Archivio

Archivio Febbraio 2004

Le donne immigrate contro l’infibulazione

28 Febbraio 2004 1 commento

Mutilazioni, la parola alle donne immigrate

La proposta del dottore somalo Omar Abdulkadir dell’ospedale Careggi di Firenze sull’«infibulazione soft» ha avuto il merito di riportare la questione delle mutilazioni genitali femminili all’attenzione dell’opinione pubblica proprio nel momento in cui è in discussione la legge sulle «disposizioni concernenti il divieto delle pratiche di mutilazione sessuale». E forse riuscirà persino a fare emergere – prima che la legge venga approvata anche alla camera (comunque poi dovrà tornare al senato, visto che sicuramente verrà cambiata) – l’opinione delle donne immigrate che finora non erano state interpellate. Questo è almeno l’impegno preso dalla relatrice della legge Carolina Lussana (Lega) e da altri deputati, che sembra mantenuto a giudicare dalle ultime decisioni. A rompere il ghiaccio è stato un incontro con le donne immigrate organizzato la settimana scorsa presso l’ex hotel Bologna dall’Aidos, l’associazione che da vent’anni si occupa di mutilazioni genitali femminili, su sollecitazione delle deputate di Rifondazione comunista Elettra Deiana e Tiziana Valpiana. Il dibattito serrato, che ha visto incrociarsi i temi relativi alla penalizzazione delle mutilazioni con il modo per eliminare una pratica tremenda, ha messo in evidenza quanto l’aberrazione di una «infibulazione soft» si scontri con una realtà di donne immigrate che ha ampiamente superato un dibattito puramente strumentale costruito da maschi (ma che ha avuto anche la «comprensione» di donne).

«Questa pratica non si combatte né con la stigmatizzazione, né con il relativismo culturale», sostiene Mariam Ismail delle Donne in rete di Milano. Mariam, Saida, Layla, Diye e Tsenainesh si ribellano all’idea di portare una loro bambina davanti a un ginecologo e farle allargare le gambe, fosse anche per mettere una pomatina e poi praticare una puntura di spillo. «Io non posso vedere un ago senza pensare all’infibulazione». «Nessuno ha pensato all’umiliazione? Alla dignità della persona? Per avere un certificato che è una discriminazione, un certificato non è forse come il vostro lenzuolo che testimoniava la verginità?», ha detto Saida Ahmed di Alma terra di Torino. Già: la verginità da difendere, proteggere ed esibire. «Non posso accettarlo, non come donna emancipata ma come donna africana», sostiene Mariam Ismail con orgoglio.

Che sprigionano tutte quando parlano della loro realtà qui in Italia, ma anche in Africa: in Sudan le lotte contro l’infibulazione sono iniziate negli anni venti, in Somalia negli anni cinquanta; e aggiunge la più giovane, Diye Ndiaye, di origine senegal-zairese, persino «in molti villaggi del Senegal la pratica è stata abolita». E a chi sostiene che ci sarebbero ragazze che a diciott’anni chiedono di essere infibulate per essere accettate come donne, le presenti sostengono che si tratta di «leggende metropolitane». Né loro, né i loro mariti vogliono le figlie infibulate, sostengono. E comunque non è il caso di alimentare le pretese di qualche maschio che lo esigesse.

Se le donne immigrate sono decisamente contrarie a qualsiasi forma, anche simbolica, di infibulazione, non sono comunque favorevoli ad una legge ad hoc per punire un reato che è già previsto dal codice penale, sotto il capitolo di lesioni personali gravissime (in quanto permanenti). Perché altrimenti il reato assumerebbe una connotazione etnica, una «etnicizzazione». Inoltre, le organizzazioni di donne impegnate nel combattere l’infibulazione sono contrarie a che una bambina che ha già subito il trauma della mutilazione ne subisca un altro se privata dei genitori. La legge è ora in discussione alle Commissioni giustizia e affari sociali, dove è stata esclusa l’espulsione prevista dopo aver scontato la pena – ancora molto pesante se non si tratta di cittadino italiano – che invece era prevista dal testo approvato dal senato. I tempi per il passaggio in aula si stanno allungando e hanno fatto saltare il calendario previsto, non solo per il numero di emendamenti ma anche perché, finalmente, i deputati hanno deciso di ascoltare associazioni ed esperti – le audizioni dovrebbero iniziare il 2 marzo. E speriamo che queste testimonianze possano sconfiggere quella logica che finora ha sotteso la proposta di legge e che sostanzialmente si rifà alla legge Bossi-Fini sull’immigrazione. (GIULIANA SGRENA)
———————————————

INTERVISTA

Anche con uno spillo è violenza

Graziella Sacchetti, ginecologa a Milano, dice no all’infibulazione soft. «E’ una pratica che sancisce la sudditanza del corpo femminile»

Mediare, contrattare, fare compromessi. Per la ginecologa Graziella Sacchetti, responsabile all’ospedale San Paolo del Centro salute e ascolto per le donne immigrate e i loro bambini, è pratica quotidiana. Ciò nonostante il suo no alla puntura di spillo sulla clitoride come alternativa soft alla sunna e all’infibulazione è netto. Omar Abdulkadir, il medico somalo-fiorentino che ha avanzato la proposta, lo definisce un «rito simbolico». Se è un rito, obietta Sacchetti, perché fare in ospedale un atto che non ha altra valenza se non quella di «istituzionalizzare» il potere maschile sul corpo delle donne? La logica della riduzione del danno si giustifica nei paesi africani, aggiunge, importata di peso qua da noi scade nel «relativismo culturale».

Dieci anni fa hai lavorato due anni a Gibuti, nel Corno d’Africa dove le mutilazioni genitali femminili sono la norma. Cosa hai imparato da quell’esperienza? E da allora è cambiato qualcosa?

