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Le donne immigrate contro l’infibulazione

28 Febbraio 2004

Mutilazioni, la parola alle donne immigrate

La proposta del dottore somalo Omar Abdulkadir dell’ospedale Careggi di Firenze sull’«infibulazione soft» ha avuto il merito di riportare la questione delle mutilazioni genitali femminili all’attenzione dell’opinione pubblica proprio nel momento in cui è in discussione la legge sulle «disposizioni concernenti il divieto delle pratiche di mutilazione sessuale». E forse riuscirà persino a fare emergere – prima che la legge venga approvata anche alla camera (comunque poi dovrà tornare al senato, visto che sicuramente verrà cambiata) – l’opinione delle donne immigrate che finora non erano state interpellate. Questo è almeno l’impegno preso dalla relatrice della legge Carolina Lussana (Lega) e da altri deputati, che sembra mantenuto a giudicare dalle ultime decisioni. A rompere il ghiaccio è stato un incontro con le donne immigrate organizzato la settimana scorsa presso l’ex hotel Bologna dall’Aidos, l’associazione che da vent’anni si occupa di mutilazioni genitali femminili, su sollecitazione delle deputate di Rifondazione comunista Elettra Deiana e Tiziana Valpiana. Il dibattito serrato, che ha visto incrociarsi i temi relativi alla penalizzazione delle mutilazioni con il modo per eliminare una pratica tremenda, ha messo in evidenza quanto l’aberrazione di una «infibulazione soft» si scontri con una realtà di donne immigrate che ha ampiamente superato un dibattito puramente strumentale costruito da maschi (ma che ha avuto anche la «comprensione» di donne).

«Questa pratica non si combatte né con la stigmatizzazione, né con il relativismo culturale», sostiene Mariam Ismail delle Donne in rete di Milano. Mariam, Saida, Layla, Diye e Tsenainesh si ribellano all’idea di portare una loro bambina davanti a un ginecologo e farle allargare le gambe, fosse anche per mettere una pomatina e poi praticare una puntura di spillo. «Io non posso vedere un ago senza pensare all’infibulazione». «Nessuno ha pensato all’umiliazione? Alla dignità della persona? Per avere un certificato che è una discriminazione, un certificato non è forse come il vostro lenzuolo che testimoniava la verginità?», ha detto Saida Ahmed di Alma terra di Torino. Già: la verginità da difendere, proteggere ed esibire. «Non posso accettarlo, non come donna emancipata ma come donna africana», sostiene Mariam Ismail con orgoglio.

Che sprigionano tutte quando parlano della loro realtà qui in Italia, ma anche in Africa: in Sudan le lotte contro l’infibulazione sono iniziate negli anni venti, in Somalia negli anni cinquanta; e aggiunge la più giovane, Diye Ndiaye, di origine senegal-zairese, persino «in molti villaggi del Senegal la pratica è stata abolita». E a chi sostiene che ci sarebbero ragazze che a diciott’anni chiedono di essere infibulate per essere accettate come donne, le presenti sostengono che si tratta di «leggende metropolitane». Né loro, né i loro mariti vogliono le figlie infibulate, sostengono. E comunque non è il caso di alimentare le pretese di qualche maschio che lo esigesse.

Se le donne immigrate sono decisamente contrarie a qualsiasi forma, anche simbolica, di infibulazione, non sono comunque favorevoli ad una legge ad hoc per punire un reato che è già previsto dal codice penale, sotto il capitolo di lesioni personali gravissime (in quanto permanenti). Perché altrimenti il reato assumerebbe una connotazione etnica, una «etnicizzazione». Inoltre, le organizzazioni di donne impegnate nel combattere l’infibulazione sono contrarie a che una bambina che ha già subito il trauma della mutilazione ne subisca un altro se privata dei genitori. La legge è ora in discussione alle Commissioni giustizia e affari sociali, dove è stata esclusa l’espulsione prevista dopo aver scontato la pena – ancora molto pesante se non si tratta di cittadino italiano – che invece era prevista dal testo approvato dal senato. I tempi per il passaggio in aula si stanno allungando e hanno fatto saltare il calendario previsto, non solo per il numero di emendamenti ma anche perché, finalmente, i deputati hanno deciso di ascoltare associazioni ed esperti – le audizioni dovrebbero iniziare il 2 marzo. E speriamo che queste testimonianze possano sconfiggere quella logica che finora ha sotteso la proposta di legge e che sostanzialmente si rifà alla legge Bossi-Fini sull’immigrazione. (GIULIANA SGRENA)
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INTERVISTA

Anche con uno spillo è violenza

Graziella Sacchetti, ginecologa a Milano, dice no all’infibulazione soft. «E’ una pratica che sancisce la sudditanza del corpo femminile»

Mediare, contrattare, fare compromessi. Per la ginecologa Graziella Sacchetti, responsabile all’ospedale San Paolo del Centro salute e ascolto per le donne immigrate e i loro bambini, è pratica quotidiana. Ciò nonostante il suo no alla puntura di spillo sulla clitoride come alternativa soft alla sunna e all’infibulazione è netto. Omar Abdulkadir, il medico somalo-fiorentino che ha avanzato la proposta, lo definisce un «rito simbolico». Se è un rito, obietta Sacchetti, perché fare in ospedale un atto che non ha altra valenza se non quella di «istituzionalizzare» il potere maschile sul corpo delle donne? La logica della riduzione del danno si giustifica nei paesi africani, aggiunge, importata di peso qua da noi scade nel «relativismo culturale».

