla di male.

Ah si,sacre? Certamente, sotto il velo, perchè acquistano un valore di mercato, sono oggetti di scambio tra gli uomini, padri, fratelli, futuri mariti. Sono i beni dei maschi musulmani, e la ‘sacralità’ della donna è il bene, per lei, di appartenere a colui che la possiede.

Attorno al ‘mercato’ delle donne si è costruita la società islamica, e la donna è il primo bene che un musulmano, padre, fratello, marito possiede, da esporre sul marché riservato ai soli musulmani. Garante di questo mercato è il velo, il velo che una donna ha la ‘libertà di portare, ma non la libertà di non portarlo.

Non vi sono bastate le “midinettes” islamiche sulla scena mediatica a fare marketing per il velo in tutta Europa: il velo è la mia religione, la mia cultura, la mia identità. E’ il segno del pudore, del rispetto di sè, della sottomissione a Dio, è un dovere religioso inscritto nel Corano, il simbolo della fede religiosa islamica, è la mia libertà, la mia apertura agli altri, è una mia scelta …

Non vi sono bastati gli ‘intellettuali’ che evocano il ‘diritto alla differenza’, la libertà culturale, la difesa della società multiculturale, la libertà religiosa, la libertà individuale.

Avete detto di tutto. Ora parlate anche di emanicipazione della donna musulmana nella società islamica,di sacralità femminile.

Le leggi islamiche, voi dite,la proteggono dalla decadenza toccata alla donna occidentale, dal modello di una emancipazione che ha reso, secondo voi, la donna occidentale vittima della pornografia, del mercato pubblicitario, della deviazione omosessuale. Invece, sotto il velo, al riparo degli sguardi maschili e dalla sua ‘impurità ‘, essa è rispettata, addirittura sacrale, purchè la sua libertà non vada al di là del tessuto che ha sulla testa.

Questa sarebbe la libertà,l’emancipazione della donna?

Di essere maritabile all’età di 9 anni, di far parte di una poligamia haremica, di essere ripudiata, lapidata, sfregiata, mutilata, sgozzata se trasgredisce le regole giuridico-politiche islamiche? La libertà di ‘abitare il velo’ per tutta la vita e solo, esclusivamente, in questa gattabuia, poter sopravvivere?

Il vostro regime obbliga centinaia di milioni di donne nel mondo, a colpi di kalachnikov, a portare il velo, simbolo della loro inferiorità giuridica, sociale, esistenziale, della sottomissione al maschio, della riduzione ad oggetto sessuale.

Porci teologi, mullah, ulema maledetti!

Tenetevi il vostro orrore: io spero che la Storia possa dare alle donne dei vostri paesi la possibilità di tagliarvi presto la gola.

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Le madri proletarie non possono tenersi i figli

23 Settembre 2004 5 commenti

A.M., della provincia di Milano, si è vista – tra le tante – sottrarre i propri due bimbi dal tribunale “per i minorenni”

Motivo: è troppo, ma veramente troppo, proletaria! Era divorziata, senza lavoro, con pochi soldi e problemi di salute: andava, ovviamente, aiutata. I servizi sociali locali, inizialmente, si erano attivati, ma a condizione che lei e i bimbi rimanessero segregati in centri gestiti da religiose. Il che, naturalmente, le stava “stretto”. La mamma, pertanto, aveva rivendicato la propria libertà e autonomia, dato che aveva una propria abitazione adeguata e che, nel frattempo, si era unita ad un nuovo compagno.

Non l’avesse mai fatto! Visto che anche il nuovo compagno era proletario e squattrinato quanto lei, e che lei pretendeva di potersi autogestire, i giudici minorili milanesi l’hanno considerata due volte colpevole e le hanno tolto i bimbi, ancora in tenera età.

A nulla è valso opporsi al decreto di adottabilità dei minori. Così come a nulla è valso appellare la sentenza di conferma del famigerato decreto.

Lezione. Le madri proletarie non possono avere figli. Nel senso che, se li concepiscono, questi diventano immediatamente merce di scambio per il mercato delle adozioni.

Riflessione. La donna proletaria è tre volte merce. Una volta in quanto corpo femminile. Una seconda volta, in quanto forza-lavoro. La terza volta, in quanto riproduttrice (mezzo di produzione).

Conclusione. Tra le donne proletarie e la società attuale, mercantile all’ennesima potenza, non vi è alcuna possibilità di “convivenza pacifica”, ma solo di essere spremute tre volte come limoni, e poi gettate nella spazzatura. Lo scontro è inevitabile: o perisce il capitalismo, o periscono le donne proletarie. Crepi il capitale!
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Riferimenti: Donna proletaria

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Sbaraccare subito dall’Irak! Berlusconi & c. vadano loro come volontari!!

