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Archivio Marzo 2004

Le streghe son scoppiate …

22 Marzo 2004 Commenti chiusi

Elisabeth Badinter ha scritto un saggio “Le streghe son scoppiate…” molto critico sulla involuzione del femminismo borghese

Ecco alcuni temi.

Le donne sono davvero una specie fragile, che va protetta con leggi particolari? Perché si parla sempre di loro in quanto vittime, quasi mai come vincenti? Le priorità scelte oggi dai gruppi femministi riflettono davvero le preoccupazioni delle donne? La questione della differenza, che tanto sta a cuore ad alcune attiviste, non rischia di sfociare nella differenza nei diritti? La filosofa Elisabeth Badinter fa domande politicamente scorrette, o almeno controcorrente. Figura di riferimento del pensiero femminista francese, oggi Badinter denuncia le deviazioni di un movimento delle donne europeo che, lei dice, ha imboccato una fausse route.

La strada degli errori, appunto, è il titolo del suo ultimo saggio, edito da Feltrinelli, in uscita il 19 febbraio (gli altri suoi lavori tradotti in italiano sono L’uno e l’altra e L’amore in più, Storia dell’amore materno, entrambi Longanesi, rispettivamente del 1987 e 1982). Il testo, pubblicato in Francia il maggio scorso, ha suscitato accesi dibattiti tra intellettuali e femministe storiche, che si sono sentite prese di mira. Ma il libro va oltre la semplice polemica dal sapore tutto francese: alcuni dei temi affrontati e delle questioni sollevate offrono uno spunto di riflessione sulla condizione del femminismo oggi, e sulla direzione che ha preso.

Badinter, come mai afferma che le femministe hanno imboccato una strada sbagliata?

Una decina di anni fa sono apparsi i primi segnali di un cambiamento di tendenza nel pensiero femminista. Ho aspettato che si confermassero, e oggi ho deciso di parlarne. Un certo numero di femministe, quelle più in vista, hanno preso posizioni filosofiche, ideologiche e strategiche che non solo non condivido, ma che ritengo controproducenti, retrograde e responsabili di due effetti disastrosi. Anzitutto, le giovani donne, la generazione delle under 30, rifiutano di definirsi femministe. Anche se poi, nel quotidiano, i loro atti sono femministi, rifiutano tale etichetta, come se fosse démodé. Il secondo segnale, più preoccupante, è che da 15 anni le ineguaglianze tra i sessi rimangono le stesse. Anzi, in certi casi aumentano.

Si riferisce al mondo del lavoro, e alle disparità degli stipendi?

Sì ma non solo. Le ultime ricerche dimostrano che, per la prima volta negli ultimi quindici anni, si registra un’inversione di tendenza nel trattamento dei salari. Ossia, la differenza tra quelli dei due sessi è aumentata, invece di diminuire. Anche nella sfera privata le disparità rimangono fortissime: rispetto a un decennio fa, oggi gli uomini dedicano alle attività domestiche circa 10 minuti in più. Insomma, le donne se ne sobbarcano ancora l’80 per cento: bel risultato. Non è colpa delle femministe, però, se gli uomini non vogliono abbandonare certi privilegi. Tra un lavoro ben retribuito e pulire casa, la scelta è obiettivamente facile. Dovrebbe esserlo anche per una donna, e non solamente per gli uomini. Io condanno che non si sia fatto nulla perché le cose cambiassero, perché anche noi potessimo scegliere.

Cosa non è stato fatto?

Cosa è stato fatto, piuttosto. Alla fine degli anni ’80 un certo numero di femministe ha sostenuto un pensiero che rimetteva la donna, la madre, al centro della famiglia.

Il binomio donna-famiglia che lei stigmatizza nel suo libro.

Sì, è proprio questo il cuore del problema. Non abbiamo despecializzato i ruoli, anzi: è stato fatto di tutto per rafforzarli.

Di questo sono responsabili le femministe?

A metà degli anni ’80 è cominciato il discorso ecologico, sostenuto anche dalle sinistre. Un ritorno alla natura, al biologico, al rifiuto del consumismo, dell’artificiale. E noterà che, proprio in quel momento, si è ricominciato a parlare dei benefici dell’allattamento al seno, con la benedizione del movimento delle donne.

Cosa c’è di sbagliato nell’allattare?

