Archivio

Archivio Agosto 2004

Donne e resistenza irakena

29 Agosto 2004 2 commenti

Dopo le stragi di Kufa e l’accordo tra Sistani e Moqtada, nella città ‘santa’, è stato scoperto un sotterraneo, la camera della morte del tribunale islamico istituito da Moqtada-al-Sadr, a Najaf.

Dentro 25 uomini torturati e massacrati, due ancora vivi, due donne con la testa decapitata(1).

Questo tribunale islamico per l’applicazione della sharia (letteralmente: la via da seguire) era presieduto dal sayed Hsham Abu Rish. Furono vietati, alle donne, il parrucchiere e le sartorie femminili.

Abitare il velo, dalla nascita alla morte, è imposto alle donne islamiche, pena la decapitazione.

MORTE ALLA SHARIA!

Le donne irakene, che tanto stanno patendo in questa dannata guerra, ci pensino bene prima di appoggiare i movimenti islamici di resistenza perchè questi, in quanto islamici, non porteranno loro nessuna liberazione, ma una schiavitù ancora più odiosa di quella degli occupanti occidentali.

Non si può scegliere tra due barbarie, la occidentale o la islamica, ma si deve combatterle entrambe.

Se la liberazione dallo straniero è l’obbrobbio della sharia, del velo, della sottomissione, dell’inferiorità, della mancanza di diritti democratici, come donna, non appoggio questa ‘resistenza’.

Che cosa fece la resistenza algerina, dopo che le donne diedero ad essa anima e corpo? Si corpo: torturate nelle prigioni francesi, stuprate dai loro oppressori, condannate all’ostracismo, dopo, dai loro stessi uomini. Liberatosi dai francesi, il patriarcato algerino ricoprì le donne, come e più di prima, con l’ignominia del velo, della schiavitù.

In questo secolo di sconvolgimenti anche le donne islamiche prenderanno coscienza. Rigetteranno in massa il corano, la sharia.

Oggi già avviene, ma a livello individuale, per questo pagano in modo tanto atroce il loro atto di ribellione, anche con la lapidazione e la decapitazione.

In Irak, in Iran, in Afghanistan, in Medio Oriente, in questi paesi martoriati, dove i partiti Comunisti che aderivano alla III Internazionale di Lenin, furono sterminati, dove le donne che guardavano alla Rivoluzione d’Ottobre intavvedendovi una luce di libertà, furono lapidate, il sole rosso è solo tramontato, ma per un giorno di Storia … l’alba riappare tutti i giorni.

1)notizia letta su ‘Repubblica’ del 28/8/2004
————————————

Riferimenti: Niente fermerà la lotta del proletariato irakeno!

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

La lingua segreta delle donne cinesi: un patriarcato vecchio di 2500 anni

29 Agosto 2004 1 commento

Sono poesie e lamenti per la vita da schiave dopo le nozze

Si parla in un villaggio cinese, ha 2.500 anni, ora rischia di morire
Vicino al villaggio cinese di Shanjianxu, nella regione meridionale dello Hunan, il tempio della Montagna Fiorita è dedicato a due sorelle morte più di mille anni fa. Da secoli le contadine venerano i loro spiriti portando al tempio rotoli di carta di riso in cui confidano i loro segreti e formulano dei desideri; non di rado quello di suicidarsi. Quelle preghiere nessun uomo è mai riuscito a leggerle, perché nessun maschio può capire la lingua in cui sono scritte. Non sono in cinese ma in Nushu, forse l’unica lingua al mondo creata da donne per comunicare solo fra loro.

Una leggenda vuole che il Nushu abbia duemilacinquecento anni e che discenda dalle scritte che gli oracoli incidevano sugli ossi; un’altra mitologia racconta di una ragazza che fu data in sposa all’imperatore, e una volta prigioniera della corte imperiale inventò una scrittura segreta per comunicare con le sue amiche.

Messa fuori legge dal partito maoista negli anni 50, la Lingua delle Donne è stata riscoperta e studiata dalle linguiste cinesi Zhao Liming e Gong Zhebing, dalle giapponesi Toshiyuki Obata e Orie Endo. La rarità linguistica è anche una finestra sulla condizione femminile in Asia. Come spiega la professoressa Zhao, “la prima ragione per la nascita di questa lingua fu il fatto che le donne vivevano nell’analfabetismo forzato, non potevano andare a scuola e nessuno insegnava loro lo Hanzi, la scrittura cinese”.
L’altra ragione è la pratica dei matrimoni combinati, per cui le nozze erano un passaggio tragico nella vita delle donne: strappate alle proprie mamme e sorelle e alle amicizie d’infanzia, finivano sotto l’autorità della famiglia del marito, spesso in stato di semi-schiavitù e sottoposte alle vessazioni delle suocere. Ma le donne della provincia di Jiang Jong nello Hunan trovarono una consolazione.

Non conoscendo l’alfabeto degli uomini inventarono una scrittura originale per tramandarsi le canzoni della nostalgia, per confidare alle amiche i loro pensieri più intimi e le sofferenze. Furono aiutate dall’esistenza di una solidarietà femminile speciale: in questa regione esisteva l’antico costume dello Jiebai Zimei, il “giuramento di sorellanza”, che fin dall’adolescenza creava legami perfino più forti del sangue (è stata affacciata da studiosi occidentali l’ipotesi che lo Jiebai Zimei potesse nascondere affetti lesbici; Zhao Liming lo esclude categoricamente ma questo è scontato perché nella Cina di oggi l’omosessualità è ancora un tabù).

“Quando una giovane donna veniva data in sposa – racconta Orie Endo – sua madre, le sorelle e le amiche giurate componevano dei canti apposta per esprimere il dolore della separazione imminente. Ma una volta che la ragazza partiva per il villaggio del marito le loro voci non potevano più viaggiare. È così che nacque una scrittura per mantenere vivo il legame tra le donne, una scrittura che non poteva essere il cinese, visto che lo Hanzi veniva insegnato solo agli uomini. Alla giovane sposa le parenti e le amiche regalavano dopo le nozze un San Chao Shu, il libro del cuore in cui scrivevano i loro auguri di felicità; molte pagine venivano lasciate bianche perché la sposa potesse confidarvi negli anni seguenti i suoi pensieri e le sue sofferenze”.