Il 99% delle donne che si presentavano in ospedale avevano subito mutilazione genitali classificate dall’Oms di secondo e di terzo tipo, le più invasive. La mutilazione di primo tipo è l’asportazione del cappuccio della clitoride, la cosiddetta sunna. Quando si pratica anche l’asportazione delle piccole labbra la mutilazione è di secondo tipo, quando si aggiunge anche l’asportazione delle grandi labbra e si cuce il poco che è rimasto è di terzo tipo. All’inizio, di fronte a questo orrore, di fronte alle infermiere che mi dicevano che dovevano sacrificare le figlie altrimenti non si sarebbero sposate, ho avuto una reazione di rifiuto. Poi ho capito che l’abbandono delle tradizioni richiede tempi lunghi, è un percorso a tappe e non può essere imposto dall’alto. L’impegno delle donne gibutine è riuscito a ottenere che ora si pratichi solo la sunna e che la si faccia in ospedale. Questo permette di contattare le donne, dà la possibilità di spiegare perché non farla.

Al San Paolo come affrontate il problema delle mutilazioni genitali?

Alle donne infibulate che devono partorire proponiamo un intervento di scucitura che in genere viene fatto al quinto mese di gravidanza. Ma vengono anche ragazze giovani, somale, eritree, sudanesi, che chiedono l’intervento prima di sposarsi. In genere arrivano da noi con alle spalle un pessimo rapporto con medici e strutture sanitarie italiane, temono di essere prese per fenomeni da baraccone. La loro è una scelta sempre individuale, cercano un rapporto privato, non vogliono parlare di ciò che hanno subito.

Le comunità immigrate continuano a praticare le mutilazioni genitale o clandestinamente in Italia o mandando le bambine nei paesi d’origine. Questo fatto non obbliga ad accettare la puntura di spillo come il male minore?

Riconosco la buona intenzione, ma non condivido la proposta di Omar Abdulkadir. Sostiene d’averla pensata d’intesa con le comunità. Ma i capi di queste comunità sono maschi. Le donne immigrate e italiane che da anni si battono contro le mutilazioni genitali si sono sentite abbandonate e tradite da questa proposta che assegna agli ospedali un compito incongruo e li coinvolge in una pratica che comunque tocca il corpo femminile per sancirne la sudditanza. Detto questo, penso che la proposta toscana sia sbagliata anche per ragioni pratiche. Chi pretende la sunna non si accontenterà di una puntura di spillo. E a chi basta la puntura di spillo può fare a meno anche di quella.

L’esito del tuo no è che la logica della riduzione del danno va bene là, in Africa, ma non qua, in Italia.

Non mi sembra imbarazzante riconoscere che ci sono condizioni diverse e sostenere che il contesto sociale conta. Se importo in Italia una pratica, pur se in versione soft, le do valore, l’accetto. Così do per scontato che l’atteggiamento delle donne sia immodificabile in eterno. Il punto di principio su cui non bisogna transigere, neppure a livello simbolico, è l’integrità del corpo femminile.

Ad esempio?

Una donna sudanese dopo il parto voleva essere ricucita. Ho spiegato a lei e al marito perché non l’avrei fatto. «Allora mi dia almeno un punto», è stata la sua ultima richiesta. L’ho fatto. Questa mi pare una contrattazione possibile. Agita tra individue, non tra comunità maschili e lo Stato italiano chiamato a autorizzare riti negli ospedali.

Insomma, credi di più in un lavoro minuto, interpersonale, che in una trovata che finisce sui giornali.

Il nostro è un lavoro da talpa che non si fa a colpi di assemblee. Ho provato anche quelle, ma ci ritrovavamo sempre tra donne italiane. Bisogna formare gli operatori sanitari, parlare delle mutilazioni genitali nei consultori. Le mediatrice culturali sono una risorsa preziosa, da valorizzare non come mere traduttrici da una lingua all’altra. Le somale l’italiano lo parlano bene. Se tacciono sulle mutilazioni, non è per un problema di lingua.

Come giudichi il progetto di legge che introduce un reato specifico per le mutilazioni genitali femminili?

Nelle riunioni di Crinali, la cooperativa di donne di cui faccio parte, ne abbiamo discusso. Siamo contrarie. C’è la Costituzione, ci sono già le leggi a tutela dell’integrità del corpo e della salute. Bastano quelle, tant’è che sono già state emesse due sentenze di condanna per mutilazione. Introdurre un reato ad hoc criminalizzerebbe una cultura e i genitori che sottopongono le figlie alle mutilazioni. La minaccia di perdere la patria potestà non aiuterebbe il lavoro di prevenzione. (MANUELA CARTOSIO)

(Tratti da il Manifesto del 28.2.04)
————————————————-
Riferimenti: Il buchino piccolino

L’angolo della poesia

24 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Ode all’imparare

Impara quel che è più semplice!
Per quelli il cui tempo è venuto,
non è mai troppo tardi!
Impara l’abc; non basta, ma imparalo!
E non ti venga a noia!
Comincia! Devi saper tutto, tu!
Tu devi prendere il potere.

Impara, uomo all’ospizio!
Impara, uomo in prigione!
Impara, donna in cucina!
Impara, sessantenne!
Tu devi prendere il potere.

Frequenta la scuola senzatetto!
Acquista il sapere, tu che hai freddo!
Affamato, afferra il libro: è un’arma!
Tu devi prendere il potere.

Non aver paura di chiedere
Non lasciarti influenzare,
Verifica tu stesso!
Quel che non sai tu stesso,
non lo saprai.

Controlla il conto,
sei tu che lo devi pagare.
Chiedi: e questo, perché?
Tu devi prendere il potere.

(Bertold Brecht)
——————————————-

Frammenti

Angoscia
(In viaggio sul treno, 17/03/03)

Mi struggo,
all?improvviso mi struggo

Un nodo alla gola, mi manca
il
respiro

Ricordi, timori,
il presente è
passato

Il futuro
mi attanaglia all?istante

Se l?angoscia è questo
struggimento

Vorrei vivere senza.

