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Archivio Gennaio 2004

Italia: triste primato europeo di mutilazioni sessuali

25 Gennaio 2004 Commenti chiusi

Il dramma dell’infibulazione è diventato frastuono pubblico in Europa, quando nel gennaio 1997, in Sierra Leone, la società segreta delle donne “Bondo” fece una ‘spedizione’ nel campo per rifugiati di Grafton, nei sobborghi di Freetown, e asportò il clitoride a 600 donne, tagliandolo loro in modo cruento con appositi coltelli.

Ripropongo, sull’argomento, la lettura di un articolo pubblicato da Repubblica (20 gennaio 2000) sull’infibulazione in Italia.

L’Italia è ormai il primo paese in Europa per il più alto numero di donne infibulate. Tra le 20 e le 30 mila donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale e circa 5 mila bambine rischiano la stessa sorte. Per la prima volta dei medici italiani stanno per pubblicare uno studio scientifico sulla loro esperienza con le donne mutilate. Aldo Morrone, responsabile del Servizio di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale dell’ospedale San Gallicano di Roma, anticipa a Repubblica i risultati della ricerca:

«La mutilazione genitale femminile è stata una sorpresa per la classe medica italiana. Quando agli inizi degli anni Ottanta abbiamo osservato i primi casi, per la verità non conoscevamo questa pratica. Il motivo per cui queste donne venivano da noi non era tanto la mutilazione genitale ma perché affette da malattie veneree. Mi colpì il primo caso di una donna somala che aveva avuto un’infibulazione completa. Le chiesi di poter fare una fotografia della lesione e la signora rispose che non c’era alcun problema, per lei era perfettamente normale essere infibulata, per lei quello era il suo stato naturale. Allora capii l’importanza di curare gli aspetti culturali e psicologici».

Dottor Morrone, come è nato questo primo rapporto scientifico sulle donne infibulate residenti in Italia?

«Noi siamo partiti da un’analisi oggettiva che è la presenza di donne infibulate nella nostra casistica che va dal primo gennaio dell’85 al 31 dicembre del ’99. Questa casistica è composta da oltre 35 mila persone straniere visitate, di cui più di un terzo sono donne. In Italia le donne originarie dei paesi africani dove vengono praticate le mutilazioni genitali femminili sono circa 41 mila. Sono stati 147 i casi di donne immigrate che abbiamo seguito clinicamente e che avevano richiesto il nostro intervento per lesioni di natura genitale».

Sulla base della sua esperienza come specialista in dermatologia e venereologia come valuta la pratica dell’infibulazione?

«In effetti dal nostro punto di vista la situazione è drammatica perché l’infibulazione viene fatta in condizioni di assoluta mancanza di igiene. È chiaro che ci troviamo ad avere a che fare con degli effetti collaterali molto gravi. A mio avviso la componente medica è certamente importante, cioè bisogna che i ginecologi e i medici di famiglia conoscano il problema. Ma l’unica maniera per risolverlo è di intervenire a livello culturale in modo da garantire una continuità nella cultura di queste persone pur modificando la pratica dell’infibulazione, abolendola, sostituendola con un’altra pratica. Ad esempio, avviene soprattutto nel Ghana, si fa una festa simbolica in cui si simboleggia la mutilazione genitale senza eseguirla realmente».

Nel vostro caso l’approccio transculturale ha portato a dei risultati?

«Dal ’92-’93 sono emerse due novità. La prima è stata l’arrivo nel nostro centro di donne che volevano far infibulare le proprie figlie. Lì è stato un problema accoglierle con la solita attenzione e dignità pur spiegando loro che noi non eseguiamo le infibulazioni perché riteniamo che non è corretto mutilare il corpo delle bambine. Non ci siamo limitati a ciò, abbiamo cercato di convincerle a cambiare atteggiamento, a trovare un altro modo. Nella gran parte dei casi ci siamo riusciti. È proprio perché c’è una grande fiducia che sono arrivate a chiederci di far infibulare le figlie. Noi non le abbiamo mai denunciate, ma abbiamo cercato di accogliere questa loro istanza modificandola nel tempo. La seconda novità grave è stata l’arrivo in Italia di bambine somale infibulate e adottate da famiglie italiane, soprattutto a seguito dell’operazione “Restore Hope”. All’epoca avevano grossi problemi con la prima mestruazione. Le bambine non ricordavano di essere state infibulate. E i genitori adottivi hanno fatto mille giri prima di arrivare a capire che si trattava di un effetto collaterale dovuto all’ostruzione di cheloidi, di cicatrici. All’inizio è stato vissuto in modo traumatico. I genitori italiani non sapevano neanche dell’esistenza dell’infibulazione. In alcuni casi questo trauma è perdurato perché si è trattato di situazioni con necessità di intervento chirurgico per deinfibulare, eliminare queste forme di cicatrizzazioni e ricostruire con la chirurgia plastica tenendo conto anche dell’età perché se c’è un’ulteriore fase di sviluppo bisogna poi reintervenire. Comunque dopo il trauma iniziale i genitori italiani sono stati particolarmente vicini alle bambine somale adottive».

Sono stati presentati tre progetti di legge in Parlamento contro la pratica dell’infibulazione. Lei come li valuta?

«A nostro parere non è sufficiente fare una legge contro l’infibulazione ma è necessario che si crei una cultura del corpo, di un nuovo modo di entrare nella comunità che non sia quello della mutilazione genitale femminile. La criminalizzazione dell’infibulazione sarebbe l’errore più grave perché porterebbe a un mercato clandestino dell’infibulazione».

Cosa si fa concretamente in Italia per porre fine alla pratica dell’infibulazione?