Così nella notte dei tempi fu creato questo alfabeto Nushu, con 1.500 caratteri che traducono suoni del dialetto locale in sillabe. Sono caratteri scorrevoli e aggraziati, diversi e più semplici degli ideogrammi mandarini che invece all’origine rappresentano dei concetti. Ma sono rimasti per secoli incomprensibili e impenetrabili per i maschi. Composizioni in questo alfabeto sono state ritrovate anche ricamate sui ventagli e sui vestiti della zona.

Un altro aspetto raro della scrittura Nushu è che si esprime quasi esclusivamente in versi, perché la sua origine orale sono i canti delle donne che lavoravano in casa insieme a filare, cucire vestiti, confezionare scarpe.

In quei versi scritti per le amiche lontane sono consegnate le testimonianze di una condizione femminile senza speranza. “Le mie cognate mi disprezzano / Da mangiare ho solo un po’ di crusca / Con dell’acqua per farne una minestra / Mi costringono a fare tutto il lavoro domestico / Ma il mio stomaco è vuoto”. “Mio marito scommette al gioco / Mi dimentica per andare alle bische / Ne ho abbastanza di soffrire / Quando mi picchia e non posso fuggire / Ho cercato di impiccarmi / Ma gli zii mi hanno riportato in vita”.

Nei diari femminili in Nushu decifrati dalle linguiste c’è autocommiserazione e disprezzo di sé stesse. Chi scrive spesso si indica alla terza persona come “questa donna dal destino spregevole, essere inutile, nata dalla parte sbagliata”. Nascere donna è la dannazione di un karma negativo in una vita precedente

Al tempio delle due sorelle sulla Montagna Fiorita vicino a Shanjiangxu, tra gli odori dell’incenso che brucia, il canto che una contadina ha lasciato su un rotolo di carta di riso si traduce così: “Sorelle defunte, ascoltate questa mia preghiera Questa povera ragazza vi scrive nella Lingua delle Donne Anime sorelle abbiate pietà di me. Vorrei seguirvi dove siete Se solo mi accettate Voglio seguirvi fino alle sorgenti gialle dell’aldilà Di questo mondo non mi attira più niente Vi scongiuro trasformatemi in uomo Non voglio più avere il nome di donna”.

Il Nushu cominciò ad essere scoperto e studiato negli anni 50 ma quasi subito venne vietato dal partito maoista, forse perché la sua sopravvivenza smentiva le versioni ufficiali sull’avvenuta emancipazione della donna cinese. Una delle ultime autrici a usare la Lingua delle Donne, He Yanxin, è nata nel 1940: la sua autobiografia – dieci pagine fitte di 2.828 caratteri Nushu scritti sul quaderno di scuola del figlio – descrive le sofferenze di un matrimonio imposto d’autorità dalla famiglia, una consuetudine teoricamente soppressa nella Cina “socialista” di Mao Zedong.

Tuttora i demografi misurano il peso dei pregiudizi sessisti e l’arretratezza della condizione femminile in Cina dal triste fenomeno statistico delle “bambine scomparse”: in base alle normali tendenze procreative del genere umano – per cui in media alla nascita ci sono 106 maschi per 100 femmine – tra il 1980 e il 2000 in Cina sarebbero dovute nascere 13 milioni di bambine in più di quelle che sono nate. Le “bambine scomparse” nei censimenti demografici, sono state vittime di veri e propri infanticidi di massa oppure – in epoca più recente e grazie ai progressi della medicina – sono il risultato di una selezione pre-natale del sesso: quando l’ecografia rivela che il feto è femminile, si opta per l’aborto.

Su scala nazionale questi aborti mirati a seconda del sesso del nascituro producono l’enorme squilibrio delle nascite rivelato dai censimenti. Il pregiudizio contro le bambine si attenua nelle grandi città come Pechino e Shanghai. Resta forte nei villaggi come Shanjianxu nonostante la politica di controllo della natalità – la regola del figlio unico – sia stata ammorbidita proprio a favore dei contadini.

Oggi la Lingua delle Donne non è più fuorilegge. Anzi, a Shanjianxu e nei villaggi vicini come Pumei vogliono cercare di trasformare il Nushu in un’attrazione turistica e hanno cominciato a insegnarlo nelle scuole. Ma Orie Endo teme che la sua estinzione sia comunque vicina. A parte le studiose venute da lontano, nello Hunan le donne veramente capaci di leggerlo e scriverlo, oltre che di parlarlo, sono rimaste solo in tre: Yang Huanyi di 94 anni, He Yanxin e He Jinhua di 64. Dopo di loro forse l’unica lingua femminile del mondo sarà relegata in un museo.

(liberamente tratto da Repubblica on line, 29 agosto 2004, di Federico
Rampini)

Riferimenti: Cina: 1925-27, e oltre

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , , ,

Uscire dal bigottismo clerical-cattolico, ritrovare lo slancio del femminismo

28 Agosto 2004 4 commenti

In Italia la controffensiva patriarcal-clericale è molto forte. Il femminismo sembra essere un’anima morta; la cultura femminista è in clausura nelle accademie universitarie e di lì non si muove. Le donne italiane paiono le ‘belle addormentate’ anestetizzate, da oltre venti anni, dai “sette nani” di casa.

Per ricomporre le fila del movimento, per riprendere a contare, per ritornare a far politica in prima persona, per difendere i nostri diritti ed affermarli, sul piano teorico, a mio avviso, ci si deve aprire alle culture femministe d’oltralpe, che oltre all’apporto teorico, hanno mantenuto viva, fino ad oggi, la militanza.

Vi propongo la lettura dell’articolo di Christine Delphy, teorica del movimento femminista francese, che ha dato un notevole contributo alla comprensione del rapporto sociale tra i sessi attraverso l’analisi degli aspetti materiali, concreti, dell’oppressione delle donne.