23 Settembre 2004 6 commenti

Via subito dall’Irak!! Via questo governo assassino e guerrafondaio! Spedire Berlusconi e soci in Irak, visto che ci tengono tanto!!

Tutti in piazza: Un solo grido, una sola volontà:

Non siamo, non vogliamo essere, complici del massacro del popolo irakeno! Non siamo, non vogliamo essere, complici dello sgozzamento di vittime innocenti! Lasciamo Usa e Gb nel loro brodo di sangue! Via, via subito!

Riporto dal blog l’ Internazionale questo lucido articolo sulla situazione oggi in Irak. Le notizie si riferiscono agli ultimi avvenimenti di settembre.

“A seguire le notizie propalate da radio, Tv e quotidiani nostrani, la guerra all?Irak sembrerebbe scomparsa: sarebbe stata sostituita da rapimenti, sgozzamenti e attentati terroristici, il cui mandante ultimo è, ovviamente, Bin Laden, cioè la personificazione del Male. Siamo di fronte ad una delle più colossali campagne di disinformazione e tentativo di rincoglionimento delle masse mai vista finora. Infatti, nella realtà, la guerra di aggressione imperialista Usa-Gb-Italia ecc. (la coalizione del Bene) prosegue inesorabile e spietata, mietendo vittime civili ogni giorno (pare che siamo a quota 30.000), delle quali noi non veniamo a sapere né il numero esatto, né nome cognome età, né tanto meno vediamo le loro foto, né vengono intervistati i loro parenti. Non sono nulla. Non sono esseri umani. Valgono meno delle pulci. Vanno schiacciate senza pietà e, soprattutto, senza fare rumore, mediatico s?intende.

Abbiamo setacciato le notizie degli ultimi giorni e, a gran fatica, abbiamo rintracciato qualche lembo di informazione sul reale andamento della guerra, in un oceano di dispacci, commenti, talk show dedicati oramai solo ed esclusivamente a rapimenti e attentati.

Tall-Afar, Falluja e Samarra. Queste le tre città irachene da oltre ventiquattro ore sotto il tiro della coalizione, che cerca di imporre il controllo militare e di insediare il governo ?legittimo?. Operazioni cruente: decine e decine i morti e i feriti in raid aerei su Falluja, e nei bombardamenti della notte contro Tal-Afar, 450 chilometri a nord di Bagdad. Un gruppo, che sostiene di essere legato ad Abu Musab al Zarqawi, ha diffuso oggi attraverso un sito internet islamico la notizia che proprio a Tall-Afar quattro suoi combattenti sarebbero stati uccisi. Zarqawi, giordano, è ritenuto luogotenente di Bin Laden in Iraq e responsabile di numerosi attentati. Sulla sua testa gli Usa hanno messo una taglia di 25 milioni di dollari.

Samarra. Nella città del “triangolo sunnita” le forze Usa sono entrate oggi con l’avallo delle autorità locali e l’accordo della guerriglia. Carri armati e blindati si sono posizionati davanti al palazzo del sottoprefetto, supportati dall’aviazione.

Tall-Afar. I bombardamenti sono cominciati verso le 2 ora locale (mezzanotte in Italia), ed erano ancora in corso sette ore dopo. Scontri anche tra la forza multinazionale e guerriglieri nei quartieri di Hassa Koi e Serrai: secondo fonti ospedaliere almeno 45 persone sono rimaste uccise, e 80 ferite. La Forza multinazionale ha comunicato di aver lanciato l’operazione a Tall-Afar (che conta 150 mila abitanti, in maggioranza turcomanni sciiti, con una minoranza araba sunnita e sciita), insieme con la Guardia nazionale irachena, “per liberare la città dal terrorismo, ripristinare la sicurezza e permettere al governo legittimo di potervisi insediare”. I comandi Usa hanno chiesto alla popolazione di lasciare la città.

Falluja. Tra gli otto e i dodici iracheni, tra cui quattro bambini e due donne, sono stati invece uccisi e diversi altri feriti – tra i nove e i sedici – in un raid aereo Usa condotto in nottata su Falluja. L’aviazione aveva ripreso ieri sera gli attacchi contro la città, dove lunedì l’esplosione di un’autobomba era costata la vita a sette marines. Bersaglio dell’attacco della scorsa notte, ha riferito il Comando Usa, “un edificio frequentato da terroristi”. Tre complici di Zarqawi vi sono stati segnalati. Nessun’altra persona era presente al momento dell’attacco”.

Bagdad. A nord-ovest della capitale, presso la famigerata prigione di Abu Ghraib, tre iracheni sono morti e due militari americani sono rimasti feriti nell’esplosione di una bomba al passaggio di un convoglio della forza multinazionale. Lo ha reso noto oggi una fonte Usa, precisando che l’attacco è avvenuto ieri mattina, mentre ieri sera un altro soldato americano era morto e sette suoi commilitoni erano rimasti feriti in un incidente stradale presso Baquba, a nord della capitale.