«Direi che dell’infibulazione se ne parla tanto allo stesso modo di quanto non si fa nulla. Immaginate che fatichiamo a tener aperto questo nostro servizio pubblico perché l’amministrazione non ci concede neppure un assistente. Ciò succede perché purtroppo se si attua o meno la legge sull’assistenza sanitaria agli stranieri non interessa a nessuno. La verità grave è che in Italia si dice sì alla carità all’elemosina ma no al diritto uguale per tutti».

«A 10 anni volevo operarmi come tutte le mie amiche» – Fatima, 36 anni: ho sofferto per anni. Roma (m.a.) – «Mia madre non voleva che venissi infibulata, lei aveva sofferto tanto, ma a all’età di dieci anni io non capivo. Ogni giorno piangevo, mi rifiutavo di mangiare, mi ero barricata in casa, non volevo più parlare con nessuno, urlavo in continuazione: “Ti prego mamma fammela fare, voglio essere come tutte le altre mie amiche”. Mi sentivo male quando stavo in mezzo alle mie compagne di gioco. Mi prendevano in giro e mi insultavano: “Ma come, sei grande, hai dieci anni e non hai ancora fatto l’infibulazione. Tu non sei una musulmana, sei una cristiana. Sei una puttana. Sei tutta aperta, bisogna chiudere. Una ragazza per bene deve essere infibulata”. Ero disperata perché ero diversa dalle mie amiche che sghignazzando mi provocavano: “Se non sei una puttana, facci vedere che sei cucita, ma se sei aperta vuol dire che sei una puttana”».

Fatima Mahamad Abdulleh, nata 36 anni fa a Mogadiscio, ricorda così come avvenne la sua mutilazione genitale completa che in Somalia chiamano gudniinka. Oggi è cittadina italiana, si è sposata nel ’95 con l’architetto italiano Fabrizio Carola, presidente dell’associazione Nea (Napoli-Europa-Africa).

Confessa il trauma interno vissuto al momento del matrimonio: «Quando mi sono sposata non mi piaceva fare l’amore, non è che sono insensibile ma avevo paura, paura di provare dolore. È logico, se sono tutta chiusa come può avvenire la penetrazione? Quando arrivai in Italia le ragazze della mia età si divertivano, per loro avere rapporti sessuali non era una preoccupazione ma un piacere, mentre io li vivevo come un incubo. Quando domandavo alle ragazze somale sposate: “Come è andata con tuo marito?”, loro mi rispondevano: “È andata male, molto male, abbiamo sofferto tanto, abbiamo provato dolore dappertutto fino alla testa, mamma mia quanto abbiamo sofferto!”. Ecco perché io non volevo avere rapporti sessuali. Ed è allora che mi sono domandata: perché mi sono fatta infibulare?” Se non fossi infibulata tutto sarebbe stato più facile, il sesso, il parto, avere figli non sarebbe stato un problema». Dopo il matrimonio Fatima ha subito due interventi per farsi deinfibulare, ora gode di un’attività sessuale soddisfacente, vuole avere figli ma giura che mai e poi mai farebbe infibulare la propria figlia.

Modi e forme delle violazioni

Il primo rapporto sull’infibulazione in Italia ha esaminato il caso di 147 donne di cui 27 ha subito l’infibulazione, che è (1) l’escissione di parte o di tutti i genitali esterni e il restringimento dell’apertura vaginale, 34 è stata sottoposta (2) all’escissione del clitoride con asportazione parziale o totale delle piccole labbra, mentre su 86 è stata praticata (3) l’escissione del prepuzio con asportazione parziale o totale della clitoride. Sono queste, secondo la classificazione mondiale della sanità, le tre forme più diffuse di mutilazione sessuale genitale a cui sono state sottoposte 130 milioni di donne in tutto il mondo, mentre si calcola che ogni anno due milioni di donne subiscono questa pratica.

In Italia la Costituzione vieta espressamente qualsiasi violazione all’integrità corporea della persona ma non esiste ancora lo specifico reato di infibulazione.
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Riferimenti: Il corpo è nostro

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Si domina meglio su un popolo di analfabeti

24 Gennaio 2004 1 commento

Istruzione: indagine “choc”, 22 milioni di italiani sono semi-analfabeti

(ASCA) – Roma, 22 gen – Ventidue milioni e mezzo degli italiani sono privi di titolo di studio o possiedono solo la licenza elementare. Emerge da un’indagine, ”Volare senz’ali”, realizzata dal professor Saverio Avveduto dell’Unla (Unione nazionale lotta all’analfabetismo)-Ucsa (Universita’ di Castel Sant’Angelo) e presentata a Roma per iniziativa dello Spi-Cgil.

Italiani che possono essere tranquillamente considerati analfabeti – si legge nella ricerca – e se a questi numeri si aggiungono poi 16 milioni e mezzo di italiani (29%) con il solo titolo di scuola media inferiore, si arriva al 70% di nostri concittadini a livello di bassa scolarita’. Ma non meno allarmante e’ la condizione della popolazione italiana piu’ istruita: i laureati italiani, incluse le lauree brevi, sono infatti poco meno di 3,7 milioni (6,5% della popolazione), concentrati per lo piu’ nel Lazio (6,8%). La Basilicata ha il piu’ alto numero di semianalfabeti (43,8%) e il piu’ basso di laureati (4%).

L’Italia e’ ai primi posti fra i Paesi industrializzati, il suo reddito pro-capite supera quello medio dei Paesi dell’OCSE ed e’ appaiato al Giappone, non molto inferiore a quelli della Francia, del Regno Unito, della Germania. Eppure e’ lo stesso OCSE a lanciare l’allarme sul nostro Paese evidenziando – nel Rapporto 1993, ricorda la ricerca – che la causa principale di un possibile tracollo e’ l’insufficienza quantitativa nonche’ la modesta qualita’ media del capitale umano.