Ritrovare lo slancio del femminismo

Si parla spesso delle conquiste del movimento femminista. Ma nessun progresso sociale, anche quando diventa legge, è garantito per sempre.
La storia contemporanea lo dimostra ampiamente.

Le conquiste del femminismo, particolarmente fragili, sono esposte a rischi di vario tipo: gli attacchi «maschilisti», il «baquelache(1)» ideologico la cattiva volontà politica; il martellamento del mito dell’ «eguaglianza realizzata».

La controffensiva patriarcale è attiva in tutti i paesi. Ovunque, sono soprattutto donne quelle che vengono mandate in prima linea ad affermare che il femminismo non passerà o non è passato; non è o non è più utile; è sempre stato dannoso o lo è diventato. Tra loro, ex femministe o simpatizzanti, le cui parole vengono assaporate con quella golosità un po’ oscena un tempo riservata alle «confessioni» degli ex stalinisti. Gli argomenti, spesso presi in prestito dagli Stati uniti, sono sempre gli stessi: le femministe esagerano perché ormai le donne non sono più oppresse, le molestie sessuali non esistono, lo stupro coniugale neppure (2). Il tutto è accompagnato da vibranti espressioni di sdegno.

Anche nel campo dei costumi esisterebbe una «eccezione francese (3)»:
i rapporti tra i sessi sarebbero idilliaci. In Francia il sessismo grossolano degli stranieri lascerebbe il posto alla raffinata «seduzione» gallica. È lecito chiedersi come persone, per altri versi intelligenti, possano credere, malgrado le inchieste, le cifre, i tanti fatti che mostrano la straordinaria somiglianza tra un paese e l’altro, che l’oppressione delle donne si blocchi all’improvviso, come a suo tempo la nube di Chernobyl, ad Annemasse e a Port-Bou.

Quando le convenzioni internazionali o le direttive europee restano lettera morta; quando le leggi nazionali che vietano la discriminazione sessuale, così come quelle che proibiscono la discriminazione razziale, non vengono applicate, si è obbligati a parlare di collusione, non detta e pur tuttavia reale, tra tutti i protagonisti: datori di lavoro, sindacati, apparato giudiziario, stato, media. In Francia, la legge del 1983 sull’eguaglianza nel lavoro non è mai stata messa in pratica.

Era del resto pensata per questo, dal momento che non veniva prevista alcuna sanzione; solo la legge «Génisson» del 2001 ne ha introdotte alcune, mentre il capo dello stato, alla vigilia delle elezioni regionali, ha annunciato che intende farla applicare (4). Una promessa che vale una confessione, visto che riconosce la necessità di un intervento presidenziale perché una legge sia considerata qualcosa di diverso da un pezzo di carta straccia. Anche la legge sull’aborto è violata mattina, pomeriggio e sera da ospedali, capi servizio, servizi sociali e stato che non realizzano i centri per l’Interruzione volontaria della gravidanza (Ivg), previsti dai decreti applicativi.

Bisogna condurre una battaglia quotidiana per impedire che, tra «disfunzioni» e lavoro sotterraneo delle lobbies anti-aborto, l’Ivg, puramente e semplicemente scompaia. Il compito è reso ancora più difficile dal fatto che le lobbies «maschiliste» in Francia, come peraltro a livello internazionale, sono fortemente organizzate e molto ricche. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, i gruppi di pressione depositano sulle scrivanie di ministri e deputati proposte che rimettono in discussione le leggi sull’aborto, sulle molestie sessuali, sul divorzio. Le azioni spettacolari e pubbliche, come quelle dei commandos anti-aborto, sono in realtà delle eccezioni.

Più spesso, questi gruppi si muovono in modo sotterraneo, formano «esperti» che poi andranno a testimoniare nei tribunali, scrivono libri di «psicologia» da cui avvocati difensori di maschi violenti e padri incestuosi, ma anche scrittori che si ispirano al «baquelache», trarranno ispirazione ed argomenti (5). Oltre al diritto all’aborto, essi prendono di mira le leggi che puniscono la violenza maschile contro donne e bambini. Ne consegue che buona parte dell’energia del movimento femminista è impegnata a far adottare certe leggi e poi a farle applicare. Ma questo non può essere il suo unico scopo. Infatti, la palese diseguaglianza tra donne e uomini sul mercato del lavoro parte dallo sfruttamento del lavoro domestico che le donne garantiscono al 90%. È uno sfruttamento che fa parte dell’ossatura del sistema, come la divisione in classi sociali. E la struttura sociale non può essere modificata dalla legge – al contrario, ne costituisce il fondamento, anche se rimane nascosto.

Come rimettere in discussione questo aspetto dello sfruttamento economico delle donne, che sembra interessare solo la relazione interpersonale di coppia, mentre costituisce il fondamento dell’organizzazione patriarcale delle nostre società? Trovare l’esatto punto d’attacco è una sfida che il movimento femminista non ha ancora raccolto, anche se alcuni suggerimenti cominciano ad arrivare (6).
Il fatto che due o tre generazioni di giovani donne, che avrebbero dovuto prendere il testimone delle femministe degli anni ’70, si siano invece tenute lontane dal movimento, ne ha confinato discorsi e lotte in ambiti ristretti. I media hanno fatto la scelta dell’antifemminismo con campagne che propongono un’immagine negativa delle femministe «racchie e frustrate», «anti-uomini», «tutte lesbiche» …

Ma l’arma più efficace è il martellamento sull’idea che «tutto è ormai risolto, non resta altro da fare»…salvo rimboccarsi le maniche e dimostrare che si è degne della conquistata uguaglianza (7). E se le donne non ci riescono, la colpa è loro – e non della società. E loro si colpevolizzano.

Parlare di «eguaglianza realizzata» non è solo una menzogna, ma un veleno che entra nell’animo delle donne e distrugge la loro stima in se stesse, la convinzione spesso fragile di essere individui completi – e non a metà. Una delle sfide del femminismo attuale consiste nel fare chiarezza su questo punto, nel dimostrare che in nessun paese e in nessun rapporto sociale chi domina rinuncia di buon grado ai propri privilegi.