Non si tratta di giusto o sbagliato. Fino a metà degli anni ’80 gli psichiatri infantili consigliavano l’allattamento misto, per offrire alla madre una certa libertà e al padre la possibilità di essere più coinvolto nella crescita del bambino, sin dai primi mesi. Oggi la direttiva europea per il personale medico specifica chiaramente che va incoraggiato l’allattamento al seno per almeno sei mesi. Ma questo ritorno all’allattamento non è la causa di tutti i mali … È uno degli aspetti. Va letto all’interno di un sistema che comprende le nuove leggi europee sulle molestie sessuali e quelle sulla parità. Tutto è incentrato sulla differenza biologica, sulla specificità femminile, sulla specializzazione dei ruoli. Così arriviamo all’offerta di un compenso alle donne che restano a casa per accudire i figli … Sono leggi che variano a seconda dei Paesi, ma che sottendono una filosofia pericolosa.

In Francia, una misura votata nel ’93 prevedeva di dare l’equivalente del minimo salariale part time alle donne con due figli che accettavano di stare a casa. Una legge drammatica, che metteva le donne in uno stato di totale dipendenza. Eppure nessuna femminista l’ha messa in discussione né criticata. Ma si trattava di un periodo di forte crisi economica, e di grande disoccupazione. Certo, le femministe non sono responsabili della crisi economica. Ma sono responsabili di non spronare la donna a lottare per la propria indipendenza economica.

Altro errore strategico?

Sì, e gravissimo. Io non sento più, nei discorsi femministi, la centralità dell’indipendenza economica. Non sento più dire: se non guadagnate soldi vostri vi ritroverete alla mercé dalla volontà di un uomo. È evidente, però, che l’indipendenza economica è vitale. Ecco l’errore: smettere di ribadirlo pensando che sia un dato acquisito. Non è vero! Non va dimenticato che la libertà costa enormi sacrifici. Non bisogna smettere di ripetere che l’indipendenza economica è vitale, che restare con un uomo che non si ama più per ragioni economiche è una forma di schiavitù terribile.

Ma questo concetto non viene più ribadito. Perché?

Perché le femministe non esaltano più l’immagine della donna successful, vincente, che costruisce sull’indipendenza la propria vita. Questa immagine non fa più comodo alle femministe. Oggi la voce dei movimenti si leva solo per parlare di una donna fragile, diversa biologicamente, che va protetta. Il femminismo si è arroccato su posizioni di difesa.

Ma non trova giusto che si costituiscano dei gruppi per difendere gli interessi delle donne, quando essi non vengono rispettati?

Molte associazioni svolgono un lavoro eccezionale, che non critico. Però un discorso simile, se viene generalizzato, induce a considerare che tutte le donne sono vittime.

Vuole dire che il femminismo dovrebbe, a questo punto, fare una distinzione tra i diversi casi della condizione femminile?

Il discorso femminista attuale ha rimosso una realtà di differenze tra classi sociali. Invece, in questo senso, Marx non è affatto morto: le diversità tra una signora della buona borghesia e un’immigrata che vive nella precarietà sono maggiori di quelle che sussistono tra un uomo e una donna con una medesima estrazione culturale e sociale. Il fatto di vivere in un ambiente ricco ed evoluto non significa che la donna sarà al riparo da eventuali violenze fisiche o psicologiche. Non sarà al riparo, ma la signora agiata, sposata al ricco professionista, può fare le valigie e andarsene. Lo ripeto: il criterio economico è vitale, e distingue le donne tra loro. È un errore, oggi, concentrare tutta la riflessione sulla condizione femminile su quei gruppi di donne che sono oggettivamente, realmente, vittime. Le donne in Afghanistan non sono le donne di St.Germain des Près.

Lei si è espressa raramente in materia di pubblicità o immagini sessiste.

Perché non sono d’accordo con le associazioni che vorrebbero vietarle e basta. Se un’immagine è degradante va, ovviamente, denunciata. Ma più che lanciare anatemi, è importante rifiutare di comprare il prodotto che ci viene proposto in tal modo. Le faccio un esempio: le pubblicità trash di Dior hanno fatto triplicare le vendite. Il problema, però, non è tanto l’immagine di cattivo gusto, bensì le donne che sono state da essa attirate e hanno comprato

E allora cosa facciamo? Le mettiamo nei gulag per educarle al femminismo?

Vietare non serve. Solo la parola e la riflessione ci possono aiutare.

Nel suo libro, lei parla della difficoltà che sperimentano le donne a pensare la loro libertà.

Perché è difficile arrivarci nella solitudine, e purtroppo oggi non vengono offerti esempi. Si è ritornati a un modello unico, incentrato sulla maternità. Un altro elemento trovo ancora più scioccante: il non sentir più dire che è possibile essere donna senza necessariamente diventare madre. Siamo risucchiate in un destino collettivo, che non è più messo in discussione.