Il nostro Paese si colloca in coda ad ogni percentuale internazionale: siamo al sest’ultimo posto sui 30 Paesi Ocse per scolarita’, al quart’ultimo nella spesa per la ricerca, all’ultimo per numero di ricercatori (2,78 si mille unita’ lavorative, contro il 9,72 del Giappone). La ricerca italiana e’ qualitativamente fra le migliori nelle punte alte, quelle delle poche universita’ eccellenti. Ma su 88 settori scientifici, siamo oltre la media solo in 8 aree, per il resto in coda: la ricerca educativa e’ all’87mo posto.

A fronte di 3.699.000 italiani che possiedono un dottorato di ricerca, una laurea o una laurea breve, sta l’enorme serbatoio dei nostri concittadini analfabeti, semianalfabeti o in possesso della sola licenza elementare: 22.529.000 italiani sul totale della popolazione di 57.474.000. Si tratta di 39,2 italiani su 100 [bisogna però depurare il dato dai ragazzi che vanno ancora a scuola e i bimbi in età pre-scolare]. Ancora una volta e’ il Meridione, con oltre il 40% di ”evasori dalla Costituzione” – privi, cioe’ dell’istruzione di base – a pagare lo scotto piu’ alto dell’arretratezza educativa del Paese.

Uno sguardo piu’ ravvicinato puo’ essere volto alle sei regioni meridionali che sin dal 1993 l’UNLA ha definito ” a rischio” (Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, Campania, Sardegna): solo la Sardegna registra un dato inferiore al 40% di semianalfabeti, le altre cinque lo superano abbondantemente. In assoluto, la Campania porta il fardello piu’ pesante. Secondo le valutazioni l’OCSE sui sistemi di formazione dei Paesi membri, negli ultimi dodici mesi, il nostro Paese e’ al sest’ultimo posto su trenta presi in esame: ci seguono Spagna, Polonia, Portogallo, Turchia, Messico.

Significative posizioni vengono espresse dalla percentuale della popolazione con titolo universitario: siamo collocati al terz’ultimo posto, ci seguono solo la Repubblica Ceca e la Turchia. Infine, quanto al raggiungimento del titolo finale (survival rate, mortalita’ scolastica universitaria) il nostro Paese e’ seguito solo dalla Polonia. I Paesi per i quali e’ prevista, come tendenza, la percentuale piu’ alta per conclusione positiva dei corsi di studio universitari, sono il Giappone, la Turchia, il Regno Unito. E’ interessante notare che Paesi come il Messico, altrove al fondo della scala, ci superano abbondantemente nel curare l’esito finale positivo dei loro studenti universitari.

Come si sa – prosegue la ricerca – l’ ”esito” dell’investimento educativo e’ mediamente correlato all’impegno di spesa. Per questo l’OCSE da’ un rilievo particolare alle risorse dedicate all’istruzione in rapporto al Prodotto Interno Lordo (P.I.L.). La media OCSE e’ di 5,9% di spesa all’anno. Il primo posto e’ occupato dagli USA con il 7% netto. Sulla percentuale fra il 5 e 6 si attestano, fra i maggiori Paesi, la Danimarca (6,7), la Svizzera (6,5%), la Svezia (6,5), il Canada (6,4%), la Francia (5,6%), la Germania (5,3%) e il Regno Unito (5,3%). L’Italia e’ sotto la media (4,9%) sull’identico livello della Spagna. Fra i Paesi minori piu’ impegnati nell’investimento educativo sono da ricordare l’Irlanda (6,3%); il primato assoluto tocca alla Corea (7,1%). Coerenti presenze di questo Paese ai primi posti fra quelli in accelerato sviluppo, consigliano di guardare con attenzione a questo prossimo gigante asiatico. Se si considera lo sforzo di un Paese per la ricerca, espresso dalla percentuale del PIL ad essa dedicata, le differenze tra i Paesi in testa e quelli in coda sono rimarchevoli. L’Italia e’ al quart’ultimo posto, e la deriva del nostro sistema perdura ormai da oltre un decennio.

Quanto alla produzione scientifica degli Atenei, ne nasce una graduatoria che vede al primo posto Milano con oltre 50.000 citazioni, seguita da Roma-Sapienza e Padova con oltre 40.000 e via via con posizioni intermedie fino alla registrazione di 8 presenze per Castellanza Cattaneo e Macerata, 2 per Foggia, 0 per Roma IUSM e Napoli Orientale. Collocazione a parte ricevono le ”Scuole di eccellenza” e cioe’ la Normale e la S. Anna di Pisa e la SISSA di Trieste.

”La societa’ educativa italiana – si legge nel Rapporto – rivela cosi’, ancora una volta, il carattere duramente piramidale [leggi: classista] che la connota dalle sue origini nazionali ad oggi: tre vertici acuminati al livello universitario, un complesso intermedio di alta o media qualificazione, un corpo di istituti medio-superiori e medii, modesto nei grandi numeri (anche se con qualche punta alta) e, infine, una base di milioni di persone escluse dal recinto della modernita’ minima”.
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Riferimenti: Presentazione

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Abbasso il velo, viva la liberazione delle donne !

18 Gennaio 2004 1 commento

Sarà forse perchè da millenni hanno il capo coperto dal velo, quasi fino agli occhi, che una buona parte delle donne mussulmane è cieca ed insiste per esibirlo anche nella scuola pubblica laica francese.