Dieci anni fa hai lavorato due anni a Gibuti, nel Corno d’Africa dove le mutilazioni genitali femminili sono la norma. Cosa hai imparato da quell’esperienza? E da allora è cambiato qualcosa?

Il 99% delle donne che si presentavano in ospedale avevano subito mutilazione genitali classificate dall’Oms di secondo e di terzo tipo, le più invasive. La mutilazione di primo tipo è l’asportazione del cappuccio della clitoride, la cosiddetta sunna. Quando si pratica anche l’asportazione delle piccole labbra la mutilazione è di secondo tipo, quando si aggiunge anche l’asportazione delle grandi labbra e si cuce il poco che è rimasto è di terzo tipo. All’inizio, di fronte a questo orrore, di fronte alle infermiere che mi dicevano che dovevano sacrificare le figlie altrimenti non si sarebbero sposate, ho avuto una reazione di rifiuto. Poi ho capito che l’abbandono delle tradizioni richiede tempi lunghi, è un percorso a tappe e non può essere imposto dall’alto. L’impegno delle donne gibutine è riuscito a ottenere che ora si pratichi solo la sunna e che la si faccia in ospedale. Questo permette di contattare le donne, dà la possibilità di spiegare perché non farla.

Al San Paolo come affrontate il problema delle mutilazioni genitali?

Alle donne infibulate che devono partorire proponiamo un intervento di scucitura che in genere viene fatto al quinto mese di gravidanza. Ma vengono anche ragazze giovani, somale, eritree, sudanesi, che chiedono l’intervento prima di sposarsi. In genere arrivano da noi con alle spalle un pessimo rapporto con medici e strutture sanitarie italiane, temono di essere prese per fenomeni da baraccone. La loro è una scelta sempre individuale, cercano un rapporto privato, non vogliono parlare di ciò che hanno subito.

Le comunità immigrate continuano a praticare le mutilazioni genitale o clandestinamente in Italia o mandando le bambine nei paesi d’origine. Questo fatto non obbliga ad accettare la puntura di spillo come il male minore?

Riconosco la buona intenzione, ma non condivido la proposta di Omar Abdulkadir. Sostiene d’averla pensata d’intesa con le comunità. Ma i capi di queste comunità sono maschi. Le donne immigrate e italiane che da anni si battono contro le mutilazioni genitali si sono sentite abbandonate e tradite da questa proposta che assegna agli ospedali un compito incongruo e li coinvolge in una pratica che comunque tocca il corpo femminile per sancirne la sudditanza. Detto questo, penso che la proposta toscana sia sbagliata anche per ragioni pratiche. Chi pretende la sunna non si accontenterà di una puntura di spillo. E a chi basta la puntura di spillo può fare a meno anche di quella.

L’esito del tuo no è che la logica della riduzione del danno va bene là, in Africa, ma non qua, in Italia.

Non mi sembra imbarazzante riconoscere che ci sono condizioni diverse e sostenere che il contesto sociale conta. Se importo in Italia una pratica, pur se in versione soft, le do valore, l’accetto. Così do per scontato che l’atteggiamento delle donne sia immodificabile in eterno. Il punto di principio su cui non bisogna transigere, neppure a livello simbolico, è l’integrità del corpo femminile.

Ad esempio?

Una donna sudanese dopo il parto voleva essere ricucita. Ho spiegato a lei e al marito perché non l’avrei fatto. «Allora mi dia almeno un punto», è stata la sua ultima richiesta. L’ho fatto. Questa mi pare una contrattazione possibile. Agita tra individue, non tra comunità maschili e lo Stato italiano chiamato a autorizzare riti negli ospedali.

Insomma, credi di più in un lavoro minuto, interpersonale, che in una trovata che finisce sui giornali.

Il nostro è un lavoro da talpa che non si fa a colpi di assemblee. Ho provato anche quelle, ma ci ritrovavamo sempre tra donne italiane. Bisogna formare gli operatori sanitari, parlare delle mutilazioni genitali nei consultori. Le mediatrice culturali sono una risorsa preziosa, da valorizzare non come mere traduttrici da una lingua all’altra. Le somale l’italiano lo parlano bene. Se tacciono sulle mutilazioni, non è per un problema di lingua.

Come giudichi il progetto di legge che introduce un reato specifico per le mutilazioni genitali femminili?

Nelle riunioni di Crinali, la cooperativa di donne di cui faccio parte, ne abbiamo discusso. Siamo contrarie. C’è la Costituzione, ci sono già le leggi a tutela dell’integrità del corpo e della salute. Bastano quelle, tant’è che sono già state emesse due sentenze di condanna per mutilazione. Introdurre un reato ad hoc criminalizzerebbe una cultura e i genitori che sottopongono le figlie alle mutilazioni. La minaccia di perdere la patria potestà non aiuterebbe il lavoro di prevenzione. (MANUELA CARTOSIO)

(Tratti da il Manifesto del 28.2.04)
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Riferimenti: Il buchino piccolino

  1. barbara
    12 Agosto 2004 a 19:22 | #1

    ma come la mettiamo con tuti i sostenitori diessini e centro sinistrosi che difendono questa pratica?

    l’islam è nemico delle donne…e anche se questa non è una pratica descritta nel corano è nei paesi islamici che viene eseguita.

    l’islam è il nemico del diritto delle donne e voi comuniste lo difendete,vergogna!

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