Secondo lei, dunque, verso quali strade dovrebbero andare le nuove generazioni di femministe?

Sento molte donne di trent’anni parlare della generazione precedente e chiedersi: “Cos’ha guadagnato?”. È come se ci fosse in atto un regolamento di conti. Le madri delle ragazze d’oggi volevano tutto: la libertà sessuale e affettiva, il lavoro e la famiglia. Hanno sacrificato il rapporto con i figli per guadagnare una doppia giornata di lavoro. Le giovani rigettano questo modello. Sono pluridiplomate, indipendenti e sognano marito e bambini, dicendosi: “Non farò gli stessi errori di mia madre”. Ma in questo modo si ritorna alla centralità della maternità e alla dipendenza economica. Credo che le nuove strade verranno aperte da alcune associazioni. Il gruppo Ni putes ni soumises, per esempio, fa un lavoro eccezionale. È formato da giovani donne figlie dell’immigrazione, che vivono nei quartieri difficili e si confrontano con il problema del machismo, della cultura patriarcale, del peso della religione. Ma il loro attivismo sarà benefico per tutte le giovani francesi, perché quello che rivendicano è l’eguaglianza tra i sessi, l’indipendenza economica, la libertà di scegliere e di costruire la propria vita. Senza cadere nella retorica del vittimismo.
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Riferimenti: Le streghe siamo noi

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StMicroelectronics delocalizza a Singapore: operaie in sciopero della fame

13 Marzo 2004 2 commenti

In Francia Alstom licenzia 7 mila persone

Che peso avrà la disperazione sociale, soprattutto nel mondo operaio francese, sulla partecipazione al voto e sui risultati elettorali delle regionali e cantonali del 21 e 28 marzo prossimi? Il mondo politico si interroga. A pochi giorni dalle elezioni, la preoccupazione cresce: quasi la metà dei francesi dichiara di volere «un voto sanzione» contro il governo, ma una buona percentuale assicura che non andrà a votare. Intanto, gli ultimi sondaggi danno l’estrema destra in crescita, al 17%. Astensione, voto per gli estremismi: sembra annunciarsi uno scenario simile a quello che, il 21 aprile del 2002, portò Jean-marie Le Pen al ballottaggio delle presidenziali, al posto dell’atteso Lionel Jospin. L’industria è al centro dei problemi: nell’ultimo trimestre, sono ancora stati distrutti 23.200 posti di lavoro, meno 0,6%, un calo che non fa che ripetere quelli dei due trimestri precedenti. In un anno, dicono le recentissime statistiche del ministero del lavoro, l’industria ha eliminato 92.600 posti di lavoro, un crollo del 2,4%. E’ il primo calo netto dell’occupazione dal 1993 (meno 51.700 posti di lavoro in tutto, facendo il saldo con i posti aumentati nei servizi). Già 965 mila francesi vivono con l’Rmi, cioè con meno di 500 euro al mese e tra breve, l’Rmi, finora gestito dallo stato, passerà sotto le competenze delle regioni, diventando l’Rma (reddito minimo di attività), obbligando il disoccupato ad accettare un lavoro qualsiasi, senza le geranzie legali (tra cui il versamento dei contributi per la pensione), pena la perdita del sussidio. 215 mila persone, a causa delle nuove norme, hanno perso il primo gennaio il sussidio di disoccupazione e saranno costrette ad entrare nel girone dell’Rmi, se non ritrovano lavoro.

La rabbia cresce e con essa gli atti disperati. Per esempio, tre operaie della fabbrica StMicroelectronics di Rennes, sono in sciopero della fame. Per Jocelyne, Annie e Nellie è «l’ultima lotta possibile»: hanno alle spalle 20-30 anni di lavoro in questa fabbrica e a settembre 2003 hanno saputo che avrebbe chiuso. Il gruppo franco-italiano, che fino a poco tempo fa era considerato un gioiello della tecnica europea, ha difatti deciso di trasferire la produzione di Rennes a Singapore.