Ieri, in tutta la Francia, circa 10.000 donne hanno sfilato, in piazza, per il ‘diritto’ di portare il velo a scuola. Ben inquadrate dai maschi mussulmani del servizio d’ordine, urlavano sglogan quali “il velo è una scelta”, “il velo è una libertà”, “velo a scuola” e altri ‘deliri’.

Ben contenti i maschi organizzatori dei cortei, il consiglio francese del culto mussulmano, il partito dei mussulmani di Francia, l’Unione delle organizzazioni islamiche francesi.

Soddisfatti, al settimo cielo, perchè le donne non ne vogliono sapere non dico di liberazione, ma nemmeno di emancipazione.

Ebbene, se queste signore di Allah, sono contente, che rimangano come sono.

Ma, se vogliono frequentare la scuola pubblica laica, si devono adeguare a questa, che non prevede simboli religiosi di nessun tipo.

Se non sta loro bene, vadano nelle scuole coraniche, così impareranno bene ad immolarsi come martiri per il patriarcato mussulmano.
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V. cosa dice il Manifesto del 18/01/04:

Un velo divisorio in piazza a Parigi

L’islamismo radicale e integralista ha manifestato contro la legge anti- velo, rivendicando la propria piena cittadinanza. Tensione e polemiche in strada fra le «due France». A sfilare, velate, soprattutto le ragazze più giovani

ANNA MARIA MERLO

Per difendere la «libertà» di portare il velo islamico nelle scuole pubbliche, ieri a Parigi e in varie città d’oltralpe (e anche all’estero, davanti ai consolati francesi) si sono tenuti cortei di protesta, a dieci giorni dalla presentazione in consiglio dei ministri della legge sulla laicità, che proibisce nelle scuole i segni «apparenti» di appartenenza religiosa. A Parigi 20mila persone (10mila secondo la polizia), un migliaio a Marsiglia; poche centinaia nelle altre città come Lione, Mulhouse o Tolosa. A Londra, la manifestazione è stata organizzata dal gruppo radicale Hizb ut-Tahir e vi ha partecipato l’imam che era stato molto attivo nella fatwa contro Salman Rushdie. Ad Amman c’è stato un sit-in di fronte all’ambasciata francese. Manifestazioni anche ad Ankara, Istambul e persino a Gaza e in Cisgiordania, organizzate da donne vicine ad Hamas. A Parigi si è vista una manifestazione molto diversa da quelle che di solito partono da Place de la République: un’enorme differenza che era possibile constatare in diretta, ieri, visto che dalla stessa piazza è partito l’altro corteo della giornata, quello degli antinucleari, che hanno marciato a ritroso per qualche centinaio di metri, per dimostrare che il nucleare fa fare passi indietro. Nel corteo pro-velo, molte donne con il foulard doppio o triplo, come quello del Maghreb, e anche qualche faccia completamente coperta, o tutta in nero o in bianco. L’unica nota di colore erano le bandiere francesi, molto presenti, per lanciare il messaggio di fondo, riassunto dallo striscione: «Francia, sei la mia patria. Hijab, sei la mia vita».

Un cordone di uomini inquadrava le donne, al centro, che scandivano gli slogan, alcuni molto politici. Contro Chirac, ma soprattutto contro Nicolas Sarkozy, il super-ministro degli interni che, paradossalmente, ha insediato il Consiglio del culto musulmano, cioè l’istanza rappresentativa dei musulmani di Francia, interlocutore dei poteri pubblici. Il presidente del Consiglio musulmano, il rettore della moschea di Parigi Dalil Boubakeur, aveva «sconsigliato» i suoi fedeli dal partecipare a una manifestazione «inutile e controproducente». Una posizione ambigua, invece, da parte dell’Uoif (Unione delle organizzazioni islamiche di Francia) che ha la vice-presidenza del Consiglio musulmano: ha consigliato prudenza, ma poi si è associato al corteo di ieri.

La manifestazione era organizzata dal Partito musulmano, una piccola formazione fondata nel `97 da Mohamed Latrèche, un franco-algerino che vive a Strasburgo e che si è fatto conoscere per aver difeso tesi negazioniste e per posizioni antisioniste che sfumano nell’antisemitismo. «Sì, siamo degli estremisti», ha affermato ieri Latrèche. Per questo motivo l’intellettuale svizzero Tariq Ramadan, molto ascoltato nelle banlieues, ha preso chiaramente le distanze da «gruppi radicali e settari che cercano di trarre profitto dallo scontento dei musulmani e che non hanno esitato ad associarsi all’estrema destra». Più volte è stato scandito: «France, France, Allah akhbar!».

Il corteo era diverso dal solito, non solo perché aveva la tristezza di una processione di suore, una marcia senza la giocosità che esiste di solito nei cortei, ma perché ai margini c’è stata una dicussione continua, a volte anche quasi violenta, tra alcuni manifestanti – in genere uomini – e il pubblico. I giornalisti, molto numerosi, sono stati presi di mira, accusati continuamente di mostrare un brutto volto dell’islam.

La cronaca delle voci dentro e intorno al corteo è significativa. Dal camion in testa al corteo, l’uomo che lancia gli slogan ripete: «Noi non abbiamo una tv, mentre gli ebrei hanno tv, radio e giornali». Un fotografo sogghigna: «Io lavoro per Le Pen. E anche loro», aggiunge, indicando i manifestanti. Una coppia di persone di mezza età guarda perplessa. Lui ha quasi le lacrime agli occhi: «Li abbiamo accolti, noi cittadini, e adesso ci sputano in faccia. E’ molto duro, siamo di fronte a due Francie che non comunicano più». La maggioranza delle ragazze sono giovanissime, anche ad alcune bambine di 5-6 anni è stato messo il velo. Le più grandi, mentre suona la Marsigliese, brandiscono la tessera elettorale: «Un velo = un voto», dice un cartello. E’ commovente il continuo riferimento alla Francia: il punto, difatti, sta proprio nel sentimento di esclusione, che si è accresciuto negli anni e che oggi ha portato i giovanissimi ad aderire a un movimento radicale che chiede «libertà» manifestando per la sottomissione della donna.