I morti iracheni, bilancio. Solo a Bagdad, dall’inizio del conflitto, gli iracheni morti sono oltre diecimila. E le stime, per tutto il Paese, giungono a decine di migliaia: si azzarda il calcolo di 30 morti iracheni per ogni militare della coalizione. Dalla capitale irachena, l’agenzia Ap riferisce che, nella clinica Sheick Omar, un registro dei decessi conta 10.363 morti, nell’area urbana e periferica, dal 19 marzo 2003 a ieri. Sono vittime di attacchi aerei e scontri, ma anche di attentati e atti di violenza. Non ci sono dati affidabili per il resto del Paese, ma è probabile che zone come Tikrit, Ramadi, o Najaf e l’area sciita, teatri degli scontri più sanguinosi, abbiano pagato tributi di sangue anche maggiori.

Amnesty International ha contato, basandosi su informazioni di stampa, oltre 10 mila vittime tra i civili iracheni nel primo anno del conflitto. Per Iraq Body Count, altra organizzazione umanitaria, il numero oscilla tra 11.793 e 13.802, ai quali vanno aggiunti gli iracheni caduti in armi, soldati regolari o guerriglieri. E la sede di Bagdad di Human Rights Organization arriva a contare oltre 30.000 vittime civili. (9.9.04)

Una battaglia a Bagdad, iniziata all’alba e andata avanti per ore. E poi Ramadi, Hilla, Mossul, Balab, Samarra, Amariya. Da nord a sud, per l’Iraq, quella di oggi è stata un’altra giornata di sangue. Una delle più violente, con attacchi e imboscate, autobombe e colpi di mortaio. Nella capitale, forze Usa e guerriglieri hanno ingaggiato una lunga battaglia, che si è conclusa con un bilancio pesantissimo: 22 morti e una sessantina di feriti. Il tutto, mentre il primo ministro iracheno Iyad Allawi tirava le somme delle vittime degli atti di terrorismo che si sono abbattuti sul paese dopo la fine ufficiale della guerra: tremila morti e 12 mila feriti

Bagdad. Alba di sangue nella capitale irachena, iniziata quando un’espolosione ha scosso la Green Zone, l’area dove si trovano i palazzi che furono di Saddam, e oggi ospitano gli uffici della coalizione. Le forze Usa hanno lanciato un’offensiva per riprendere il controllo delle zone in mano ai miliziani. E’ stato uno dei più intensi combattimenti degli ultimi mesi: i guerriglieri hanno sparato una decina di razzi e colpi di mortaio intorno alla Green Zone. E ancora: due agenti di polizia e un ragazzino di 12 anni sono stati uccisi da un autobomba fatta esplodere lungo un’autostrada nella parte occidentale della città.

Morte in diretta. La battaglia di Bagdad è costata la vita anche ad un giornalista palestinese della tv al-Arabiya. Mazen al-Tomeizi, 26 anni, originario di Hebron, corrispondente di al-Arabiya e anche collaboratore della tv saudita Ikhbariya, stava raccontando davanti al cameraman l’esultanza della folla intorno a un blindato Bradley, americano, distrutto durante gli scontri (i quattro soldati a bordo sono rimasti feriti e tratti in salvo dai commilitoni). Ad un tratto un elicottero Usa ha aperto il fuoco. Terribili le immagini: il giornalista viene colpito, il sangue imbratta l’obiettivo della telecamera, intorno si sentono grida ed esplosioni. Insieme ad al-Tomaizi sono morte altre 13 persone, 55 sono rimaste ferite. Fra queste, anche un cineoperatore iracheno dell’agenzia Reuters e un fotografo, anche lui iracheno, dell’agenzia Getty.

Ramadi. Soldati americani e miliziani si sono affrontati in una battaglia innescata, prima dell’alba, da colpi di mortaio che si sono abbattuti sulle postazioni della coalizione. Violentissimi scambi di fucileria, per oltre un’ora, nel centro della città: il bilancio è di una ventina di morti. La Guardia nazionale irachena ha sigillato le strade della cittadina. (12.9.04)

Dopo gli scontri violenti di ieri a Bagdad, oggi gli attacchi delle forze americane si sono concentrati su Falluja, con un nuovo, drammatico bilancio: fra 15 e 20 iracheni morti, altri 20 feriti.

Nella città sunnita, 50 chilometri a ovest di Bagdad, i carri armati Usa hanno aperto il fuoco alle 4 del mattino (le 2 in Italia). E sempre all’alba un aereo ha effettuato un’incursione sul quartiere Al Chourta, distruggendo una casa e danneggiandone altre due. Quattro persone hanno perso la vita quando un altro missile, sganciato da un caccia, ha raggiunto la vettura sulla quale viaggiavano, su un’autostrada a ovest di Falluja.