* * *

In carcere, nel sogno
(Ibidem)

Mi trovo in carcere, nel sogno

Siamo in tanti, in tanti
mi salutano

E? un complotto, si sa

Ma il clima non è greve

C?è tanta,
solidarietà.

* * *

Vivere è navigare

Vivere è navigare,
in mezzo ai flutti.

Ieri,
li ho superati.

Oggi, sto lottando,
li supererò.

Domani, anche,
lo spero.

Prima o poi,
un’onda più alta

mi sommergerà.

(S.)
———————————————————

Riferimenti: Il sito italiano della poesia

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

La famiglia che uccide.

20 Febbraio 2004 8 commenti

Le donne borghesi, impegnate in ‘carriera’ non hanno tempo per i figli

Una signora milanese, li aveva affidati ad una ‘baby-sitter’ dal curriculum impeccabile, laureata in filologia e traduttrice in lingua italiana, inglese, francese e tedesco, raccomandata da una agenzia di ‘prima’.

La baby-sitter,con tutto il suo bel curriculum, da due anni le seviziava i figli di 8 e 5 anni provocando loro cicatrici e congestioni delle parti intime compatibili con violenze sessuali.

Lei non si è mai accorta di niente. Sarebbe meglio non commentare …

Eppure non posso fare a meno di chiedermi:

1) possibile che in due anni questa mamma non si è accorta, mai, delle cicatrici sui corpi dei figli? Possibile che non abbia mai fatto loro, personalmente, un bagno?

2) possibile che i bambini, per due anni abbiano taciuto?
Che razza di rapporto avevano e hanno con i genitori? Non una parola, non una confidenza … solo repressione, paura e vergogna.

La famiglia che uccide e le due vittime, i bambini, nati per caso da genitori borghesi, ne pagano la conseguenze, per tutta la vita, perchè le sevizie sessuali rimangono nel corpo e nell’anima.
——————————————————-

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Donne organizzate contro i «tagli» di Sharon

19 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Tel Aviv scopre gli espropri delle «Leonesse»: assediano banche, danno ai poveri alimenti requisiti, chiudono l’acqua ai ricchi

Le «Leonesse» sono tornate a colpire, in silenzio, puntando con decisione a uno degli organi vitali del sistema capitalistico che in Israele tiene in scacco centinaia di migliaia di persone: le banche.

Ayala Sabag e le sue compagne, tutte dei Katamonim, i rioni più poveri di Gerusalemme dove la fame non è una statistica ma un fattore costante della vita quotidiana, hanno sequestrato il materiale pubblicitario della Jerusalem Bank e della Discount Bank per protestare «contro gli alti tassi di interesse e le commissioni che arricchiscono gli istituti bancari e impoveriscono il popolo». E hanno cercato di entrare nella sede centrale di HaPoalim Bank, presso l’isola pedonale BenYehuda, ma sono state fermate dai guardiani.

A guidare queste donne non c’è un movimento organizzato e neppure i laburisti di Shimon Peres e i leader del Meretz (sinistra sionista) che delle lotte operaie e del socialismo oggi hanno solo un vago e lontano ricordo. C’è invece la disperazione, immensa, provocata dalla politica del ministro delle finanze Netanyahu che taglia i sussidi agli israeliani poveri e assegna invece generose quote del bilancio pubblico alla difesa e alla colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. La commissione finanze della Knesset [il parlamento] ha approvato martedì stanziamenti per altri 20 milioni di dollari agli insediamenti ebraici (un milione servirà a proteggere la casa comprata nel 1988 dal premier Sharon nel quartiere musulmano della città vecchia di Gerusalemme). E ieri il movimento Peace Now ha confermato che nel 2003 il governo non ha smantellato i 102 avamposti colonici eretti in Cisgiordania, anzi in molti di loro c’è stato un passaggio graduale dalle case prefabbricate agli edifici in muratura.

Ayala Sabag e le altre «Leonesse» non hanno una preparazione politica e i Katamonin non sono mai stati una raccoforte della sinistra, al contrario molti degli abitanti fanno il tifo per Sharon. Non denunciano la colonizzazione dei Territori occupati che assorbe enormi risorse del paese. Non ne sono consapevoli. Ma hanno il coraggio di agire e di contrastare la politica economica di Netanyahu e di Sharon, senza paura, in modo molto più aperto e netto dei laburisti che, peraltro, non rinnegano la svolta liberista compiuta anni fa. Persino il quotidiano «pacifista» Haaretz non riesce a comprendere il significato della battaglia avviata dalle «Leonesse», così come non capì subito il valore della lotta di Vicky Knafo che più di un anno fa dalla città isolata di Mitzpeh Ramon arrivò a piedi a Gerusalemme per far sentire la voce della madri-single costrette a fare i conti con i drastici tagli ai sussidi alle famiglie numerose passati da 3.091 shekel (circa 560 Euro) a 1.836 shekel.

Prive di un punto di riferimento a sinistra, le «Leonesse» procedono con gesti simbolici e qualche «esproprio proletario». Ad inizio febbraio si sono impossessate di scorte di pane a Beer Sheba (Neghev) e a Gerusalemme e le hanno distribuite nei rioni poveri delle loro citta’ in reazione alla decisione del governo di aumentare del 30% il prezzo della farina. Poi hanno rastrellato quanto hanno trovato in alcuni supermercati e lo hanno distribuito ai bisognosi. Qualche giorno dopo hanno brevemente interrotto l’erogazione dell’acqua in due quartieri benestanti – Bet HaKerem e Rehavia – di Gerusalemme «per far provare ai ricchi cosa sentono i poveri quando, per debiti, il municipio chiude i loro rubinetti».