Una ragazza non velata parla e spiega le ragioni della sua presenza. Un uomo la zittisce: «Che fa quella? Parla in nome dell’islam?». Dagli slogan più diffusi sale un messaggio nascosto, il desiderio di essere considerati parte integrante del paese. Ma la forma che ha preso questa richiesta, la voluta confusione dei radicali tra una legge che vuole solo chiarire la neutralità della scuola e una supposta repressione dell’islam tutto intero, ha tutti gli ingredienti per far aumentare ancora di più la separazione tra cittadini di diversa origine. Il 7 febbraio ci sarà un’altra manifestazione.
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Riferimenti: Donne nel mondo (Francia)

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Affittato un utero da una donna inglese per impiantarvi un clone

18 Gennaio 2004 Commenti chiusi

L’andrologo americano Panayiotis Zavos ha affermato, ieri, a Londra di avere impiantato, due settimane fa, nell’utero di una donna ‘portatrice’ di 35 anni, il primo embrione umano clonato.

L’esperimento, ha aggiunto, ha solo il 30% di possibilità di riuscita.

Il procedimento utilizzato sulla donna è lo stesso che ha portato la povera pecora Dolly a nascere. Nel marzo 2003 è stata uccisa, sei anni dopo la sua nascita, perchè affetta da malattia polmonare incurabile, in seguito all’invecchiamento prematuro e ai problemi sorti con la clonazione.

Nonostante questo, nonostante la proibizione della Sanità britannica di effettuare clonazioni su esseri umani, il nuovo dr. Mengele, Zavos, se ne è fregato ed ha clonato un embrione nel ventre di una “portatrice”.

Immagino che la donna abbia bisogno di denaro, unico motivo, forse, valido a spiegare come possa, fisicamente e psicologicamente, accettare di diventare una “cavia” e sottoporsi a tale pratica devastante.

Lo Zavos, è uno squallido servo della medicina del capitale, un medico fallito visto che per “vivere” pratica abitualmente la vivisezione di animali, con crudeltà e senza scrupoli.

E anche delinquente: si serve del corpo di una donna, come cavia, impiantandole un clone e non sa nemmeno come andrà a finire! Un meschino servo della medicina del capitale, con un potere enorme, visto che nonostante le proibizioni del governo inglese, se ne frega, e fa quello che vuole pur di guadagnare!

Se cominciamo, noi donne, a prendere coscienza di cosa è veramente la medicina del capitale e dell’uso che si fa quotidianamente, a scopo di profitto, del nostro corpo, la nostra liberazione farà un passo avanti.
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Riferimenti: Il corpo è nostro

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"I torti subiti nel 1968 … l’istinto bestiale del proletario …"

14 Gennaio 2004 Commenti chiusi

La stirpe degli imprenditori italici

Carlo Vichi, “patron” della Mivar, fabbrica di televisori di Abbiategrasso (MI), a 81 anni suonati, ama raccontarsi (sull’Espresso di questa settimana). Sentite un pò.

Saddam? “Un’invenzione americana. Come la Russia e il comunismo”. I sindacati? “Una porcheria. E la Confindustria è peggio”. La rovina dell’Italia? “La politica democratica. Anzi la proletarchia”. Il capitalismo familiare? “Cazzata. Non esiste”. Il segreto della sua longevità? “L’esempio! Come i generali tedeschi, come Rommel!”. Come si vede, poche idee, ma deliranti e confuse. (Guarda caso, in fabbrica si trova un bronzo di Mussolini … mah! sarà lì per sbaglio).

Poi si descrive: “Io sono produttore, incarno l’élite. Sono come un campione di salto con l’asta, primatista in un’unica disciplina”. Infatti, arrivato da Grosseto a Milano nel 1930, inizia a lavorare come terzista, facendo assemblare radio ad alcuni operai in una palestra delle case popolari. Dopo … il grande salto: oggi ha seicento dipendenti e trenta filiali sparse in tutta Italia, e produce un milione di pezzi l?anno, 325 miliardi di lire di fatturato!? Veramente un campione … dello sfruttamento operaio!

A poche centinaia di metri c’è il nuovo stabilimento, pronto dal 2000, costo: 100 miliardi di lire, e mai inaugurato. Il motivo? «Semplice – tuona Vichi. Non voglio assolutamente che i sindacati entrino nella mia fabbrica. Queste organizzazioni ti impongono la loro legge e personalmente non ho mai accettato imposizioni da nessuno. Il disturbo sindacale non permette di produrre e l?uomo è nato per fare e creare». «Rappresentano – continua il fondatore della Mivar – la peggior categoria della società. Per questo non li vedrà mai dentro questa fabbrica».

Come mai ce l’ha tanto coi sindacati? Vichi ve lo racconta a lampi: le condanne per comportamento antisindacale … i “torti subiti nel ’68″ … “l’istinto bestiale del proletario” … Ah! forse cominciamo a capire: dopo 23 anni di umiliazioni, i “suoi” operai, ed operaie, gli hanno reso la vita un pò più difficile, non accettando il suo super-sfruttamento, i bassi salari, i ritmi di lavoro alienanti. L’”istinto proletario”, alla fine, ha prevalso sulla voracità di plusvalore del nostro imprenditore italico!
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Riferimenti: Lotte operaie in Italia

W le lotte dei tramvieri milanesi !