Nel corso dei bombardamenti, durati un paio d’ore, i militari Usa, per mezzo di altoparlanti, hanno invitato la popolazione a cooperare e ad “espellere i terroristi dalla città “: secondo rapporti dei servizi statunitensi, infatti, nella città, roccaforte del cosiddetto “triangolo sunnita”, si radunerebbero collaboratori e alleati del terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, ritenuto il numero uno di Al Qaida in Iraq, e proprio durante l’attacco notturno – spiega una dichiarazione Usa – sarebbe stata in corso una riunione di suoi fedelissimi.

Le vittime. Il bilancio degli attacchi a Falluja parla di 15-20 morti. Secondo Tamim Amjad, medico dell’ospedale locale, fra le vittime ci sono donne e bambini. Un impiegato del cimitero ha parlato anche di “un autista e due infermieri”, sepolti oggi con gli altri. E se gli iracheni affermano che si tratta, per tutti i casi, di civili innocenti, i militari americani replicano che i numeri delle vittime sono “gonfiati ad arte” dai locali, e ribadiscono che in ogni caso sono stati colpiti solo “terroristi”. (13.9.04)

Falluja. Decine di morti e feriti. Sessanta guerriglieri uccisi secondo l’esercito Usa, che stanotte ha lanciato una pesante offensiva con raid aerei nella zona di Falluja nel tentativo di decimare l”esercito’ fedele al superterrorista Abu-Musab al-Zarqawi. Obiettivo, un edificio a Qurush, sulla strada per Bagdad, dove al momento dei bombardamenti secondo le stime americane erano presenti una novantina di guerriglieri.

L’esercito Usa ha detto di aver attaccato Falluja e dintorni, dove si concentra la guerriglia sunnita antiamericana, con il consenso del governo iracheno. Ma nei violentissimi attacchi ci sarebbero molte vittime civili, tra cui donne e bambini.

Fonti ospedaliere hanno riferito che aerei Usa hanno bombardato il villaggio di Zoba, 10 chilometri a sud di Falluja, uccidendo 32 persone tra cui donne e bambini. Ben tredici case sono state rase al suolo e molte persone sarebbero ancora intrappolate sotto le macerie. Secondo fonti del ministero della Sanità iracheno, invece, i morti sarebbero 44 – la maggior parte civili, tra cui donne e bambini – e i feriti 27.

All’alba nuovi combattimenti erano scoppiati nel centro di Bagdad quando truppe Usa e irachene avevano avviato un’operazione nella zona di Haifa Street, un quartiere roccaforte dei ribelli chiamato la ‘Piccola Falluja’. La zona era stata isolata dalla polizia e tiratori scelti avevano preso posizioni sui tetti delle case. Una fonte del ministero dell’Interno ha precisato che intorno alle 6:15 (le 4:15 in Italia) è stata effettuata l’esplosione controllata di un’autobomba scoperta in precedenza, cosa che ha spiegato la forte esplosione udita stamani provenire dalla stessa zona. Haifa Street è considerata uno dei feudi dei sostenitori dell’ex presidente Saddam Hussein ed è stata teatro di numerosi scontri a fuoco.

Intanto i raid americani attirano le pesanti critiche del Consiglio degli ulema, principale organizzazione religiosa sunnita dell’Iraq: secondo un responsabile gli Stati Uniti ostacolano la liberazione degli ostaggi francesi in Iraq – i due giornalisti Christian Chesnot e Georges Malbrunot – “perché ogni volta che ci avviciniamo a una soluzione, (gli americani) spingono verso l’escalation militare”.

Mohamed Ayach al Kubaissi, rappresentante del Consiglio all’estero, ha sottolineato che “per la liberazione degli ostaggi è necessario un clima di sicurezza che non si è più visto da quando abbiamo ottenuto i primi segnali positivi per ottenerla”. (17.9.04)

Nuovo duplice attacco aereo Usa su Falluja. Al mattino i jet americani hanno colpito obiettivi nella roccaforte della guerriglia sunnita uccidendo tre iracheni e ferendone almeno altri quattro, hanno riferito vari testimoni. Alcune autovetture sono state investite dall’esplosione di un missile e un uomo e’ morto e altri quattro o cinque sono rimasti feriti. In un secondo attacco sono morte altre due persone. Nelle 24 ore precedenti agli ultimi attacchi erano rimasti uccisi sette iracheni e altri 14 erano stati feriti dai bombardamenti Usa contro presunti obiettivi della guerriglia vicina al superterrorista Abu Musab al-Zarqawi. (AGI, 20.9.04)

Samarra. Due civili iracheni, fra cui un bambino, sono stati feriti nei pressi di Samarra da soldati statunitensi che hanno sparato contro la loro auto.Le autorita’ militari americane hanno che spiegato che il conducente della vettura non ha obbedito all’ordine di fermarsi ad un posto di blocco. I due feriti sono stati trasportati in un ospedale militare. (22.9.04)

(dal sito l’Internazionale)
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Riferimenti: L’Irak non ci sta

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Algeria: allarmante rapporto su violenza contro donne

21 Settembre 2004 Commenti chiusi

ALGERI – Mentre si fa sempre più acceso in Algeria il dibattito sulla riforma del «codice dell’infamia» – come viene chiamato dalle associazioni femministe il Codice di famiglia «che rende la donna minorenne a vita» – e gli islamisti radicali sono sul piede di guerra per impedirla, la gendarmeria nazionale suona il campanello d’allarme su una piaga finora tabù: la violenza quotidiana subita dalle donne.