Occupati a riferire giorno dopo giorno le promesse di «separazione unilaterale» dai palestinesi fatte da Sharon e le vuote dichiarazioni degli ideologi dell’occupazione dei Territori e della colonizzazione, i media hanno trascurato la protesta di quella parte della società israeliana schiacciata dal peso della recessione, mentre in molte cittadine, dove il deficit pubblico è ormai endemico, i dipendenti comunali non ricevono lo stipendio da mesi; alcuni da oltre un anno e mezzo, vivono di elemosine. Gli ebrei ultra-ortodossi fanno fronte alla povertà grazie ad una rete di solidarietà tra religiosi che almeno assicura un pasto al giorno a bambini e anziani. I laici invece fanno i conti ogni giorno con i prezzi elevati dei generi alimentari. Il resto – cinema, abiti, divertimenti – è un sogno per centinaia di migliaia di israeliani. A Efrat, Maale Adumim, Ariel, Immanuel, Elon Moreh e in tutte le colonie ebraiche (ad eccezione dell’ultra-ortodossa Beitar Elite), lo standard di vita è alto, grazie a incentivi, sussidi governativi e sgravi fiscali a scuole e trasporti quasi sempre gratuiti. Ufficialmente la disoccupazione in Israele è al 10,3% ma secondo fonti indipendenti è al 16%. Lo stipendio medio (lordo) era a settembre di 7.075 shekel (circa 1.250 Euro). A novembre è calato a 6.819 shekel e il 27,8% dei lavoratori israeliani guadagna metà dello stipendio medio (dati dell’Ufficio centrale di statistica).

«Tante famiglie povere non hanno chiesto spiegazioni. Si sono limitate a ritirare i sacchetti. Almeno i loro figli non sono andati a scuola con i morsi della fame. – ha detto Ayala Sabag ricordando la distribuzione del pane alla periferia di Gerusalemme – Nei Katamonim la metà del rione è da tempo senza acqua» perché il municipio infierisce contro i poveri che non pagano la bolletta. «Per questo – ha aggiunto – abbiamo bloccato l’erogazione, per far sentire ai ricchi le nostre sofferenze. Ci aspettiamo che anche chi in Israele sta bene protesti e solidarizzi con noi». Onore alle “Leonesse”, in quanto lottatrici coraggiose: avranno modo di sperimentare come i benestanti siano, invece, i responsabili del loro malessere!

(Liberamente tratto da: il manifesto, Michele Giorgio, 19.2.04)
————————————————————
Riferimenti: Palestinesi e israeliani

La mia mamma sapeva fare la spesa, voi no!

12 Febbraio 2004 6 commenti

Mo’ Berlusconi attacca con le casalinghe che non sanno fare la spesa come la sua mamma

Che risparmiava tanto girando le bancarelle del mercato, prima a sinistra e poi a destra. Ho provato pure io, tutto il giorno a girare per il mercato, solo che non avevo una lira da spendere. Con 1000 euro, al 15 del mese non si arriva.

La sua mamma,invece, era fortunata, faceva la spesa con i soldi della banca Rasini, dove lavorava il marito. Risparmiava al mercato e metteva da parte per il suo Silvio, che ha potuto fare carriera e dimostrare agli scemi come noi come si fanno i soldini.
———————————————————–
Riferimenti: Fare la spesa con l’Euro

Categorie:Senza categoria Tag: , , ,

Bas les voiles! Via il velo dal velo!

12 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Il presidente Mohammad Khatami, si è dato un gran da fare a celebrare il disastro storico dell’Iran nel 1979: ha esaltato la sua repubblica islamica, con la sura, il Corano, la charia, gli hadiths, il velo nero, l’identità, la cultura, la “libertà” per le donne.

Ma di quale identità e libertà parla il patriarca mussulmano?

La condanna delle donne ad essere mussulmane e abitare un corpo velato? Infame! Via il velo dal velo, per dio! Urliamo a tutto il mondo cosa significa il velo, cosa protegge, cosa dissimula, cosa nasconde veramente!

Le donne non hanno scelto di velarsi, sono state velate, come sono state costrette ad infibularsi. Il velo nasconde una vergogna: l’essere nata donna. Per i mussulmani, la nascita di una femmina è un’onta da nascondere, perchè non è maschio. Spesso le madri che partoriscono si augurano di morire con le figlie, “gettatela nella spazzatura se è femmina”, dicono, perchè rischiano di essere picchiate e ripudiate, incapaci di partorire maschi. Se non ci credete, guardatevi il bellissimo film di Jafar Panahi “Le cercle” che testimonia la maledizione di nascere donne in un paese mussulmano.

La costruzione dell’identità femminile e maschile nel mondo islamico si fonda sullo HOJB e la HAYA della donna; il NAMOUS e il QUYERAT dell’uomo. Cioè il pudore e la vergogna di essere nata femmina; l’onore sessuale e lo zelo, cioè il privilegio di essere nato maschio.

Il namous maschile ha come garante la madre, la sorella, la moglie, la figlia. Lo zelo è il potere di imporre il velo alle donne, garanzia dell’onore sessuale dell’uomo. Il corpo della donna è la colpevolezza in persona, perchè crea il desiderio, causa di peccato, di violenza, di incesto, minaccia permanente per i dogmi e la morale islamica. Il ‘doudou‘ che la madre non lascia mai in mano al figlio maschio, porta l’odore del peccato incestuoso che potrebbe proiettarsi sul figlio: egli la può vedere solo velata. Una forma islamica, forse, del complesso edipico.

L’onore intaccato viene lavato con il sangue della donna.

Imprigionato nel velo, che delimita lo spazio concessogli, il corpo è colpa, ma anche oggetto del desiderio represso maschile, in cerca di soddisfacimento. Per questo, quando le adolescenti sono ‘pronte’ come oggetti sessuali per il mercato del sesso e del matrimonio, si impone loro il velo. Il richiamo della foresta. Che la donna sia un oggetto sessuale nato per soddisfare le voglie del maschio, non è un mistero: il Corano dedica numerose pagine al basso ventre maschile e alle donne che devono ‘servirlo’. Anche i piaceri del paradiso sono maschili: ai buoni mussulmani, ai martiri dell’islam , sono riservate “hauris” eternamente belle, giovani, vergini e riverginate dopo ogni coito. Il pene è ritto e inesauribile, senz’altro a compensazione della loro eiaculazione precoce.