Protesta al limite della disperazione anche in uno dei fiori all’occhiello dell’industria francese, alla Alstom, negli stabilimenti de La Courneuve e di Belfort. Alstom, nota per la produzione del Tgv, sta attraversando un momento di crisi, dovuto non alla mancanza di ordinazioni (addirittura, la rivale Siemens l’accusa di conquistare tutti i mercati, grazie a una politica di prezzi stacciati), ma quasi esclusivamente a difficoltà di rifinanziamento (entro il 2005, è prevista la soppressione di 7 mila posti di lavoro, 5 mila solo in Europa). E’ più o meno la stessa situazione che sta vivendo in questi giorni un altro colosso, il gruppo chimico Rhodia. Crollo in Borsa (l’azione Alstom ha perso il 20% in cinque sedute di Borsa), hedge funds anglosassoni nella veste di predatori, processo di indipendenza dai grandi gruppi a cui appartenevano fino agli anni `90 gestito male, per favorire esclusivamente gli azionisti di maggioranza (Alstom faceva parte del gigante Alcatel, Rhodia era una filiale di Rhône-Poulenc, che oggi si è trasformata in Aventis).

Del resto, anche Alcatel ristruttura: solo in Italia, sono a rischio due stabilimenti, a Rieti e a Battipaglia, 800 posti di lavoro potrebbero essere distrutti, perché la produzione sarà trasferita nella più attraente Cina (sia come costo del lavoro che come possibilità di mercato). Nello stabilimento Alstom de La Courneuve, alle porte di Parigi, oggi occupato dagli operai, sono previsti 300 licenziamenti. Alla Alstom Turbomachines di Belfort la prevista ristrutturazione del ramo «energia» lascerà 600 dipendenti a casa sui poco più di mille assunti oggi. «Abbiamo visto il risultato del precedente piano sociale che ha seguito la ristrutturazione, con 220 licenziati su 2 mila dipendenti – spiegano i sindacati – 100 persone sono ancora disoccupate» tra gli ex operai di Belfort. «Bisogna spaccare tutto. Fa male dirlo, ma è così» aggiunge un operaio. Quale via d’uscita? Per Alstom, dopo mesi di indifferenza, il ministero dell’economia sta prendendo in considerazione l’ipotesi di un riavvicinamento con il gruppo nucleare Areva, ma quest’ultimo non ne è per nulla convinto. Rhodia e Alstom sperano nella comprensione delle banche. Alstom spera anche che la Commissione europea non condanni gli aiuti pubblici ricevuti, perché questo potrebbe portare la società al fallimento.

(Dal Manifesto del 13.3.04, A.Maria Merlo)
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Riferimenti: Lotte operaie nel mondo

Scusate, ci siamo sbagliati! Non è successo niente …

12 Marzo 2004 3 commenti

STRAGE DI PIAZZA FONTANA, TUTTI ASSOLTI IN APPELLO

Il 12 dicembre 1969 a Milano diverse bombe causarono 17 morti e molti feriti. Cominciò la “strategia della tensione”. Le indagini, immediatamente dopo la strage, vennnero orientate verso gli anarchici, in particolare su Pietro Valpreda. Ma emersero in seguito le trame neofasciste e i depistaggi dei servizi segreti.

MILANO – I tre imputati principali della strage di piazza Fontana sono stati assolti. In primo grado avevano avuto l’ergastolo. I giudici della seconda Corte d’assise d’Appello di Milano hanno assolto Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni per non aver commesso il fatto. Hanno invece ridotto da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.

Il legale di parte civile del Comitato familiari delle vittime di piazza Fontana, Federico Sinicato, ha definito ”sorprendenti” le conclusioni a cui sono giunti i giudici della seconda corte d’assise d’appello di Milano che hanno assolto gli imputati del processo per la strage che il 12 dicembre 1969 causo’ 17 morti e 84 feriti a Milano. ”Non immaginavo che la Corte, che pure ha seguito accuratamente l’intero processo, ha sentito Martino Siciliano e potuto prendere atto della falsita’ dei testi a difesa, potesse arrivare a un verdetto di non colpevolezza”, ha detto Sinicato. ”Sono conclusioni che trovo sorprendenti”, ha detto il legale che ha spiegato di attendere le motivazioni per valutare il ricorso in cassazione. (Ansa 12/03/2004 14:34)
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PIAZZA FONTANA: QUEL 12 DICEMBRE 1969