14 Gennaio 2004 Commenti chiusi

Esprimo il mio totale appoggio e solidarietà ai tramvieri milanesi che
si battono per ottenere poco più di 100 euro al mese, e che sono sottoposti ai ricatti aziendali, alle pressioni dei sindacati ufficiali, alla precettazione. Per giunta si dovono sopportare anche la faccia tosta di Albertini che va dicendo che sono lavoratori dagli ‘stipendi d’oro’!

Bisogna proprio essere disonesti e cinici, oltre che servi della
borghesia, quando si afferma che 1100 euro, il salario medio di un tramviere, è d’oro!

Quanto guadagna Albertini? Quant’è la sua pensione? Le somme che gli entrano in tasca vengono dal plusvalore estorto alla classe operaia … è meglio che si chiarisca le idee.

E i ‘cittadini a piedi’ che mugugnano contro i tramvieri, non sono da meno. I lavoratori non possono avercela con i tramvieri che sono costretti a fare tutto questo per la ‘miseria’ di 106 euro mensili, dovuti e mai dati. Chi è pieno di veleno ha le tasche piene di soldi e non è certo in bolletta.

In bolletta, invece, oltre i tramvieri, sono i giovani, i disoccupati, le donne a casa costrette a dipendere sempre più dai mariti, le giovani senza lavoro, i pensionati, le famiglie che non tirano a fine mese.

E tutto questo di fronte ad una ricchezza mai vista sul pianeta, una montagna di beni inaccessibili per chi lavora e accessibili solo a chi vive di rendita e di sfruttamento altrui! Questa la logica del sistema.

Con l’ultima trovata, poi, l’euro, di fatto non abbiamo “cambiato” le lire,
ma siamo stati costretti ad “acquistare” un euro che vale mille lire, al prezzo di quasi duemila lire.

Non c’è bisogno di essere economisti per capire questa truffa: basta fare la spesa tutti i giorni, saltando da un negozio all’altro per risparmiare qualcosa.

In questi giorni, poi, si è aperta la ‘beffa’ dei saldi. Anch’io ci sono cascata.

Mi sono comperata un pullover, aspettando il saldo: prezzo 90 euro.
Mi sembrava un affare. Poi ho moltiplicato per due: 180.000 lire! Sul cartellino il prezzo originario era di 220 euro. Ma allora un pullover , misto lana, semplicissimo, senza ricami, senza niente, quanto costa? 440.000 mila lire?

Spero che presto, oltre i tramvieri, tutta la classe operaia faccia sentire la sua voce, e soprattutto la sua forza.

E visto i prezzi, altro che 106 euro al mese devono sborsare i padroni!

La borghesia non è mai sazia. Vale ciò che disse il buon Dante “dopo il pasto, ha più fame che pria …” Si riferiva all’avidità di denaro di borghesi, nobili e clero del suo tempo.

Ma oggi le classi padronali non hanno più limiti.
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Riferimenti: Solidarietà ai lavoratori dai sindacati di base frances

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Proletari di tutto il mondo, unitevi!

11 Gennaio 2004 8 commenti

Gli operai italiani stanno diventando gli extra-comunitari d’Europa?

Gli addetti ai vagoni-letto per l’Italia, della Sud Europe Services, denunciano che la compagnia francese, la Sncf (le ferrovie francesi) ha deciso di fare a meno di loro, e di sostituirli con personale italiano, sui treni Parigi-Roma o Parigi-Venezia.

“… il personale italiano, – dichiara un dirigente della Compagnia -, costa fino al 60% di meno del personale francese. Per un viaggio Parigi- Roma, i francesi hanno diritto a 4 giorni di riposo, mentre gli italiani solo a 2 o 3. Il personale italiano viene fatto partire più sovente ed è pagato meno, così costa meno”.

Questo è parlare chiaro!

I lavoratori francesi hanno immediatamente scioperato perché 250 posti di lavoro sono a rischio. La Cgt-ferrovieri sta preparando uno sciopero nazionale per il 21 gennaio, contro la pretesa della società di licenziare i lavoratori, contro “il risanamento” del trasporto-merci, e in particolare contro il congelamento dei salari.

Nel 2003 non ci sono stati aumenti e l’inflazione – ufficiale – è del 2,5 %.

Lo sciopero è anche una risposta alla destra francese che vorrebbe istituire
un “servizio minimo” nei trasporti, limitando il diritto di sciopero, in nome dei ‘cittadini’ e dei ‘clienti’ danneggiati.

In Francia, lo sappiamo, la categoria dei ferrovieri è ‘dura’ e non intende mollare i diritti acquisiti con anni di lotte.

La situazione operaia italiana, dal canto nostro, è tra le peggiori d’Europa.

1) I lavoratori italiani costano meno, cioè i salari sono stati svalutati
utilizzando gli strumenti borghesi più consueti: carovita, flessibilità,
aumento dei carichi di lavoro, diminuzione del riposo tra un turno e l’altro, ricatto della disoccupazione .

2) I lavoratori italiani, proprio perchè costano meno, vengono preferiti
e utilizzati come arma di ricatto per gli operai francesi che non vogliono ‘mollare’ sul fronte operaio .

3) Questo ora si verifica in un limitato settore, ma la politica dei sotto – salari italiana, potrebbe attirarare altri avvoltoi in cerca di super-profitti, suscitando concorrenza e odio tra i lavoratori di nazionalità diverse per un posto di lavoro.

4) Gli operai italiani stanno ancora pagando caro i dieci anni di dure lotte e di braccio di ferro (1968-1978) contro la marcia, corrotta, reazionaria e putrida borghesia italiana. Dagli anni ’80 ad oggi, i vari governi che si sono succeduti hanno approvato leggi repressive, reazionarie, anti-operaie che ne hanno indebolito le forze. Ma i tempi stanno cambiando!