Le ‘madri’ invece hanno il paradiso sotto i piedi e niente di ciò che è riservato agli uomini; se sono disgraziate, sterili, manco lo vedono.
Senza il velo delle donne, i maschi mussulmani sono nullità.

Hojb e haya sono, invece, il pudore e la vergogna, la maledizione di nascere donna. La materialità del velo definisce lo spazio femminile.

Come personificazione del peccato e al contempo oggetto del desiderio maschile, socialmente esclusa nella prigione del velo, la donna islamica non conta niente, non ha alcun diritto, deve restare al suo posto, il suo corpo costretto ad abitare il velo! Per tutta la vita.

Il velo, lo hijabe, non è dunque un foulard messo in testa o un segno religioso, ma la violenza più antica e più barbara perpetrata contro le donne.

Visto che i patriarchi mussulmani lo spacciano per ‘identità culturale’ e ‘libertà’ e lo adorano tanto, che se lo mettano loro addosso questa morte in vita, così sapranno di che cosa parlano!
—————————————————–
Riferimenti: Strappatevi il velo!

Categorie:Senza categoria Tag: ,

Iran: l?11 febbraio 1979 veniva proclamata la ?repubblica islamica?

11 Febbraio 2004 Commenti chiusi

A 25 anni dal compimento della contro-rivoluzione iraniana

Oggi ricorre il 25simo non della ?rivoluzione?, bensì della contro-rivoluzione iraniana

Il presidente Mohammad Khatami, intervenendo alla manifestazione odierna a Teheran, ha detto che le prossime elezioni del 20 febbraio costituiscono un’importante prova di democrazia. Egli ha anche affermato che l’Iran ha tre opzioni: quella di imitare l’Occidente perdendo la propria identità, abbracciare l’estremismo oppure scegliere il sentiero della Repubblica islamica e delle riforme. La prima strada è quella della sottomissione agli imperialismi occidentali (la via dello scià deposto). La seconda è quella della guerra civile, della resa dei conti tra le classi sociali. La terza è quella, attualmente battuta dai gruppi dominanti iraniani, di una ferrea dittatura confessionale della borghesia in funzione anti-proletaria.

L?Iran (ex Persia) ha già vissuto due tentativi di rivoluzioni proletarie.

La prima (pressoché sconosciuta) del 1920-21, fu più che altro un tentativo, non riuscito, di esportare dalla Russia sovietica la rivoluzione bolscevica in Persia.

La seconda, con radici interne e partecipazione di massa, del 1978. Iniziata con le manifestazioni di Qom e Tabriz del gennaio-febbraio 1978, proseguita con i tumulti di Isfahan e Teheran di agosto, si è via via intensificata e massificata, fino a giungere alle violente manifestazioni di Teheran di settembre, costate centinaia di morti tra i rivoltosi. Alla fine, il proletariato e il popolino iraniani riusciranno a sconfiggere a mani nude uno dei più forti eserciti del mondo, chiamato degli ?Invincibili?.

Tuttavia, la tendenza borghese religiosa, capitanata da Khomeini, espressione delle classi proprietarie e commerciali, avrà il sopravvento, trasformando il tentativo di rivoluzione anti-borghese in controrivoluzione anti-proletaria.
————————–

PARTITO COMUNISTA OPERAIO D’IRAN

ASSASSINATI 4 OPERAI DURANTE UNO SCIOPERO

La Repubblica Islamica d?Iran ha trasformato una protesta operaia in una atrocità!

Il mondo deve protestare contro questa atrocità!

Alle organizzazioni operaie, socialiste, dei diritti umani, e ai partiti politici di sinistra:

Vi scrivo per una questione urgente riguardo un recente attacco brutale contro operai in Iran. Il 23 gennaio 2004 la Repubblica Islamica d?Iran ha commesso ancora un?altra atrocità. A una protesta e sit-in degli operai del rame contro i licenziamenti e per decenti condizioni di vita e di lavoro ha risposto uccidendoli. Le forze speciali repressive del regime islamico, cioè commando speciali con elicotteri, hanno aperto il fuoco sugli operai in protesta sotto la direzione del governatore della città di Babak. Più tardi, hanno attaccato le famiglie e i compagni degli operai che tenevano una manifestazione in solidarietà con gli operai in sciopero. Sono stati uccisi almeno quattro operai, Mahdavi, Javadi, Momeni, Riyahi. Decine di persone sono rimaste ferite nell?assalto; le condizioni di molti sono critiche. Questa è la risposta della capitalista Repubblica Islamica agli operai che vivono al di sotto della soglia di povertà e devono lottare contro lo spettro della disoccupazione e della fame e che non hanno alcuna rete di salvezza né di sicurezza. In protesta contro queste brutali uccisioni, la popolazione di Babak e Khatoon-abad è entrata in sciopero generale. Si sono riuniti intorno alle case degli operai caduti in solidarietà e protesta. Le forze speciali della Repubblica Islamica, comunque, continuano il loro assalto, braccando casa per casa e arrestando gli operai e la gente della zona.

La Repubblica Islamica d?Iran è un governo oppressivo, ben noto per i suoi assassinii ed esecuzioni. In anni recenti, comunque, nella sua profonda crisi, il regime islamico non ha osato commettere tali aperti crimini per la pressione popolare contro di esso. Ora il mondo deve rispondere a questi disumani assassini e mettere sotto pressione il regime perché non diventino un tratto caratteristico della politica del regime islamico nei confronti delle proteste operaie.