Bisogna spingere le donne alla lotta, e per questo – ed è forse la cosa più difficile – convincerle che valgono. Ovunque nel mondo sono state innalzate barriere ideologiche contro qualsiasi azione a favore di un’uguaglianza sostanziale … in nome della stessa uguaglianza. In Francia, la classe politica – sinistra o destra non fa differenza – e una parte dell’intellighenzia brandiscono il concetto di repubblica contro qualunque rivendicazione dei gruppi che si sono costituiti in nome di una comune oppressione, come le donne, gli omosessuali, gli operai, le vittime del razzismo. Ogni riferimento a categorie o gruppi è considerato contrario allo spirito della repubblica, e dunque allo spirito dell’eguaglianza. Questo è il sillogismo usato dal Consiglio costituzionale, nel 1982, contro la proposta di quote per le donne (del 25%) nelle liste elettorali.
La campagna per la parità è stata attaccata in nome dell’universalismo repubblicano, e certo le si poteva rimproverare un certo essenzialismo, ma non di voler correggere un’innegabile discriminazione nell’accesso alle cariche elettive. A volte, anche gli omosessuali o i figli degli immigrati sono sospettati addirittura di complottare contro i principi repubblicani, mentre invece, uniti da un comune senso di esclusione, non chiedono altro che entrarvi, in questa repubblica!

Così, nella confusione non casuale tra eguaglianza proclamata ed eguaglianza reale, alcuni finiscono col trasformare la repubblica in un’arma contro l’eguaglianza reale. Ricordare che l’eguaglianza costituisce un ideale da costruire, contro una realtà fatta di diseguaglianze è un’altra importante sfida del femminismo.

Un movimento non si limita ad avanzare lungo un percorso, ma lo traccia; la cartografia dell’oppressione e il disegno della liberazione non finiscono mai. Più interno al movimento femminista, uno degli obiettivi cruciali punta a ritrovare lo slancio legato alla specificità dei suoi principi di separatismo.

Questi ultimi fanno del movimento femminista un modello di auto-emancipazione – dove gli/le oppressi/e non solo lottano per la propria liberazione, ma la definiscono. Le lotte femministe sono molte (per l’aborto, i diritti delle lesbiche, contro le violenze, ecc.), diverse nelle forme organizzative (gruppi locali, federazioni nazionali come solidarietà-donne, coalizioni come il collettivo nazionale per il diritto delle donne (Cndf), commissioni all’interno di leghe o organizzazioni non governative (Ong) internazionali).

Gran parte dell’azione femminista si realizza in gruppi composti da donne e uomini: sia che si tratti di gruppi misti per scelta – come MixCité, il Collectif contre le publisexisme, la Meute – o di fatto, come le commissioni femminili nei sindacati o nelle Ong, nei gruppi o nei partiti. È una promiscuità necessaria alla diffusione dell’azione femminista, alla sua presenza in un gran numero di luoghi sia militanti che istituzionali – gli studi femministi, per esempio, vengono portati avanti nella ricerca e nell’università. I gruppi misti sono insieme sia la dimostrazione della capacità dell’azione femminista di ottenere un ampio ascolto, che la condizione per riuscire ad esercitare una sua influenza.

Ma il separatismo non è passato di moda. Tutt’altro. Quando è stato inventato, nel 1970, quello del Movimento di liberazione delle donne (Mlf) ha scioccato l’intera società, comprese le femministe della generazione precedente. Perché il separatismo è nato da una rottura teorica, che rimette in discussione le precedenti analisi sulla subordinazione delle donne: non si parla più di una «condizione femminile» di cui tutti, donne e uomini, patiremmo allo stesso modo, ma dell’oppressione delle donne. Ottenere nuove leggi non era la preoccupazione principale del Mlf.

Il suo scopo era più ambizioso, più utopico. Le leggi sono state il positivo sottoprodotto di un lavoro gratuito, privo di finalità concrete immediate, come la ricerca di base. E se un sottoprodotto è nato, è anche perché non era lo scopo ultimo, o piuttosto perché si mirava più in alto. Questa ambizione «irrealistica» – che si permetteva di mettere tra parentesi la realizzazione immediata – ha prodotto un tale slancio, che alcune cose sono poi state ottenute in concreto.

La campagna per ri-criminalizzare lo stupro è nata in quegli anni dalla riflessione dei cosiddetti gruppi di «auto-coscienza» in cui le esperienze venivano messe in comune e condivise, permettendo così alle donne di rendersi conto che i loro problemi non erano individuali e che dunque una soluzione individuale non era possibile. Allo stesso modo, la critica della sessualità ha permesso le campagne per il diritto all’aborto, per la ri-criminalizzazione dello stupro, contro la violenza maschile all’interno della coppia. Attaccava senza mezzi termini le teorie erudite e di volgarizzazione sulla sessualità, dichiarandole inesistenti, pure e semplici razionalizzazioni della dominazione maschile. Oggi, questo tipo di critica non si sente quasi più, a fronte di un vendicativo ritorno ad un erotismo patriarcale che banalizza la prostituzione, la pornografia, e naturalmente il sado-masochismo, loro comune substrato. Trentatré anni dopo, il movimento femminista continua a vivere sui capovolgimenti di prospettiva individuati nel corso dei primi anni grazie alla pratica separatista. Separatismo ancora necessario in quanto gli uomini non hanno lo stesso interesse – né oggettivo né soggettivo – a lottare per la liberazione delle donne. Ma soprattutto perché gli/le oppressi/e devono definire loro stessi/e la propria oppressione e dunque la propria liberazione, se non vogliono vedere altri definirle al loro posto.