Un rapporto, redatto in aprile e pubblicato oggi dal ‘Quotidien d’Oran’, rivela una situazione inquietante e afferma che «solo una rivoluzione culturale» della società algerina permetterà di porre fine al degrado della condizione femminile.

Violenza domestica e coniugale, stupri, prostituzione forzata, sequestri, sono sempre più frequenti e aumentano di anno in anno, secondo il rapporto che si basa su statistiche degli ultimi sette anni. Una donna violentata ogni 36 ore- minore di 14 anni nel 50% dei casi- un neonato al giorno abbandonato in seguito a gravidanza dovuta ad uno stupro, donne picchiate a sangue dal marito, dal padre, dai fratelli, magari solo per aver osato indossare una maglietta appena scollata, come riferisce Sos Femmes en detresse. Non solo nelle classi più umili: nessun ceto sociale è risparmiato da questa piaga.

Le statistiche rivelano appena una parte dell’inferno, perchè la maggior parte delle vittime non ha il coraggio di sporgere denuncia, per paura di rappresaglie in casa. La violenza è subita come una fatalità dalle donne, divenute nel matrimonio «proprietà legale del marito», precisa il rapporto. Queste donne «vivono nel terrore permanente delle botte, nel timore di perdere i figli, sottoposte ad un ricatto costante». La loro è una vera e propria discesa agli inferi, accompagnata da degrado fisico e morale, ma invece di ribellarsi si lasciano fagocitare da un perenne senso di colpa nei confronti del marito e dei figli che «traduce secoli di sacrificio e sottomissione».

Le donne algerine, rileva il rapporto, subiscono diversi tipi di violenza. C’è quella istituzionale dovuta al codice di famiglia che le riduce al rango di minorate, che le obbliga anche ad accettare di condividere il marito con altre mogli che spesso si rivelano vere arpie. Una situazione che potrebbe migliorare se passerà in parlamento la riforma del testo del 1984, contestata con veemenza dagli islamisti radicali perchè, appunto, fa alcuni timidi passi avanti in favore della condizione femminile. C’è poi la «violenza terrorista esercitata dagli integralisti» che ha colpito soprattutto negli anni ’90 ma è tutt’altro che un ricordo del passato. Infine, la violenza della società patriarcale che le isola e le sottopone a pressioni.

Occorre correre ai ripari al più presto, sottolinea il rapporto che raccomanda la creazione di centri d’accoglienza per le donne, e i loro figli, che decidono di fuggire la violenza coniugale. Occorre spiegare alle «femmes battues» i loro diritti, insegnar loro a farli valere, a reclamare giustizia, aiutarle a ritrovare la fiducia in sè stesse, perchè non sono le ‘parià della società.
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Riferimenti: Lager e torture

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Storia di una sindacalista simbolo della lotta delle donne indonesiane

21 Settembre 2004 Commenti chiusi

Dagli anni in prigione al gran rifiuto del riconoscimento (e dei soldi) della Reebok. «Grazie tante, ma non ho dimenticato come trattavate i lavoratori e come venivano repressi gli scioperi»

«Tenetevi il premio». La scelta di Dita

Se non fosse stato per quelle gite nei quartieri operai probabilmente oggi Dita Sari sarebbe un’esponente di successo della classe media indonesiana, con l’accesso garantito a tutti i costosi gadget occidentali, l’appartamento in un quartiere bene di Giacarta e una macchina giapponese in garage. Se alla curiosa studentessa di giurisprudenza non fosse stato consigliato di andare a visitare le fatiscenti baraccopoli dove vivono gli operai – all’80 per cento donne – che fabbricano le Nike o le Reebok, non sarebbe oggi presidente del Fronte nazionale di lotta operaia, sindacato che conta 30 mila iscritti in 14 province, da Giava a Sumatra, da Sulawesi a Bali. Una carriera di leader politica e sindacale cominciata inaspettatamente, quando il collettivo studentesco di cui faceva parte tentò i primi, pericolosi esperimenti di democrazia sotto il regime di Suharto. Il passaggio dall’Università dell’Indonesia alla pestilenziale cintura industriale della capitale fu uno shock, come racconta lei stessa, e legò indissolubilmente il destino di Dita a quello delle lavoranti a cottimo che costituiscono, ancora oggi, il motore del “miracolo” indonesiano.