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.30. Con l’esplosione di una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell’Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana, comincia una nuova fase della ”strategia della tensione”, che insanguinera’ l’ Italia per anni. Al contrario della quasi totalita’ delle altre banche, a quell’ ora il salone della Bna e’ ancora pieno di gente, perche’ vi si svolgono contrattazione del mercato agricolo. L’ ordigno e’ collocato sotto il tavolo centrale, in una valigetta. L’ attentato causa diciassette morti (quattordici sul colpo, due nei giorni successivi, uno morto dopo anni per le conseguenze dell’ esplosione) e 84 feriti e ha un effetto devastante anche sull’ opinione pubblica. Ma la bomba di piazza Fontana non e’ la sola di quel giorno. Poco dopo la strage di piazza Fontana, una bomba viene scoperta nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala 6. A Roma, alle 16.55, una bomba esplode nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro che collega l’entrata di via Veneto con quella di via San Basilio. I feriti sono quattordici. Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, esplodono altre due bombe. Una davanti all’ Altare della Patria (alla base del pennone dell’ alzabandiera), l’altra all’ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti sono quattro. Le indagini, immediatamente dopo la strage, vengono orientate verso gli anarchici, in particolare su Pietro Valpreda, sul circolo del Ponte alla Ghisolfa di Milano e su quello del ‘XXII Marzo’ di Roma. Solo nel 1971, un’ inchiesta condotta dal giudice di Treviso Giancarlo Stiz, partita dalle dichiarazioni di Guido Lorenzon, dirige l’attenzione verso i gruppi neofascisti veneti. Qual era l’ obiettivo immediato della strage? Nessuno dei processi, neanche quest’ultimo, ha saputo dare una risposta, anche se emerge in modo evidente la volonta’ di condizionare la realta’ italiana in modo da provocare un ”richiamo all’ ordine”. Aldo Moro, nel suo ‘Memoriale’, scrive: ”La cosiddetta strategia della tensione ebbe la finalita’, anche se fortunatamente non consegui’ il suo obiettivo, di rimettere l’ Italia nei suoi binari di normalita’, dopo le vicende del 1968 e il cosiddetto autunno caldo. Si puo’ presumere che paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati a un certo corso politico vi fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi segreti di informazione”.
Ansa 12/03/2004 12:27

Links:

Per non dimenticare

LA STRAGE IMPUNITA. Trent’anni dalle bombe di Piazza Fontana, Milano

Storia di una bomba che ha fatto la storia
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Riferimenti: Lo stragismo di Stato

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Le "operaie" della casa: più infortuni che in fabbrica o in strada

11 Marzo 2004 2 commenti


Secondo l’Istat, nel 2003 vi sarebbero stati (denunciati) 3.672.000 incidenti domestici: il doppio di quelli stradali e il quadruplo di quelli sui luoghi di lavoro.

La gran parte degli incidenti domestici avviene in cucina (oltre il 70% del totale); il 43% genera ferite, il 27% ustioni, il 13% fratture.

E chi ci sta, di solito, in cucina? A tutti quelli che scopriranno … l’acqua calda, verrà dato in premio un bel grembiulino a fiori!
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Ciampi e Mussolini, fans di Anita Garibaldi

9 Marzo 2004 3 commenti

Oltre alla culla, Ciampi ci addita anche il modello femminile esemplare: Anita Garibaldi, “una madre, una eroina del nostro Risorgimento, morta per la nostra unità e per la nostra libertà”.

Pappinarci che è morta per il risorgimento e per la nostra libertà, ci farebbe sbellicare dalle risa, se la poveretta non fosse morta di stenti, mentre seguiva il suo eroe-marito, incinta di cinque mesi, quattro figli, aborti e gravidanze a tuttoandare da che aveva conosciuto il Garibaldi!

Nella sua biografia, dopo che fu fulminato dalla passione alla vista di Anita, racconta di averle detto “… devi essere mia!”, e giù … dritto, fino a quando lei non ci rimise la pelle. Dal lutto l’eroe si riprese presto con altre donne, non altrettanto famose.

Anche Mussolini era un fan di Anita: in un discorso del 1932, addita alle donne la Garibaldi, come esempio da seguire: “Il governo fascista ha voluto dedicare alla memoria di Anita, la presenza galoppante, nell’atteggiamento di guerriera che insegue il nemico e di madre che protegge il figlio … e conciliò sempre, durante la rapida avventurosa sua vita, i doveri alti della madre con quelli della combattente intrepida al fianco di Garibaldi.”

La presenza galoppante a fianco del marito:fare le mogli, stessa salsa per Ciampi e Mussolini!

A parte l’evidente simpatia dell’attuale presidente della Repubblica per il duce, che non mi interessa, ciò che mi preme è altro.

Mi preme sottolineare e denunciare il continuo tam-tam ideologico, sulla donna, per allargare sempre più la frattura tra la nostra condizione sociale e la coscienza della stessa, onde impedirne la riscossa. Pensate al martellante tam-tam sulla maternità al servizio dello Stato; la ‘normalizzazione’ della sessualità, con l’esclusione dei ‘diversi’; il regime di fecondità di batteria, anche per le sterili; l’esaltazione della paternità genetica, visto che si è escluso il seme ‘eterologo’ dalla Pma; i ‘deliri’ sulla famiglia, considerata nido per eccellenza; il plauso generale sul lavoro domestico, prerogativa femminile; la costruzione di caste professionali, di fatto, per i maschi; la svalutazione, ad ogni livello, del valore della forza-lavoro femminile.