E questo non è possibile farlo in presenza di persone che, da un lato, appartengono al gruppo obbiettivamente oppressore e, dall’altro, non sanno, e non possono sapere, salvo circostanze eccezionali, cosa vuol dire essere trattati come una donna – o un-a negro/a, una checca, un-a arabo/a, una lesbica – tutti i giorni della propria vita. Nessun livello di empatia può sostituire l’esperienza. Compatire non è patire. Certo, gli uomini hanno un ruolo nel movimento femminista, ma non può essere uguale a quello delle donne. E invece il separatismo è screditato, a volte anche visto come uno stadio arcaico del movimento, ormai superato. Oggi anche nei gruppi di sole donne non necessariamente si utilizza questo vantaggio, e il rispetto dell’ordine del giorno prevale sul confronto di esperienze. Risultato, molte donne tengono sulla propria oppressione un discorso teorico. Ma la lotta politica, se non è alimentata dall’esperienza vissuta, quasi carnale, della realtà dell’oppressione, diventa una battaglia filantropica. E quando le donne diventano i filantropi di se stesse e non ricordano più, o vogliono dimenticare, che sono loro le umiliate e offese di cui parlano, perdono la loro forza.

Difendere, ritrovare le sorgenti di questa forza è un’altra delle sfide del nuovo secolo per il movimento femminista. E per tutti i movimenti che lottano contro l’oppressione.
——————————————–
Riferimenti: Il mio femminismo

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,

Maschi criminali, assassini: ci accoppate perchè ci odiate, questa la verità

26 Agosto 2004 27 commenti

Una sera d’agosto, il 14 scorso, Antonietta Scalise 55 anni, di Vieste, è pestata a sangue dal marito sessantenne: botte in testa, pugni sul viso, calci nello stomaco e nella pancia, spintoni a terra: Antonietta muore. Nessuno sente, nessuno sa niente. L’infame chiude il povero corpo straziato in sacchi di plastica e lo butta tra i rifiuti, in una discarica.

Cosa dirà agli inquirenti il barbaro assassino ?

Che è stato “provocato”, che era “esasperato” per i brontolii della moglie, che ha cercato di zittirla infierendo colpi mortali, senza volerlo, che ha avuto un ‘raptus’? Che era convinto che lei lo tradiva, e quindi la picchiava perchè l’amava?

Che diranno gli psichiatri, quando gli misureranno la scatola cranica, studieranno l’ossatura della faccia, ispezioneranno la sua anatomia? Che è ‘pazzo’, che è ‘normale’?

Non diranno certo che odia le donne, e che picchiava Antonietta perchè un uomo picchia una donna per un motivo qualsiasi, perchè lei era là, come un bersaglio, che c’è gusto a colpire, a fare centro.

Che malmenare, picchiare, brutalizzare è un piacere a cui gli uomini che ci odiano, non rinunciano.

Dobbiamo vivere tutti i giorni in questo acquitrino di misoginia, in questa ostilità che è poi il significato del sessismo. Un sessismo schifoso, laido, ripugnante, che ad ogni donna tocca di subire, a livelli diversi, cominciando dall’ampio vocabolario di insulti che tutti gli uomini ci indirizzano ogni giorno. Una delle tante crudeltà maschili contro di noi.

La crudeltà maschile non si spiega in termini di semplice aggressività o rabbia cieca. La violenza domestica non è semplicemente una saga di ossa rotte e occhi pesti, cazzotti e lesioni, rottura di naso e vertebre, forcone nella schiena, coltelli sotto la gola, aborti a furia di calci in pancia. Gli uomini picchiano le donne perchè a loro piace e le torturano, come fanno i vivisettori con gli animali, perchè esse sono inermi, e da questo circuito sadico traggono godimento.

Ogni atto di aggressione e di violenza maschile nega la nostra autodeterminazione: le percosse, lo stupro, le minacce di morte, l’assassinio, sono i mezzi di prevenzione e sorveglianza, di punizione e repressione.

La stessa società che esige da noi la passività, esige l’aggressività dell’uomo e la esalta, senza mezzi termini. Lo stereotipo dell’uomo aggressivo viene rinforzato dall’equazione virilità – forza, dall’idea che un uomo gracile non è potente, dallo sbeffeggio della persona rispettosa degli altri, come ‘buona e cogliona’.

Siamo il capro espiatorio di un sistema che di fatto è dominato dagli uomini, e dal loro mascolismo ideologico.

Riporto, a riprova, anche questo terrificante accaduto: un maschio bastardo violento sfigura la sua ex-fidanzata premendole con violenza la testa su una piastra rovente dei fornelli elettrici: lei rimane completamente sfigurata e rischia di perdere un occhio.

“Era stato archiviato come un tentativo di suicidio. Ma dopo nove mesi di indagini, gli inquirenti hanno chiarito che a causare le gravissime lesioni che hanno sfigurato la metà del volto di una giornalista 33enne era stato il suo ex fidanzato. L’uomo, un agente di commercio di 42 anni, ha premuto con violenza la testa della donna su una piastra rovente dei fornelli elettrici dell’appartamento in cui lei viveva.

L.Z. è stato arrestato ieri pomeriggio con l’accusa di lesioni gravissime aggravate da violenze, minacce e percosse. Le lesioni subite dalla donna non sono recuperabili, e dopo mesi di ospedale, rischia anche di perdere un occhio. Quando la vittima fu soccorsa dalla polizia, gli agenti non fecero nessuna segnalazione alla Procura di Milano e il fatto passò come tentato suicidio. Per dimostrare la realtà dei fatti, sono stati necessari accurati accertamenti tecnico-scientifici del comando dei Ris di Parma e di un medico legale dell’Università degli Studi di Milano.

L’aggressore è divorziato con una figlia, ed era già stato denunciato dalla ex moglie perchè violento.”

Perchè questa donna ha fatto passare l’ orrenda aggressione come ‘tentato suicidio’?

Perchè lui ha usato la strategia del terrore, della persecuzione, del possesso ossessivo: quando lei ha tentato di rompere questo folle cerchio, l’infame ha eseguito il rito della mascolinità, cioè la violenza corporale e la punizione: una botta in testa, un cazzotto nell’occhio, tirata per i capelli, giù, la faccia sulla piastra elettrica … l’orribile sfregio, il segno del possesso, il piacere del padrone!