Università e prigione

All’inizio degli anni Ottanta una gran massa di contadini diseredati si riversò nelle grandi città indonesiane intorno alle quali erano sorte le fabbriche utilizzate dai grandi marchi dell’abbigliamento e delle calzature. Con un salario al limite della sussistenza, senza assistenza medica e lavorando in condizioni di totale insicurezza, i lavoratori delle “fabbriche del sudore” – come le chiamano gli americani – potevano permettersi soltanto una baracca ai margini delle città. Una forza lavoro alla quale all’epoca, era vietata per legge qualsiasi forma di organizzazione sindacale. Chi ci ha provato ha fatto una brutta fine. Fece scalpore il caso di Marsinah, una ragazza che lavorava in una fabbrica di orologi e che osò protestare per rivendicare migliori condizioni di lavoro. Stuprata, torturata e poi uccisa dai militari, Marsinah è diventata un simbolo ma non è la sola. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta molti altri sindacalisti sono spariti nel nulla a Bandung, a Medan, a Giacarta.

A Dita Sari è andata decisamente meglio. L’8 luglio del 1996 venne arrestata mentre era alla testa di ventimila lavoratori provenienti da 10 fabbriche della città industriale di Surabaya. Non era la prima volta che la giovane sindacalista veniva fermata, intimidita e picchiata, solo che questa volta i militari decisero di fare sul serio: dopo un sommario processo venne condannata a cinque anni di prigione per le sue attività sindacali e per essersi espressa contro l’occupazione indonesiana di Timor Est durante una visita in Australia, prima indonesiana a tenere una conferenza pubblica con un membro della resistenza timorense.

L’arresto della sindacalista scatenò immediatamente una campagna internazionale che andò allargandosi dall’Australia agli States fino in Europa. Indonesiani in esilio manifestarono in Olanda e in Gran Bretagna, consapevoli che Dita avrebbe avuto bisogno di tutto il sostegno possibile per sopravvivere a una polizia politica nota per l’uso sistematico della tortura e per il grilletto facile. Le cose peggiorarono quando, un anno dopo il suo arresto, Dita fu accusata di avere organizzato la rivolta scoppiata nella prigione di Surabaya. Venne spedita nel carcere speciale di Malang, a Est Java, dove venne segregata nell’isolamento più totale.

La campagna per la liberazione della sindacalista e di tutti i prigionieri politici portata avanti dai dissidenti indonesiani acquisì nuova forza nel ’98, con la caduta di Suharto. Nel succedergli, Habibie aveva promesso democrazia e “reformasi”, un ambizioso piano di riforme economiche e sociali, ma le prigioni restavano chiuse e i militari continuavano ad avere in mano il paese. Finalmente, il 5 luglio del ’99, dopo due anni di carcere durissimo, Dita Sari venne inaspettatamente scarcerata.

Human Rights Award

Conferenze stampa, interviste, riunioni e conferenze. E fermi di polizia nel corso delle dimostrazioni, per fortuna senza conseguenze perché il regime, nel ’99, deve mostrare al mondo che la transizione è avvenuta, che la democrazia è ormai un fatto compiuto. Appena fuori, Dita – che nel frattempo è stata nominata presidente del sindacato per dissuadere i militari dal farla sparire nel nulla – torna a immergersi nell’attività politica e sindacale approfittando delle nuove aperture. E non è soltanto il regime indonesiano ad aver bisogno di rifarsi il trucco: i prestigiosi marchi che utilizzano le maquilladoras sono spaventati dalle campagne internazionali che denunciano il feroce sfruttamento di donne e bambini. Per recuperare sul danno d’immagine si tenta ogni sorta di operazione promozionale, come quella che vede la nota firma di scarpe sportive Reebok conferire a Dita il suo Human Rights Award, prestigioso riconoscimento che viene assegnato – insieme a 50 mila dollari – a coloro che si distinguono nell’impegno a favore dei diritti umani. Chi meglio di una giovane sindacalista appena uscita di prigione?

Dita Sari ringrazia sponsor e testimonial famosi – Sting, Robert Redford e Desmond Tutu, solo per citarne alcuni – ma rifiuta, con grazia e determinazione. E con una dichiarazione che viene subito messa in rete: «Questo premio è certamente un riconoscimento importante per la lotta e per il duro lavoro che abbiamo fatto, e i soldi potrebbero essere ben spesi dalla mia organizzazione» scrive la sindacalista nel comunicato ufficiale. «D’altra parte siamo ben consapevoli delle condizioni in cui sono tenuti i lavoratori della Reebok nel terzo mondo, in Indonesia, in Messico, in Cina, in Thailandia, in Brasile e in Vietnam. Vengono pagati un dollaro, un dollaro e mezzo al giorno. Vivono in baraccopoli insalubri, dove i bambini si ammalano e muoiono mentre la Reebok accumula incredibili profitti. Quando, nel 1995, ho organizzato uno sciopero nella fabbrica di Indoshoes Inti Industries (una subappaltatrice della Reebok ndr) ho visto con i miei occhi come la compagnia tratta i lavoratori, e come usa la polizia per reprimere gli scioperi». Poche eloquenti parole, sufficienti a trasformare la mossa promozionale in un vero e proprio boomerang.