La privatizzazione e l?imposizione di generalizzati licenziamenti per ?ridondanza? senza alcuna compensazione colpiscono gli operai in Iran con peggiori condizioni lavorative e sono la politica ufficiale del regime. Tale politica ha rovinato milioni di operai in Iran. La protesta operaia contro tale politica ? generalizzata. Per esempio, gli operai petrolchimici dell?industria iraniana del petrolio stanno protestando e scioperando da tre mesi. Gli operai della fabbrica automobilistica di Iran-Khodro si stanno battendo per un contratto di impiego formale. In questa fabbrica, il ritmo di lavoro è così intenso che due giovani operai, Peyman Razielo di 25 e Omid Oladi di 22 anni, hanno perso conoscenza durante il lavoro e sono poi morti nei due mesi scorsi. La Repubblica Islamica ha prevenuto qualsiasi inchiesta sulle morti. Si tratta soltanto di esempi delle condizioni insostenibili della classe operaia in Iran delle quali sono sicuro siete ben coscienti. In risposta a tale situazione, il senso di solidarietà nella classe operaia in Iran si fa più forte. Una potente solidarietà internazionale con gli operai in Iran contribuirà positivamente a questo processo e supporterà la lotta degli operai e settori dei lavoratori contro il regime islamico.

Finora, la classe operaia in Iran ha goduto dell?appoggio attivo dei sindacati a livello internazionale. La situazione attuale si fa urgente. Le dimensioni dell?attacco della classe dominante agli operai sono assai estese e il regime islamico commette enormi atrocità contro la classe operaia.

Alla luce di quanto detto, vi sollecitiamo a:

Condannare la Repubblica Islamica d?Iran per aver sparato e ucciso gli operai di Khatoon-abad ed esigere che i responsabili di tale atrocità ne rispondano a un tribunale pubblico.

Richiedere che una delegazione internazionale visiti l?Iran per investigare tale atrocità.

Appoggiare gli operai del rame, i petrolchimici e i metalmeccanici di Iran-Khodro e le loro richieste.

Appoggiare le richieste dei lavoratori in Iran per il diritto a organizzarsi, la libertà di espressione, di riunione e di sciopero e per metter fine a ogni licenziamento dei lavoratori ?ridondanti?.

Incoraggiare altre organizzazioni sindacali e operaie ad appoggiare gli operai in Iran e far pressione sui rispettivi governi affinché a loro volta nei forum internazionali esercitino pressione sulla Repubblica Islamica riguardo l?oppressione degli operai in Iran.
————————————–

Recensione: Storia dell’Iran

di Farian Sabahi, Bruno Mondadori, 2003.

«Se dovessi attribuire un colore all’Iran del Novecento, probabilmente sceglierei il nero», scrive Farian Sabahi – docente all’Università di Ginevra – nella premessa di questo libro. Lontano, ma non troppo, dal simbolismo luttuoso che un’immagine di questo tipo evoca, tale tinta ben rappresenta la realtà complessa di una nazione attraversata spesso da spinte contraddittorie. Nero è il petrolio, la maggiore ricchezza del paese, fortuna e maledizione del popolo iraniano; nero è il colore del turbante dell’imam Khomeini e del clero discendente dal profeta Mohammed; nero è, ancora, il chador, segno di una religiosità … [imposta da secoli di oppressione femminile]. Con un’unica pennellata si delineano i contorni di una figura viva e in movimento, di un paese dove il succedersi di leader dalle personalità contrapposte si intreccia e si sovrappone con le pressioni delle potenze occidentali e con i tanti mutamenti di una società sempre in fermento. Un affresco difficile da realizzare che Sabahi esegue con invidiabile maestria: ripercorrendo gli ultimi cent’anni di storia, la scrittrice fa rivivere gli intrighi di palazzo, le alleanze, le rivoluzioni e le guerre che hanno segnato uno dei paesi ancora oggi meno conosciuti al mondo.

È un testo divulgativo quello che l’autrice voleva proporre, nato dagli incontri con i suoi studenti e dal desiderio di approfondire alcuni temi. E il tentativo sembra andare a segno. Con la sua chiarezza di linguaggio, le schede di approfondimento, il glossario e la cronologia finali, il libro si presta a diverse tipologie di lettura: potrà essere usato come manuale, consultabile saltuariamente da mani esperte o alle prime armi; oppure trasformarsi in romanzo storico per appassionati.

Da divorare, in tal caso, tutto d’un fiato.

(Da Le Monde Diplomatique, gennaio 2004, Tiziana Barrucci)
—————————————————–
Riferimenti: Rivoluzione e contro-rivoluzione in Iran

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , ,

La "cipolla" e il "tiramisù"

9 Febbraio 2004 Commenti chiusi

Un noto sociologo ci spiega. “Una volta si pensava la società come una piramide, base larga e vertice … dal dopoguerra l’immagine diventa quella di una cipolla a strati dove sono cresciute molto le figure nel mezzo …

Oggi non sappiamo bene che cosa succede nel centro della stratificazione, del disagio di molte fazioni del ceto medio: qualcuno scivola verso il basso, altri continuano a restare dove sono, qualcuno sale. Come se ne esce? Se lo sapessi farei il profeta.”

Ma santo iddio, con tutti i soldi che guadagna, non sa risolvere l’enigma della cipolla! Lo chieda a Fini, che in materia la sa lunga: Cari ceti medi, asciugatevi le lacrime, non piangete più. Ho pronto per voi un bel ‘tiramisù’ e, per i proletari in bolletta, una bella ‘cipolla’da far venire loro gli occhi rossi.

Un solo inconveniente alla cura: se gli occhi dei proletari diventano troppo rossi, c’è il rischio che si incazzino davvero
———————————————————————–

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

Revolving card o … revolver card?