I proletari di tutto il mondo, in questa epoca storica, sapranno unirsi e allora ne vedremo delle belle!
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V. anche: “Lotte operaie nel mondo
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Riferimenti: Lotte operaie in Italia

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Palestinesi ed Israeliani

8 Gennaio 2004 Commenti chiusi

Riproduciamo questo schizzo storico del conflitto israelo-palestinese per documentare le donne, le giovani e le giovanissime che di questo conflitto ignorano cause ragioni sviluppi.

La nascita di Israele

Lo Stato di Israele si è costituito nel 1948, al culmine di una violenta gestazione storica, iniziata alla fine dell?Ottocento col progetto di Teodoro Herzl di formare uno Stato nazionale ebraico (sionismo). Da allora hanno inizio gli acquisti di terre palestinesi e l?impianto di colonie ebraiche nel territorio che era una provincia dell?impero ottomano.

Nel 1917 l?Inghilterra, allo scopo di impadronirsi del Medio Oriente e di utilizzare il sionismo contro la rivoluzione russa cui partecipano intellettuali e proletari ebrei comunisti, riconosce la creazione in Palestina di un focolare nazionale ebraico (Dichiarazione Balfour). Nel 1922 l?Inghilterra diventa potenza mandataria della Società delle Nazioni in Palestina. Nell?intervallo tra le due guerre, spinti dalle organizzazioni sioniste, affluiscono in Palestina centinaia di migliaia
di ebrei. La lotta per il possesso della terra diventa furibonda, scontrandosi con lo sviluppo del nascente movimento nazionale palestinese, che nel 1936-1939 dà vita ad una violenta insurrezione anti-inglese. I sionisti collaborano attivamente col colonialismo britannico per stroncare l?insurrezione.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la tragedia dello sterminio nazista, gli ebrei europei superstiti affluiscono in massa in Palestina capovolgendo i rapporti di forza con la popolazione palestinese. I sionisti sono ormai sufficientemente forti per avanzare la pretesa di costituire un proprio Stato e nel novembre 1947 l?ONU raccomanda la divisione della Palestina in due Stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo. Si oppongono alla risoluzione dell?ONU gli Stati arabi (Egitto, Siria, Iraq, Transgiordania, Libano) e l?Inghilterra, che nel tentativo di mantenere il proprio mandato sulla Palestina fomenta una crociata araba contro il nascente Stato sionista. Lo Stato di Israele viene proclamato il 15/5/1948, allo scadere
del mandato britannico.

La prima guerra arabo-israeliana e la «catastrofe» del popolo
palestinese

Scoppia così la prima guerra arabo israeliana, che si conclude con la disfatta degli eserciti arabi e con la spartizione di tutto il territorio della Palestina. Israele si annette 20.000 Kmq invece dei 14.000 previsti dalla risoluzione ONU. La Transgiordania (che aveva condotto trattative segrete coi sionisti) si annette la Cisgiordania con la città vecchia di Gerusalemme e si proclama “Regno Unito di Giordania”. All’Egitto rimane la striscia di “Gaza”. Per la popolazione araba-palestinese la guerra del 48/49 è la Naqda, la catastrofe. Cacciati con la forza dall?esercito sionista almeno 600.000 palestinesi abbandonano le proprie case, terre, aziende per fuggire in Cisgiordania, Gaza e nei paesi arabi dove saranno costretti a vivere in “campi per rifugiati”, come dei parìa. Nel 1950 solo 170.000 arabi restano in Israele, a fronte di 1.200.000 ebrei.

Le terre e i beni degli arabi esiliati vengono confiscati dallo Stato, mentre la popolazione rimasta viene sottoposta all?amministrazione
militare (fino al 1966) e sostanzialmente privata dei diritti civili. Da allora la popolazione arabo-israeliana vive in condizioni di inferiorità sociale, politica ed economica. Il trionfante Israele non è il solo oppressore del popolo palestinese. Lo è la Giordania, che si è annessa la Cisgiordania, lo sono gli altri Stati arabi, che non riconoscono alcun diritto ai rifugiati palestinesi e ne sfruttano la forza lavoro.

Lo sviluppo di Israele

In poco più di cinquant?anni di storia Israele ha attraversato diverse fasi di sviluppo, che ne hanno fatto la prima potenza economica della regione. La prima fase è quella, pionieristica, della colonizzazione agricola e dell?impianto delle basi industriali, nei settori dell?edilizia, della meccanica e dell?industria leggera. Essa si conclude nel 1956 circa. La seconda fase è quella dello sviluppo dell?agricoltura e dell’industria.

Essa si conclude nel 1967 circa. La terza fase è quella dell?espansionismo economico, mediante la conquista e l?integrazione/sottomissione della Cisgiordania e Gaza ed il tentativo di annessione del Libano meridionale (1982-84). Essa si conclude nel 1987. L?ultima fase, ancora in corso, è caratterizzata dallo sviluppo del settore finanziario dell?economia israeliana, dal rafforzamento dei settori tecnologicamente avanzati dell?industria, collegati alle produzioni militari, dalla relativa perdita di importanza dell?agricoltura. La finanza israeliana punta a integrarsi a quella europea e americana da un lato e ad aprire ai suoi investimenti i mercati dei paesi arabi, dall?altro.

In tutte queste fasi, è sempre cresciuta la popolazione israeliana, che ormai tocca i 6 milioni (di cui circa un milione di origine palestinese); è cresciuto costantemente il numero dei lavoratori e delle lavoratrici; ed Israele ha utilizzato manodopera straniera a basso salario: in passato i palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e Gaza; attualmente anche immigrati tailandesi e rumeni.