Paola T., 36 anni, in quel pomeriggio del 16 luglio, mentre si trovava nel negozio di un suo ex-amore giovanile, a Rivarolo (Genova), non poteva immaginare che proprio lui, il suo ex , 40 anni,cui era stata legata in giovane età da affettuosa amicizia,in nome di una folle “patologia possessiva” la facesse fuori.
Il criminale, tranquillo e beato ,la sera stessa del delitto, se ne va in un pub con un’amica ; la morte di Paola non lo tocca. Ritornato al negozio, con un’ascia tenta di sezionare il corpo straziato. Non vi riesce e lo carica nel portabagagli, come si fa con una valigia in tempo di ferie. Sull’autostrada, in una piazzola con una scarpata, mentre lo sta scaraventando giù, è casualmente fermato da una pattuglia stradale per accertamenti e arrestato.

Avanti, forza, criminali assassini, con il massacro di donne: quale forca, ghigliottina, mannaia,lapidazione ci renderà giustizia?

Vi dobbiamo sterminare?
———————————————–
Riferimenti: Giù le mani, bastardi!

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , , ,

Sesso amaro: il culto del fallo scambiato per liberazione sessuale

21 Agosto 2004 7 commenti


Sul Forum di ‘Donna moderna’ si trova un vasto repertorio di adoratrici del fallo, di donne-oggetto, che si credono emancipate e sessualmente disinibite.

Esse parlano di come ‘fanno sesso’ e si raccontano dandosi a vicenda numerosi consigli. Il tragicomico è il contrasto tra la loro pratica reale del sesso, degno di una sessualità da schiava, e le illusioni che si fanno su di essa.

La loro ciarlataneria vorrebbe spacciare l’adattamento stereotipato all’immaginario pornografico maschile, come ‘sessualità femminile liberata’!

Vi propongo, se avete voglia di divertirvi, una breve, anche se monotona, lettura sul ‘culto del fallo’, tratto dal sito internet di ‘Donna Moderna’, Forum sesso.

Lei:

Punto G: consisterebbe nella massima penetrazione, incessante, con una frenetica simultanea manipolazione da parte del partner, preferibilmente nella posizione ‘dell’esploratore a cavallo’.

Elasticità: una specie di Tiramolla, per adattarsi alle dimensioni del pene di lui.

Fellatio, sesso anale, dito nell’ano: le donne reticenti o che considerano un pò disgustose le tre pratiche devono farsi ‘curare’ perchè malate.

Passerina: si chiede se agli uomini piace rasata, o con i peli a ciuffino o a cuore: chiede aiuto immediato in quanto deve andare al mare.

Capezzoli: in vacanza a Sharm El Sheik vince il primo premio per i capezzoli più grandi del villaggio, accuratamente misurati da una giuria di maschi (8,5 cm.). Trova tutto ciò ‘meraviglioso’.

Pissing: sarebbe farsi fare pipì e altro sul corpo. Si chiede consigli alle esperte se può servire per l’orgasmo simultaneo.

Lui:

Vergini: ha un disperato bisogno di vergini e ne chiede via internet.

Kamasutra: quelle che non ne hanno bisogno sono malate, frigide, lui ha studiato per niente!

Rapporto con la madre di lei: è turbato dalla madre della fidanzata che si fa vedere in perizoma. Non sa se ‘scoparle’ entrambe.

Dritte sessuali: chiede aiuto sado-maso per un rapporto logoro.

L’altro: si può provare a tre, alla ricerca del punto G.

Tantum potest l’anestesia del cervello!!!
———————————————

Riferimenti: Il mercato del sesso

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,

Il mio femminismo

20 Agosto 2004 18 commenti


Il mio femminismo è prima di tutto odio, si odio, per tutto ciò che tortura e opprime la donna in quanto donna e lavoratrice.

Come sentimento di avversione, il mio odio nasce dalle crudeltà e dalle barbarie che la proprietà privata, fino ad oggi, ha commesso contro il mio sesso: dal sacrificio del ‘suttee’ in India, alla storpiante deformità dei piedi bendati in Cina, all’ignomia del velo imposta per tutta la vita dall’Islam, alla “castrazione” cattolica, al gineceo, all’harem, al ‘puddah’ …

Mutilazioni crudeli, di massa, vengono eseguite contro il nostro corpo: cliteridectomia, incisione del clitoride, infibulazione. Non basta: alla crudeltà fisica si accompagna la crudeltà psicologica e mentale: migliaia di maschi scrivono e descrivono, dall’alto delle loro lauree psichiatriche, le patologie della nostra inferiorità sociale come se fossero naturali e tipiche del nostro sesso, per salvaguardare i previlegi sessisti.

Il nostro corpo è tuttora oggetto di mercificazione: la tratta delle donne e delle bambine prostitute,le spose-bambine, la prostituzione.

La sessualità che il capitalismo di oggi ha liberato è solo quella maschile, con i suoi annessi di aggressività e violenza. L’ossessione genitale maschile ricerca stimoli sempre più efficaci, dal patetico al bizzarro fino a giungere al criminale: il suo apice è la violenza famigliare e sessuale, compreso l’assassinio.

La donna è preparata da tutta la cultura ad essere sessualmente ‘adoratrice del fallo’, a diventare, cioè, tutto ciò che un uomo desidera, e ad essere assemblata all’immaginario pornografico commerciale del maschile.

Il termine ‘scopare’, o ‘chiavare’, esprime esattamente la cultura della penetrazione maschile, l’atto del cacciare dentro, del dominio.

Se una donna non riesce a subentrare alle scopate di fantasia del suo partner,o non risponde ai bottoni doverosamente schiacciati in ogni amplesso sessuale per l’orgasmo stereotipato, è scaricata nella immondezza delle ‘frigide’.

La sessualità femminile non esiste: o meglio non si può sviluppare in una società di diseguali: c’è la sessualità della schiava, perchè solo questo può esprimere una società sessista.

Nella ‘femminilità’ di volta in volta storicamente determinata, si espime la nostra oppressione in quanto donne, come sesso. Questa categoria poggia sulla ecatombe della nostra intelligenza, coatta nei secoli, e sulla piattezza del quotidiano casalingo spacciato per nostro mondo naturale.