9 Febbraio 2004 1 commento

Non si capisce bene perchè la nuova carta di credito l’hanno chiamata così. E’ l’ultima trovata del sistema creditizio. Funziona come il serbatoio di un’auto a noleggio: te lo danno pieno, tu lo vuoti, ma se vuoi ripartire lo devi restituire pieno, anzi di più, con tassi di interesse insopportabili. Eppure quasi sette milioni di italiani hanno il tasca il revolving-card. O il revolver per spararsi? Sarà per questo che si chiama così.

“Le mie spese sono sempre più fisse. Oltre al mutuo amche le rate. Non ho più libertà”. “Le strade alternative le ho provate tutte: cessione del quinto dello stipendio per pagare mutuo, rate. Ho chiesto un prestito di 3000 euro a una finanziaria esosissima per pagare un pò di debiti”;
“… devo scegliere tra il dentista e le scarpe, non è umano”; “mi sento prigioniera. La mia busta paga è già spesa prima ancora di finire sul conto …”.

Una casalinga di Pesaro, causa le rate della lavatrice e della camera da letto, stava per inghiottire, tutta in una volta, la razione mensile di tranquillanti. Il figlioletto di sette anni l’ha salvata. Finalmente l’Italia si toglie il velo e mostra il suo vero volto:

” la propensione all’indebitamento delle famiglie, che a dicembre 2002 aveva raggiunto il 35% – spiega un rapporto Assofin, Crif, Prometeia, è stimata ancora in aumento. Gli ultimi dati sull’indebitamento relativo fino al primo semestre 2003, mostrano una crescita del 7,7% … la domanda di credito al consumo, sempre in questo periodo, è cresciuta del 6% … la dinamica delle sofferenze – cioè prestiti e rate impagate, – sono salite da 12.551 del ’99 a 16.806 miliardi di euro”.

Si fregano le mani Agos, Finconsumo, Prestitempo, Findomestic: che affari d’oro stiamo facendo in questi tempi!

E anche Berlusconi: “Italiani, vi avevo promesso il benessere. Ho mantenuto la mia promessa. Siete indebitati? Pas de problème : usate il revolver-card.”
———————————————————————–

Categorie:Senza categoria Tag: , ,

4.500.000 proletari avranno anche loro una casa di proprietà … al cimitero

4 Febbraio 2004 Commenti chiusi

A Milano, nel 2003, sono nate quattro agenzie immobiliari in più ogni giorno, visto che in Italia c’è fame di case. Da comperare naturalmente, non da abitare, perchè di sfitte ce n’è centinaia di migliaia.

I proprietari di di casa, in Italia, sono come le formiche che non si riescono a contare, se non in percentuale. Si sa invece, esattamente, quanti sono gli italiani che una casa propria l’avranno solo al cimitero, sempre che abbiano risparmiato per comperarsi il loculo: 4 milioni e mezzo.

Riporto dal Manifesto:

L’oro sotto il mattone

«Sa quante agenzie immobiliari sono nate a Milano nel 2003? Mille». Sarà un piccolo segnale, ma il numero che Mario Breglia, presidente di «Scenari immobiliari», butta lì al termine del nostro colloquio sulla ricchezza immobiliare, è più indicativo di tante tabelle: a Milano lo scorso anno sono nate 4 agenzie immobiliari in più ogni giorno. Potenza del franchising, del fai-da-te, dell’intraprendenza giovanile (e della mancanza di altri lavori). Ma anche sicuro segno di un mercato febbrile, che negli ultimi anni ha vissuto incrementi di volumi e di valori stratosferici. Un fenomeno molto raccontato sotto il profilo economico e finanziario, pochissimo indagato però sotto il versante della distribuzione del reddito e della ricchezza.

Ottimo affare, il mattone

Negli ultimi anni poi, con la crisi della borsa, è diventato (quasi) l’unico: «In quattro anni i prezzi delle case sono cresciuti in media del 24,4% in termini reali nelle città più grandi e del 13,4% nelle altre». (Nomisma, centro studi bolognese che ha uno dei più importanti osservatori immobiliari in Italia).

Ma chi ci ha guadagnato? «Le famiglie che avevano già case, quelle che hanno comprato negli anni `90», dice Alberto Lunghini, amministratore delegato di Reddy’s Group. «Consideriamo il fatto – dice Lunghini – che l’Italia ha una proprietà immobiliare molto diffusa, dunque i beneficiari di questo aumento di ricchezza sono anche i piccoli proprietari».

Sta di fatto che se uno è proprietario solo della casa in cui vive, l’effetto di aumento del valore dell’immobile non è poi così forte, non potendo venderla per andare a vivere sotto i ponti. «Certo, la prima casa non è un investimento. Pure, nell’aumento di valore c’è un aumento della sicurezza. Per gli altri invece – pluriproprietari di case e terreni, capannoni, uffici eccetera – c’è un vero aumento di ricchezza. Infine – conclude Lunghini – per chi è rimasto fuori dal mercato, ossia 4 milioni e mezzo di famiglie, entrare adesso è quasi impossibile, mentre contemporaneamente lievitano gli affitti».

Prima (provvisoria) conclusione: il boom del mercato immobiliare polarizza la società tra chi è dentro e chi è fuori. Nella media nazionale, «chi è dentro» (proprietario dell’abitazione in cui vive) è sul 70% del totale. Ma nelle grandi città (quelle sopra i 500mila abitanti) la percentuale scende al 55% e tra gli operai al 54% (mentre sale al 75% per imprenditori e liberi professionisti). Seconda conclusione, anch’essa provvisoria: l’incremento di ricchezza «spendibile» riguarda soprattutto i proprietari di seconde, terze, quarte (eccetera) case e di immobili adibiti ad uso diverso (uffici, capannoni, terreni). Già, ma chi sono?

A Nord e Sud

L’esplosione del mercato immobiliare – in termini di numero di compravendite – comincia in Italia ben prima della crisi della borsa (avvenuta nel 2001-2002).L’ ascesa comincia nel `96. Il buon andamento dell’economia, la discesa dei tassi di interesse (con l’accessibilità dei mutui) invitano le famiglie sul mercato. Che poi si impenna, anche come valori. «E’ denaro aggiuntivo che arriva sul mercato», dice Breglia.

