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Bas les voiles! Via il velo dal velo!

12 Febbraio 2004

Il presidente Mohammad Khatami, si è dato un gran da fare a celebrare il disastro storico dell’Iran nel 1979: ha esaltato la sua repubblica islamica, con la sura, il Corano, la charia, gli hadiths, il velo nero, l’identità, la cultura, la “libertà” per le donne.

Ma di quale identità e libertà parla il patriarca mussulmano?

La condanna delle donne ad essere mussulmane e abitare un corpo velato? Infame! Via il velo dal velo, per dio! Urliamo a tutto il mondo cosa significa il velo, cosa protegge, cosa dissimula, cosa nasconde veramente!

Le donne non hanno scelto di velarsi, sono state velate, come sono state costrette ad infibularsi. Il velo nasconde una vergogna: l’essere nata donna. Per i mussulmani, la nascita di una femmina è un’onta da nascondere, perchè non è maschio. Spesso le madri che partoriscono si augurano di morire con le figlie, “gettatela nella spazzatura se è femmina”, dicono, perchè rischiano di essere picchiate e ripudiate, incapaci di partorire maschi. Se non ci credete, guardatevi il bellissimo film di Jafar Panahi “Le cercle” che testimonia la maledizione di nascere donne in un paese mussulmano.

La costruzione dell’identità femminile e maschile nel mondo islamico si fonda sullo HOJB e la HAYA della donna; il NAMOUS e il QUYERAT dell’uomo. Cioè il pudore e la vergogna di essere nata femmina; l’onore sessuale e lo zelo, cioè il privilegio di essere nato maschio.

Il namous maschile ha come garante la madre, la sorella, la moglie, la figlia. Lo zelo è il potere di imporre il velo alle donne, garanzia dell’onore sessuale dell’uomo. Il corpo della donna è la colpevolezza in persona, perchè crea il desiderio, causa di peccato, di violenza, di incesto, minaccia permanente per i dogmi e la morale islamica. Il ‘doudou‘ che la madre non lascia mai in mano al figlio maschio, porta l’odore del peccato incestuoso che potrebbe proiettarsi sul figlio: egli la può vedere solo velata. Una forma islamica, forse, del complesso edipico.

L’onore intaccato viene lavato con il sangue della donna.

Imprigionato nel velo, che delimita lo spazio concessogli, il corpo è colpa, ma anche oggetto del desiderio represso maschile, in cerca di soddisfacimento. Per questo, quando le adolescenti sono ‘pronte’ come oggetti sessuali per il mercato del sesso e del matrimonio, si impone loro il velo. Il richiamo della foresta. Che la donna sia un oggetto sessuale nato per soddisfare le voglie del maschio, non è un mistero: il Corano dedica numerose pagine al basso ventre maschile e alle donne che devono ‘servirlo’. Anche i piaceri del paradiso sono maschili: ai buoni mussulmani, ai martiri dell’islam , sono riservate “hauris” eternamente belle, giovani, vergini e riverginate dopo ogni coito. Il pene è ritto e inesauribile, senz’altro a compensazione della loro eiaculazione precoce.

Le ‘madri’ invece hanno il paradiso sotto i piedi e niente di ciò che è riservato agli uomini; se sono disgraziate, sterili, manco lo vedono.
Senza il velo delle donne, i maschi mussulmani sono nullità.

Hojb e haya sono, invece, il pudore e la vergogna, la maledizione di nascere donna. La materialità del velo definisce lo spazio femminile.

Come personificazione del peccato e al contempo oggetto del desiderio maschile, socialmente esclusa nella prigione del velo, la donna islamica non conta niente, non ha alcun diritto, deve restare al suo posto, il suo corpo costretto ad abitare il velo! Per tutta la vita.

Il velo, lo hijabe, non è dunque un foulard messo in testa o un segno religioso, ma la violenza più antica e più barbara perpetrata contro le donne.

Visto che i patriarchi mussulmani lo spacciano per ‘identità culturale’ e ‘libertà’ e lo adorano tanto, che se lo mettano loro addosso questa morte in vita, così sapranno di che cosa parlano!
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Riferimenti: Strappatevi il velo!

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