La femminilità è la nostra differenza: 4000 anni di assenza dalla storia.

La nostra emancipazione è la demolizione della istituzione che ci ha oppresso e che ci opprime: la forma storica della nostra oppressione è oggi il capitalismo, con le sue istituzioni.

Il punto più interno, più profondo che accomuna noi donne è sempre vivo e doloroso per tutte: è solo diverso il modo di percepirlo.

Nel mio blog cerco ovunque, in qualsiasi avvenimento o problema del passato e del presente, il rapporto con la nostra oppressione. E lo denuncio, senza mezzi termini, senza peli sulla lingua.

Cominciando dalla cultura fallocratica e dal suo simbolo buono, forse, per giocare al volano!
——————————-
Riferimenti: Donna proletaria

Categorie:Senza categoria Tag:

Il suicidio di Barbara: un delitto sessista nella sua forma più crudele …

13 Agosto 2004 3 commenti

Barbara B. era una giovane di 28 anni, di un paesino vicino a Milano. Soffriva di ‘depressione’ e dallo scorso 4 agosto era nell’ospedale psichiatrico di Aversa. Si era ricoverata spontaneamente perchè si sentiva ‘depressa’, perchè l’avevano convinta che questa terminologia psico-fisica della condizione femminile fosse una malattia da internamento. Si sentiva colpevole e senza speranza; non si sa come sia riuscita ad andarsene dopo una settimana, dal nosocomio.

Ha raggiunto pallida, trascurata, sconvolta, una località nei pressi, Pinetamare, fino all’hotel Costa Blu. Ha chiesto di salire sul terrazzo dove aveva appuntamento con Michele, così diceva, ma non l’hanno fatta salire e il direttore l’ha fatta allontanare. Nessuno l’ha aiutata, nessuno le ha chiesto niente, nessuno le ha teso una mano, nessuno ha voluto impicciarsi della sua disperazione. Barbara entra in un altro edificio, sale la rampa delle scale antincendio, e senza indugiare, si toglie le scarpe, posa a terra la borsa e il mezzo panino mangiucchiato, si lancia nel vuoto. Nella borsa c’erano delle lettere, scritte alla figlioletta di pochi anni, che i servizi sociali le avevano tolto, rubato.

Perchè proletaria, perchè depressa, i suoi pensieri, ansie, tormenti per la figlia rubata, scritti su fogli di carta, sono stati, dagli inquirenti, etichettati come sconclusionati.

Colpevole del suicidio, la depressione.

Non la condizione femminile, non la sua disperazione di essere sul lastrico, non il tormento perchè una società ignobile e violenta le ha rubato la figlia l’ha fatta morire: era depressa, poverina … e con questa etichetta, la coscienza maschile e con lei il suo apparato medico, giudiziario, giornalistico, si è messa la coscienza in pace. Già si tranquillizza, per dormire sonni tranquilli, come quando ci etichettano di frigide, ansiose, paranoiche, fobiche, indecise, inattive: si istituzionalizza la nostra oppressione e il nostro stato di inferiorità, la nostra sofferenza, sotto stupide terminologie psicofisiche!

La nostra oppressione non si è risolta nell’ “uguaglianza” … ma prosegue nell’uguaglianza, nelle sue forme più insultanti e crudeli. Siamo l’altra faccia della terra … non ce lo dimentichiamo.
————————————–

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,

La "pillola della felicità" ovvero Prozac & c.

9 Agosto 2004 6 commenti

Prozac: no grazie! Marci borghesi, la “pillola della felicità”, ingoiatevela voi

E’ questo il nome dato dagli anglosassoni al Prozac, che oggi se lo trovano anche nell’acqua potabile e come riferisce l’ “Observer”, si sta pure accumulando in acque e fiumi del Regno Unito. Prodotto dalla casa farmaceutica di George Bush, la Eli Lilly, è uno psico-farmaco che sopprime le facoltà mentali.

Riporto da “Children of the Matrix” di David Icke, una onesta denuncia di questo allucinogeno, che sarebbe stato prescritto, nel 2000, a 38.000.000 di persone. Vanno aggiunti i bambini e gli adoloscenti americani, dai 7 ai 17 anni, già dopati di Ritalin, e ora anche di Prozac visto che la “Food and drug administration” ne ha autorizzato recentemente l’uso.

“Nel 1982 David Dunner dell’Università di Washington iniziò ad accettare più di 1,4 milioni di dollari dalla Lilly per ricerche e seminari. Alcune di queste “ricerche” consistevano nell’eseguire esperimenti clinici con 100 persone che assumevano Prozac. Allo stesso tempo egli era membro della Commissione consultiva sugli psicofarmaci della Food and Drug Administration, responsabile dell’esame di nuove applicazioni farmaceutiche per conto della FDA. A Dunner venne chiesto se avesse un qualche conflitto d’interesse con la Eli Lilly quando cominciò a esaminare il Prozac per la FDA, ma egli rispose: “Nessun impegno pendente al momento”.

La FDA si accontentò di questa risposta eppure Dunner aveva già organizzato cinque seminari sponsorizzati dall’azienda produttrice di Prozac, la Eli Lilly, prima di quella data. I seminari riguardavano i “disturbi depressivi” – il mercato target del Prozac. Dunner nascose anche di aver organizzato altri due seminari per la Lilly, dopo che il Prozac venne accettato.

Secondo documenti ufficiali, il test effettuato dalla Lilly sul Prozac mostrò che si trattava di un medicinale poco più efficace di un inutile placebo e uno statistico della FDA avanzò l’ipotesi che i risultati dei test della Lilly fossero stati manomessi al fine di mostrare esiti più favorevoli. E questo fu esattamente ciò che avvenne.

Un test di sicurezza della FDA rivelò che la Lilly omise di riferire sull’insorgenza di episodi psicotici durante la somministrazione del Prozac, ma contro di essa non venne preso alcun provvedimento. Nel 1987, due mesi prima che la FDA approvasse il Prozac, 27 persone erano morte durante test clinici controllati. Quindici di esse si erano suicidate, sei erano morte di overdose, quattro erano state uccise con un colpo di arma da fuoco e due erano annegate. Tutte avevano avuto a che fare con il Prozac. Dodici altre persone sottoposte ai test morirono, ma la causa non fu direttamente legata al Prozac.