Che vuol dire, scusi? «Beh, in parte c’è il ritorno dei capitali dall’estero con lo scudo fiscale di Tremonti; e poi una diversa gestione dei flussi». Le capitali della ricchezza – e dell’investimento – immobiliare sono Roma e Milano.

Qui i prezzi delle abitazioni nel solo 2003 sono saliti, sull’anno precedente, rispettivamente del 16,6 e dell’11,8%. Alle due capitali corrispondono due tipologie di investimenti privati.

«Roma convoglia tutta la ricchezza del centro-sud – spiega Breglia – Il ricco del Sud, di solito un libero professionista, spesso della provincia, sbarca sul mercato romano per comprare una palazzina, un garage con 100 posti macchina, degli uffici: si infila negli interstizi lasciati liberi dalle grandi immobiliari che stanno mettendo a frutto i patrimoni ex-pubblici». Interstizi grassi, a quanto pare.

«Il ricco del Nord – prosegue Mario Breglia – è il piccolo e medio imprenditore che vive tra Bologna e Venezia, che si è scoperto un’anima immobiliare. Compra, compra di tutto, magari per affittare il terreno a un costruttore: tutta la pianura padana è un grande cantiere. E ancora: capannoni, terreni».

Ultimo, «il ricco milanese compra a Milano. O all’estero: a Tallin, che tra un po’ avrà l’euro, e dove ora gli uffici costano solo 1.000? al metro quadro».

Al galoppo

In valori correnti, la curva dei prezzi delle abitazioni in Italia ha un solo segno: sale, sale e sale. Diventa più movimentata se si introducono i valori a prezzi costanti, cioè depurati dall’inflazione: allora si vede che comunque la tendenza è all’aumento, ma con dei picchi improvvisi (all’inizio dei decenni: Settanta, Ottanta, Novanta) e delle discese morbide.

Con l’inizio del nuovo secolo e millennio, com’è noto, siamo di nuovo in salita ripida. Grosso modo, in termini reali, c’è un raddoppio dei valori in trent’anni. Per essere più precisi, la Reddy’s group (società internazionale di valutazioni immobiliari, sede a Milano) sforna i seguenti valori: dal `61 al 2003 i prezzi immobiliari sono cresciuti in media del 10% all’anno. Nel frattempo il costo della vita in media cresceva del 7,2% all’anno. Conclusione: «l’incremento reale composto è pari al 2,3% all’anno in 42 anni».

Il nuovo rentier

I due esperti da noi consultati operano nel campo della valorizzazione degli immobili: quel campo che le grandi società di intermediazione stanno «arando» per conto dei fondi immobiliari, pronti a sbarcare alla grande in Italia per gestire le aree di pregio – centri storici, ma anche importanti snodi dei servizi – acquistate (spesso dalla ex proprietà pubblica), valorizzate e «normalizzate» dagli intermediari.

Ma entrambi ci confermano che sopravvive e anzi cresce la domanda «privata», per le abitazioni come per le destinazioni commerciali: il vecchio bastione dell’investimento sul mattone e della rendita fondiaria. Solo che il nuovo rentier deve darsi un po’ più da fare nella gestione e valorizzazione del suo investimento. «Alcune grandi famiglie ricorrono a fondi lussemburghesi, altri sperano nell’arrivo dell’istituto del trust anche qui in Italia: ma la gran parte ha ancora una gestione diretta e personale del patrimonio».

Allora, andiamo a vedere i dati Ici. Nel `93 – anno in cui fu istituita l’imposta – fu fatto uno studio secondo il quale su 22 milioni di immobili circa il 50% era prima casa.

Da allora, lo stock delle abitazioni è salito a 28.328.810, ma è anche successo di tutto: alcuni enti pubblici hanno venduto, molte famiglie hanno comprato la prima casa. Ma nessuno ha pensato che fosse utile aggiornare quell’inchiesta: premesso che tutte le case sono ricchezza, infatti, un conto è «la prima casa», un conto sono le altre. Su Roma, un calcolo approssimativo degli uffici del comune ci dice che a fronte di circa 600mila «prime case» ce ne sono altrettante che non lo sono. Di queste però almeno 150.000 sono di enti pubblici e 40.000 «in uso gratuito»: oltre 400mila, dunque, sarebbero nel patrimonio di privati (famiglie, costruttori, società).

Anche in questo caso, di fronte alla scarsità di dati pubblici dobbiamo affidarci ad alcuni indicatori. Come quello che dice che c’è una forte ripresa del mercato delle seconde case. Secondo Nomisma, «le transazioni per le seconde case sono aumentate di cinque volte in cinque anni».

E il rapporto Centro Einaudi-Bnl sul risparmio dà la percentuale di famiglie che ha comprato la seconda casa: dallo 0,3% del `97-98 all’1% del 2001 all’1,5% del 2002. Dentro il boom generale, il segmento «ricco» del mercato si vede anche da un altro indicatore: la domanda degli immobili «di pregio». Sentiamo l’osservatorio Gabetti: «Possiamo dire che nel 2002, anche in maniera abbastanza sorprendente, la domanda si è rafforzata soprattutto sul segmento più alto, quello delle abitazioni di pregio (…) andando controcorrente rispetto alla scarsa disponibilità di spesa delle famiglie e al momento di crisi congiunturale del nostro paese. Una domanda – conclude Gabetti – che sembra ricalcare quello che succede anche nel segmento alto del mercato automobilistico, laddove i trend di acquisto sono migliori rispetto ai segmenti più bassi».
—————————————————————

V. anche: La questione delle abitazioni oggi: a Milano … nelle capanne
—————————————————————
Riferimenti: Proprietari e proletari

Categorie:Senza categoria Tag: , , , , , ,