Insisto: democratici e fascisti, due volti della stessa medaglia!
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Riferimenti: Italiane: riempite le culle!

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La maternità al servizio dello Stato: italiane, riempite le culle!

8 Marzo 2004 10 commenti

“…Le culle vuote sono il vero, il primo problema della società italiana…” Questo il messaggio di Ciampi, alle donne italiane, per l’8 marzo.

Democratici e fascisti, stessa faccia: il dovere delle donne verso la nazione consiste innanzitutto e principalmente nel fare figli.

La funzione procreativa, dunque, definisce ogni aspetto del nostro essere sociale, altro che cittadine, lavoratrici, ‘imprenditrici’, ‘protagoniste della vita pubblica e balle di Ciampi!

Nell’ottobre del 1927, il duce ricevendo una delegazione di donne del suo partito raccomandava la stessa cosa:”… quando tornerete alle vostre città, dite alle donne che ho bisogno di nascite, di molte nascite.”

La forza sta nel numero … per una nazione con forti brame di espansione imperialista, lo sappiamo bene, che se non ci espandiamo … esplodiamo, ce lo aveva detto anche la buonanima di Mussolini.

Ma non solo.

Il pronatalismo serve anche a restaurare il rapporto tra i sessi, e le politiche a favore delle nascite e della famiglia, sono lo strumento di questa restaurazione.

Con la donna a casa, e i maschi al lavoro, si fa economia, sui servizi sociali innanzitutto, visto che la donna a casa è un’ottima badante dei figli e degli anziani. E non costa.

La crescita demografica presuppone, inoltre, una politica di normalizzazione sessuale, cioè di esclusione di tutti i rapporti ‘deviati’, non finalizzati alla costruzione della famiglia.

In questa politica trova la sua santa sede la legge sui ‘bordelli’ e le prostitute che, confinate, servono ai bisogni sessuali degli uomini e alla stabilità della famiglia.

Solo segregando il sesso illecito, lontano dagli occhi del pubblico, e tracciando una netta linea di demarcazione tra le donne cattive e quelle buone, Lo Stato può preservare il luogo e la finalità del sesso legittimo al fine della procreazione.

Il pronatalismo, per sua stessa natura, stabilisce rigide norme di comportamento per le donne, che saranno ritenute sempre più responsabili della nascita e della crescita dei figli, costrette a prepararsi alla ‘sacra e difficile missione della maternità’, secondo gli ultimi dettami di moda della scienza medica.

Per l’8 marzo, un solo urlo ‘IO SONO MIA!

Abbasso tutti i patriarchi, qualunque sia il loro colore!
Riferimenti: L’8 marzo è nostro, riprendiamocelo

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Lo spazio senza limiti, ovvero la "rivoluzione cubica"

5 Marzo 2004 Commenti chiusi

Chi vive sotto i 28 mq e sbuffa e si rode per lo spazio e addirittura pensa di occupare una casa decente, non è razionale, nè tantomeno creativo ma anche invidioso delle grandi e comode case dei ricchi

Perchè un buco di 28 mq in realtà è un cubo di 76 mc, in cui la materia prima è un volume non più solo una superficie. Vale a dire che è tutto abitabile, pareti e soffitto compresi.

L’ha scoperto Ikea che l’ha battezzata “rivoluzione cubica”.

Prima di arrivarci, hanno fatto numerosi studi, nelle carceri e negli allevamenti intensivi di galline ovaiole.

In una gabbia di ferro, di 46 x 51 cm, con il pavimento a griglia inclinato, ci stanno 5 galline, anche se ognuna di esse ha una apertura alare di 80 cm. Come fanno a sbattere le ali? Non le sbattono perchè non è necessario per fare le uova.

Come non è necessario ogni minimo movimento naturale, razzolare, sollevare polvere, farsi un nido, spostarsi, dormire.

Non è necessario neanche il becco intero, tagliato loro con una lama rovente, per prelevare la farina data da mangiare per 17 ore di fila sul nastro trasportatore; un moncherino di becco basta e avanza.

Se in libertà covavano 20 uova, in ‘batteria’ ne fanno 250.

Si è concluso scientificamente che, visto il numero delle uova, le galline preferiscono stare in gabbia che libere.