Sabina Morandi

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Fonte:www.liberazione.it

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Patriarcato terrorista non ci fermerai! Nel nostro cuore c’è un mondo nuovo

21 Settembre 2004 3 commenti

Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International, nell’introduzione al rapporto “Mai più! Fermiamo la violenza sulle donne” conclude: “La violenza sulle donne è universale ma non è inevitabile. Le nostre mani la fermeranno. Possiamo farcela, e ce la faremo grazie a voi.”

Pur con tutta la mia stima nei suoi riguardi, io nutro forti dubbi sulla eliminazione della violenza contro di noi, perchè parte strutturale di un sistema di potere che va previamente abbattuto. Anzi, leggendo i dati riportati da Amnesty e dall’Unicef mi convinco ancor di più che la violenza contro le donne non nasce dalla mancata applicazione dei diritti umani, ma dal non averne.

Abbiamo chiesto l’uguaglianza nel XVIII secolo e Olympe de Gouges fu ghigliottinata il 3 novembre del 1793 “per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica”, cioé per la sua “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina“.

Sul piano dei diritti, l’affermazione dell’uguaglianza degli uomini fra loro, per noi è stata la ghigliottina. L’uguaglianza, il diritto di partecipare alla gestione del potere mediante il riconoscimento di capacità uguali a quelle degli uomini, non può esserci riconosciuta in una società a dominio maschile.

L’inserimento a titolo di uguaglianza, dove è stato inserito, mira piuttosto a sventare un possibile attentato al dominio maschile, non è affatto un riconoscimento alla ‘cogestione’. Ma nemmeno ci interessa questa cogestione, anche se fosse teoricamente possibile.

La nostra lotta mira ad una messa in questione del concetto di potere stesso, di dominio, non mira ad una una partecipazione al potere maschile, per di più nella sua forma capitalistica di sfruttamento.

Il conflitto uomo-donna, la prima forma di conflitto di classe apparsa nella storia, sta maturando, nella vastità delle guerre che tormentano il pianeta, in una ‘guerra’ tra le guerre che mette in discussione tutti i meccanismi di potere e dominio. Il patriarcato ci risponde col terrorismo, per sbaragliarci.

Abbiamo noi donne, i nostri morti, atrocità solo nostre di cui ‘il maschile’ è il responsabile. Nella violenza generale delle guerre, il terrorismo patriarcale ci ha dichiarato guerra senza un 11 settembre. Perchè avverte che è in gioco la sua sopravvivenza e non una mera questione di uguaglianza tra sessi.

A livello mondiale esplode la violenza contro di noi, in tutte le forme, fino all’assassinio, rinsaldata dalle forme storiche di sterminio razzista, per accelerare l’eliminazione dell’opposizione femminile sul piano della esistenza e della resistenza.

In Asia (India, Cina, Corea del Sud, ecc.) si pratica l’infanticidio selettivo; in Congo la caccia alle streghe accusate di introdurre, coi loro riti, il virus dell’Aids; in India si bruciano le vedove sul rogo dei mariti e si uccidono le giovani spose giudicate dai parenti del marito a corto di dote; in Algeria gli ‘imam’ lanciano appelli per sterminare le donne nubili accusate di prostituzione; in Bangladesh avvengono assassinii di massa in nome del delitto d’onore. Sessanta milioni di donne sono “scomparse” a causa della discriminazione sessuale, in Asia meridionale e occidentale, in Cina e in Nordafrica. 130 milioni sono le bambine mutilate sessualmente in 28 paesi del mondo. In Asia, Africa, America latina, Russia e Paesi dell’Est, è indeterminabile la tratta delle donne e delle bambine avviate ai mercati del sesso e della pedofilia. Lo ‘stupro etnico’, è il nuovo crocefisso imposto dai vincitori; le bambine combattenti sono lo scudo della ‘prima linea’ dei movimenti guerriglieri; le giovani donne kamikaze, bombe umane. Milioni di donne sono chiuse nella gattabuia del velo!