Nel 1991 il dirigente della FDA, Paul Leber, disse di aver esaminato “un gran numero di relazioni di tutti i generi sul Prozac” (più di 15.000). Ma Leber esercitò poi pressioni sul personale incaricato di esaminare le relazioni sfavorevoli affinché le liquidasse come documenti dal “valore limitato”. Nel 1992 quel numero era salito a 28.600, con altre 1.700 morti. Eppure il Commissario della FDA, David Kessler, ha detto che: “Anche se la FDA riceve molte relazioni sfavorevoli, queste probabilmente rappresentano solo una piccola parte degli eventi seriamente avversi con cui si devono confrontare i fornitori. Secondo uno studio solo l’un per cento circa di questi gravi eventi vengono riportati alla FDA”. Sulla base di ciò, solo fino al 1992, ci furono circa 2.860.000 relazioni avverse al Prozac.

A quante saremo oggi? Il numero è quasi inimmaginabile. Eppure si sta introducendo una forma di Prozac per bambini. Mi è stato detto che Thomas Hamilton, l’omicida dei bambini di Dunblane, in Scozia, assumeva Prozac e Eric Harris, uno degli adolescenti della sparatoria della Columbine High School, assumeva il farmaco Luvox, che appartiene alla stessa categoria del Prozac. Il principale componente attivo del Prozac fu rinvenuto nel sangue di Henry Paul, l’autista dell’auto su cui viaggiava la principessa Diana al momento del suo assassinio. Il Prozac è soltanto uno di una lunga lista di farmaci destinati ad avere lo stesso effetto.”

La “pillola della felicità” con le sue varianti, è consumata nel mondo occidentale più del pane; il mercato più appetibile è quello dell’infanzia, per la quale si sono inventate apposite malattie per spacciare gli stupefacenti.

L’Adhd “disordine di disattenzione per iperattività” è l’ultimo “morbo” inventato negli USA, e consiste in una scarsa attenzione a scuola o in eccessiva vivacità.

Per controllare l’infanzia e la gioventù, la si droga.

In Gran Bretagna sono circa 186.000 i bambini dopati, in Danimarca l’88% dei bambini tra i 7 e i 9 anni, è tossicodipendente; in Germania un bimbo su tre, tra i 5 e i 9 anni, assume regolarmente Ritalin & c.; in Francia non si hanno dati precisi, sembra che tra i bambini di 609 scuole elementari in 440 quartieri, il 12% assume regolarmente anfetamine e il 36% di questi li prende dalla tenera età di un anno. La Svezia è pudica: dichiara solo 2400 bambini drogati, ma nasconde i dati; in Svizzera il numero dei bambini trattati con il metilfenidato, tra i 5 e i 14 anni, è aumentato, nel 2000 rispetto al 1996, del 770%. In Italia, tanto per stare al passo, è in arrivo per i nostri bambini il Ritalin.

La medicina capitalistica è essenzialmente patogena, nata per ‘curare’ i danni da essa stessa prodotti sull’inerme paziente o quelli prodotti dal sistema di cui è imperatrice.

Ha rafforzato una società morbosa, che spinge la gente a diventare folle consumatrice di medicina curativa, preventiva, del lavoro, dell’ambiente, della psiche, della pediatria, del sesso, della menopausa, della vecchiaia, ecc.

Sul piano politico, il dopaggio di massa di donne depresse e giovani, serve a ridurli a passività assoluta, escludendoli dal teatro della lotta politico-sociale. Il capitalismo si illude di contenere, anche in questo modo criminale e assassino, la polveriera giovanile e femminile.

Prozac: no grazie! Marci borghesi, la “pillola della felicità”, ingoiatevela voi.
——————————————
Riferimenti: La medicina del capitale

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , ,

La maternità delle lavoratrici immigrate vale meno di una cicca!

6 Agosto 2004 Commenti chiusi

Sono trattate peggio delle mondariso della pianura padana una decina di lavoratrici agricole immigrate che lavorano a Isola della Scala, in provincia di Verona.

Stipate in una camerata, con la ‘caporala’ italiana, che le fa filare a bacchetta e le ricatta, nella notte tra mercoledì e giovedì, sembra che nessuna si sia accorta che una di loro, una giovane polacca di 24 anni, avesse i dolori del parto.

E’ incinta di sette mesi: il bambino nasce in qualche modo e la madre, non si sa se vivo o morto, lo chiude nel suo armadietto, nella camerata, mentre le compagne sono sul lavoro. Il bimbo viene ritrovato dalla ‘capa’ che manco si era accorta che la giovane era incinta.

Una vicenda disumana, che rivela l’orrore dello sfruttamento e delle condizioni di lavoro delle donne immigrate: un lavoro massacrante nei campi per quattro lire, con il ricatto della disoccupazione e il terrore della capa ruffiana.

E così un bimbo di sette mesi venuto alla luce nella baracca, è morto per gli stenti della madre o eliminato da lei stessa perchè le impediva di guadagnarsi un tozzo di pane! …

Un’altra violenza si è dunque consumata sulla donna proletaria, nell’indifferenza generale, ma sotto gli occhi di tutti.

Sotto gli occhi del padrone dell’azienda innanzitutto, che ha sottoposto la giovane incinta ad uno sfruttamento massacrante: se non si è accorto che aspettava un bambino di sette mesi, non sa nemmeno che faccia hanno le sue operaie; se si è accorto, allora, la maternità dellle operaie, per lui, vale meno di una cicca; sotto gli occhi della caporala italiana che pensa solo alla sua bacchetta e sotto gli occhi di tutto il paese che non può ignorare tali aberranti condizioni di lavoro.

Sciur padrun dalle belle braghe bianche … mettiamo tutto in conto, parola di donna!
————————————-
Riferimenti: Al lavoro ma senza figli

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,