Si incoraggiano, con palate di soldi, tutti i ricercatori a fare studi il cui obiettivo è di ingabbiarne il massimo numero nel minimo spazio.

Ikea si è avvalsa anche della consulenza del professor Jean-Michel Faure, psicologo delle galline ovaiole, esperto nella differenza tra ‘bisogni’ e ‘preferenze’.

In un suo fior di studio, ha dimostrato che la causa del ‘fastidio’ (cannibalismo reciproco) delle galline non è la gabbia 46×51, nè il fatto di starci in cinque. E’ la poverta’ ambientale, la mancanza di stimoli adatti al loro benessere che le fa diventar matte.

Per estensione, vale per tutti gli esseri viventi ingabbiati, umani compresi, proletari o galeotti che siano.

O Santa Croce, o Cristo, che chiarimento di cervello, scemi che non siamo altro, furegozz, noi popolo inquilino dei monolocali, dei bassi, delle soffitte e maisonette: non è il buco di 28 mq che ci fa impazzire e diventare cannibali, ma la povertà ambientale, la mancanza di stimoli giusti, di arredi adeguati,insomma!

Apriamo anche noi sto cubo, scopriamo nuovi spazi da vivere, fondiamo gli stili, mescoliamo i materiali, troviamo l’armonia! Riempiamo il cubo di mobili Ikea, scaffali e scaffaletti, mensole e mensoline, cassetti e cassettini, sedie appese al muro a mo di quadri.

Sulle mensole ci stanno i bambini, purchè non si muovano, nel letto a soffitto la nonna appesa, tanto è disabile e se ha bisogno di qualcosa puo’ calare il cestino, noi nel divano letto apri-chiudi, chiudi-apri, che diventa salotto di giorno. Mia sorella, che è bassa, nel cassettone sotto il divano letto, l’ufficio nell’armadio e l’angolo verde sullo zerbino.

E anche il bagno, fresco e luminoso, di soli 1,36 cm quadrati, con gli accessori salvaspazio diventa cubico, e ci sta tutto, proprio tutto, anche la carta igienica.

Al patron dell’IKEA dovrebbero dargli il Nobel.

Aggiungo una piccola recensione del teorico del razionalismo: Le Corbusier.
Jeanneret Charles-Edourd, che si faceva chiamare Le Corbusier, è stato un grande architetto borghese francese, fanatico del cemento armato a vista, del razionalismo architettonico, della “Ville Radieuse”. Cioè splendide ville per i ricchi, case economiche per i poveri, Unités d’Habitation per le classi medie. Nel 1925 un industriale di Bordeaux offrì a Le Corbusier la possibilità di volgere in pratica le sue idee … “Pessac deve servirvi da laboratorio. Mi aspetto che formuliate chiaramente il problema della pianta e che ne troviate la standardizzazione. Muri, solai e tetti devono essere improntati alla massima solidità e funzionalità e venir montati secondo il metodo tayloristico con delle macchine, di cui vi autorizzo l?uso”. Pessac è costruita in cemento armato con il metodo della standardizzazione, industrializzazione, taylorizzazione. La struttura è costituita da un?unica trave in calcestruzzo armato lunga cinque metri.

Il vero capolavoro di Le Corbusier è villa Savoye a Poissy, del 1929. Come villa Stein, anche questa è una residenza di lusso, collocata in una radura circondata da boschi, a trenta chilometri da Parigi. Il piano d?abitazione col tetto-giardino è sorretto da “pilotis”. La composizione è coronata dal solarium sul tetto, i muri curvi proteggono dal vento ed arricchiscono tutta l?architettura. Nel 1930, riprende i canoni della città per tre milioni di abitanti, e stende il progetto urbanistico Ville Radieuse su cui fa un appunto: “La città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto uomo-natura!”.

I criteri fondamentali dell?organizzazione della città sono sviluppati in antitesi alla concezione della città-giardino a sviluppo orizzontale: decongestionamento del centro, concentrazione degli abitanti in edifici alti isolati nel verde, zona industriale isolata dal centro direzionale e residenziale da ampie fasce di verde, potenziamento dei mezzi di trasporto.

Le tipologie adottate per l?abitazione sono i grattacieli e blocchi ad alveoli con giardino interno.

I criteri della Ville Radieuse verranno utilizzati nella stesura dei piani urbanistici per la città di Saint Diè e per le città di: Rio de Janeiro, Sao Paulo, Buenos Aires, Montevideo, visitate nel 1929 durante un lungo viaggio nell?America meridionale.