Patriarcato terrorista, non ci fermerai: nel nostro cuore c’è un mondo nuovo!
Riferimenti: Il mio femminismo

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Cina: la ‘rogna’ di avere una figlia

20 Settembre 2004 Commenti chiusi

Il buon Mao ci aveva definito “L’altra metà del cielo”. Forse aveva avvertito, che dopo di lui, una buona parte delle femmine cinesi sarebbero salite in cielo, riempendone la metà

Si chiamano les disparues, termine coniato dall’economista indiano, premio Nobel nel 1998, Amartya Sen, le “mai nate” a causa della “selezione prenatale” e le bambine fatte sparire o soppresse, perchè colpevoli di essere nate femmine.

Perchè, nella Repubblica Popolare Cinese, c’è una voglia matta di figli maschi, da che la politica del governo cinese, dal 1979, mira a contenere le nascite ad una per coppia.

900 milioni di cinesi non hanno alcuna “sécurité” sociale o pensione. I maschi rappresentano il “bastone” della vecchiaia, specie nelle campagne. Le figlie sono un peso. “Un maschio stupido vale più di una femmina astuta”, dice un proverbio cinese ancora molto in voga.

Sulla rivista ‘Population et Société’ è stato pubblicato uno studio di questa ‘liquidazione’ di essere umani femminili. Le stime numeriche sono alquanto difficili, perchè tutto avviene nell’illegalità, ma Gilles Pison, redattore capo della rivista e ricercatore presso l’Istituto nazionale di studi demografici, ha indicato nell’aumento anormale della proporzione di nascite di maschi, il più concreto indicatore di ciò che avviene in Cina.

Il rapporto normale era, fino agli anni ’80, 105 maschi contro 100 femmine. Dagli anni ’80 ad oggi, questo rapporto è cambiato: nel 2000 nascono 117 maschi contro 100 femmine. Nel Sud della Cina il record: 135 nascite maschili contro 100 femminili.

Che succede? La natura ce l’ha con noi, in Cina, e non riusciamo ad aumentare? No, semplicemente veniamo eliminate. Quando una madre si accorge con l’ecografia che ha in seno una figlia, se ne disfa con un aborto, e laddove non arriva l’ecografia, si eliminano le bambine appena nate o si vendono sui mercati asiatici della prostituzione femminile infantile.

Mi auguro che se c’è ancora qualche ‘filocinese’ nostalgica, si ravveda.
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Riferimenti: La lingua segreta delle donne cinesi

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Due cuori e una capanna: un accoppamento ogni due giorni

18 Settembre 2004 Commenti chiusi

In una società come la nostra, in cui la famiglia è il centro più attivo della sessualità(1), luogo obbligato di sentimenti, affetti, amore, è inevitabile che essa, nella sua emergenza storica, si trasformi in un mattatoio di botte, occhi pesti, stupri, cazzotti, martellate, coltellate, spari … accoppamenti.

Ogni due giorni ne avviene uno. E sono i maschi a detenere il triste primato.

La spiegazione più comune rientra nella categoria della ‘sragione’, variamente definita ed etichettata come raptus, depressione, schizo, psicosi.

Per cui il vicino di casa educato, la baby-sitter diplomata, il marito premuroso, l’amante appassionato, al di là del visibile, avrebbero in qualche parte della testa, una malattia discosta che sfugge a loro stessi e non si tradisce nel tempo. Essa si scatena in un delirio improvviso.

Dalla sua sfera di cristallo, la scienza medica ha enunciato la Verità.

Osservarsi, guardarsi, scrutarsi, per intravedere la ‘sragione’ nella trasparenza dei comportamenti, sorvegliarci a vicenda per individuarci. Homo homini lupus.

Perchè se una volta il pazzo lo si riconosceva dall’alterazione dei tratti del viso, nel comportamento strambo che ne giustificava l’esclusione, ora si trova fra noi, in veste familiare, tra le delizie del focolare, nella sfera degli affetti e dell’amicizia.

Così, alla ricerca della spiegazione “nell’invisibile”, si dimentica che la miseria, la povertà, la precarietà, la disoccupazione, l’orrore di una convivenza forzata in un luogo obbligatorio di affetti e di sentimenti logorati, la prigione familiare di cui la donna è ingiustamente accusata di esserne la carceriera, fanno nascere l’odio, la collera, lo scarico di bile, una violenza inaudita, continua, che si scarica proprio nella casa, nel “nido” da cui non si può uscire.(2)

Quale terapia adottare?

Il Narrenschiff, senza patria, senza terra, che con il suo carico insensato, sprofondi nell’inferno (3).
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Note

1) La scoperta dell’Edipo nella famiglia in cui l’incesto occupa un posto centrale.

2) Vedi il rapporto di Amnesty International “Mai più! Fermiamo la violenza sulle donne” – ed. Ega

3) Il Narrenschiff è una creazione letteraria che ha avuto una esistenza reale: dal XIV al XVII secolo si caricavano sui battelli i pazzi, abbandonandoli al loro destino di morte in mare, poichè nessuna città li voleva.
Riferimenti: L’emergenza famiglia

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