Nel Plan Obus per Algeri, il segno più forte è dato da un?autostrada urbana sospesa su una struttura in cemento nella quale, con massima libertà stilistica, sono stati ricavati alloggi per 180.000 abitanti.

Sulle Unités d?Habitation scrive: “un avvenimento di importanza rivoluzionaria: sole, spazio, verde. Se volete che la famiglia viva nell?intimità, nel silenzio, conforme alla natura … mettete assieme 2.000 persone, prendetele per mano e attraverso un?unica porta andate verso 4 ascensori, ciascuno della capienza di 20 persone … Potrete così godere di quiete e di un contatto immediato esterno-interno. Le case saranno alte 50 metri. Bimbi, giovani e adulti avranno a disposizione il parco intorno all?edificio. La città sarà immersa nel verde e sul tetto delle case troveremo gli asili per i piccoli”.

Realizza la prima unità a Marsiglia, dal ’45 al 52 su incarico del ministro della ricostruzione Claudius Petit. Trecentotrentasette alloggi duplex, di ventitré tagli diversi (alloggi per persone singole, per due sposi, per famiglie con 2, 3, 4 o anche più figli); diciassette piani, nelle cavità dei possenti pilotis e nelle intercapedini del primo solaio inferiore furono installate condutture e impianti tecnici, poi il grandioso tetto-piazza-terrazza e la piscina; sette “strade interne£ attrezzate con negozi a vari livelli. Parallelepipedo imponente che, rinnegando il gusto della superficie levigata, esalta il “beton brut”, il cemento roccioso colato in casseforme di legno grezzo. Nel 1964 progetta il nuovo Ospedale per Venezia, non realizzato. Le stanze di degenza sono caratterizzate da una soluzione completamente nuova. Ogni paziente ha una cella singola senza aperture sulle pareti: la luce penetra negli ambienti attraverso aperture superiori, che regolano anche l?effetto del sole.

Fortunatamente, è venuto a mancare il 27 agosto del 1965 .
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Riferimenti: Proletari e case in proprietà

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Siamo smorfiose, non vogliamo le mimose..

2 Marzo 2004 2 commenti


Visto che l’8 marzo è ormai la festa della donna, la giornata muliebre per eccellenza, anch’io mi voglio festeggiare come si deve. Oltre alla mimosina gialla, vestitino nuovo e anche le scarpe. Secondo i dettami del mercato dell’8 marzo.

Comincio con le scarpe: io, in quelle li’ con la punta acuminata non ci metto un dito. Saranno sexy, meglio, pero’, i piedi fasciati delle cinesi. Niente scarpe.

Vestitino. Addocchio una griffe parigina: un taillorino blu adatto alla seconda metà della vita, alle donne che come me, si sentono giovani nella loro età. Nome della griffe ‘Et Dieu crea la femme,…il laissà à l’homme le soin de la rendre élégant’. Non è una frase biblica, è il nome della griffe; vuol dire che dopo che Dio gliela creo’, la donna, il dovere dell’uomo è quella di renderla elegante. Cioè di pagarle i vestitini. Simpatici i francesi! Prezzo: 260 euro: anche il più fanatico simpatizzante dell’8 marzo non pagherebbe questa cifra. Troppo caro. Finalmente prezzi accessibili. Sono vestitini fatti in Cina. Solo che i cinesi li fanno a loro immagine e somiglianza perchè non sanno che siamo sovralimentate. Non riesco ad infilare neanche la testa.

Cerco tra la moda folk, paesana. Gonnelloni e colori che neanche a carnevale ci si puo’ mettere. Fa moda il velo e per le più timide la burka nera.

Basta! Non so comprare, ha ragione Berlusconi, non sono degna di essere immacolata anch’io in questa solennità religiosa, non sono degna di ricevere la mimosina. Non appartengo a questa idiota mascherata.
Siamo smorfiose,non vogliamo le mimose!

L’8 marzo é mio, è nostro, riprendiamocelo!
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v. Alle origini dell’8 marzo
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Bibliografia

Tilde Capomazza e Marisa Ombra: 8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna. Ed. Utopia, Roma, 1991.

Minuziosa ricostruzione delle origini dell’8 marzo come giornata di lotta per la liberazione della donna. Si afferma che la data dell’8 marzo fu stabilita a Mosca nel 1921, durante la “Seconda conferenza delle donne comuniste”. Svoltasi all’interno della III Internazionale, la conferenza decise di stabilire quella data come “Giornata internazionale dell’operaia” in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo (8 marzo 1917).
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Riferimenti: Vita e lotte di donne rivoluzionarie (v. Clara Zetkin)

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