Le guerre arabo-israeliane

Alle fasi di sviluppo economico di Israele sono corrisposte le guerre coi paesi arabi.

Il conflitto permanente tra Israele e gli Stati Arabi è causato dallo scontro tra borghesie israeliana ed araba per l?egemonia nel Medio Oriente, non dalla “questione palestinese”. L?economia israeliana, dopo aver consolidato la sua potenza industriale negli anni ?60, ha sempre sofferto della ristrettezza del suo mercato interno e della sovrabbondanza relativa di capitali.

Ha perciò teso ad espandersi e sottomettere gli Stati Arabi, che
ovviamente non possono accettare di diventare i suoi satelliti. Israele è poi diventata, dagli anni ?70, una vera e propria potenza imperialistica regionale, in accordo (ma in autonomia e concorrenza) con la superpotenza americana e in potenziale conflitto con gli Stati imperialisti europei, primo fra tutti quello italiano, interessato al dominio sul Mediterraneo.

La seconda guerra arabo israeliana scoppia nell?ottobre 1956. Il
presidente egiziano Nasser nazionalizza il canale di Suez, sfidando le potenze ex-coloniali (Francia, Inghilterra), che perciò dichiarano guerra all?Egitto. Israele ne approfitta, attaccando l?Egitto ed attestando le proprie truppe sul Canale, salvo ritirarle in seguito su richiesta americana. La guerra si conclude con la nazionalizzazione del Canale da parte egiziana.

La terza guerra (dei “Sei Giorni”) scoppia nel giugno 1967. Il pretesto è la chiusura, decisa dall?Egitto, degli stretti di Tiran e del Canale di Suez alle navi israeliane. Israele neutralizza in sei giorni gli eserciti arabi e strappa alla Giordania la Cisgiordania con Gerusalemme;
all?Egitto la Striscia di Gaza ed il Sinai; alla Siria le alture del Golan. I palestinesi sono di nuovo costretti a fuggire dalla Cisgiordania e da Gaza per rifugiarsi nei “campi” del Libano, della Giordania, della Siria.

La quarta guerra (del “Kippur”) viene scatenata nell?ottobre 1973 dall?Egitto e dalla Siria, i cui eserciti mettono per la prima volta in difficoltà quello israeliano, prima della sua vittoriosa controffensiva.

A questa guerra segue nel 1978 il primo trattato di pace tra Israele ed Egitto (accordo di Camp David) che vede la restituzione del Sinai all?Egitto in cambio della rinuncia a sostenere la distruzione di Israele.

Nel 1982-84 Israele aggredisce il Libano e ne conquista la capitale
Beirut, infliggendo una dura lezione alla Siria (che dal 1976 occupava a sua volta parte del Libano) e una durissima punizione ai guerriglieri dell?OLP e ai rifugiati palestinesi (massacro di Sabra e Chatila, compiuto dai complici delle Falangi Libanesi).

Arafat è costretto a fuggire ignominiosamente da Beirut. Israele mira a infeudare il Libano alla propria economia (trattato del 1983). Il piano imperialistico israeliano suscita da un lato l?incontenibile rivolta popolare in Libano e dall?altro l?ostilità degli imperialisti italiani e francesi, che spediscono a Beirut le proprie truppe come “forze d?interposizione multinazionale”. L?esercito israeliano viene così costretto a ritirarsi dal Libano (1983/1984). Nel 2000 dopo 15 anni di scontri con le milizie Hezbollah (organizzazione armata di mussulmani sciiti, appoggiata da Siria e Iran contro Israele), Israele abbandona anche la striscia di sicurezza istituita lungo il sud del Libano dal 1978.

Ascesa e declino del nazionalismo palestinese

Il disastro degli eserciti arabi e l?occupazione israeliana di tutta la Palestina, nel 1967, aprono il periodo della lotta di liberazione nazionale palestinese. I nazionalisti, riuniti nell?Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che riunisce tendenze moderate e radicali (Al Fatah, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico e popolare per la liberazione della Palestina), affermano per la prima volta il principio che la liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato sionista non possono essere il risultato della guerra tra gli Stati arabi e Israele, ma devono essere l?opera della lotta autonoma del popolo palestinese. La gioventù palestinese alimenta con forze sempre nuove i gruppi nazionalisti che compiono azioni di guerriglia, sabotaggio, dirottamento di aerei, in Israele, in Cisgiordania a Gaza e nel mondo intero.

Israele contrattacca con brutali azioni militari rivolte contro i campi profughi in Libano e una spietata repressione nei territori occupati (Cisgiordania e Gaza). I vari Stati arabi cooperano alla repressione
del movimento nazionalista palestinese, quando questo non si sottomette ai loro interessi nel confronto con Israele o ne minaccia la stabilità politica interna (massacro del Settembre nero in Giordania 1970; guerra civile in Libano 1975/1985; espulsione di Arafat dal Libano per mano siriana nel 1983 etc.). La disfatta dell?Olp a Beirut nel 1982 per mano dell?esercito israeliano segna la fine del movimento nazionalista di guerriglia dei profughi palestinesi e l?inizio della politica di trattativa culminata negli accordi di Madrid (1988), Oslo (1993) e Washington (1995). Questi accordi sono fondati sul riconoscimento di Israele e sulla rinuncia da parte dell?Olp alla liberazione nazionale di tutta la Palestina.

Il risultato di questa svolta sarà la costituzione dell?”Autorità Nazionale Palestinese”.

Le rivolte palestinesi in Cisgiordania e Gaza

Durante i 34 anni di occupazione della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est, Israele ha colonizzato le terre più fertili o importanti per ragioni militari, impiantandovi villaggi e cittadine ove vivono ormai oltre 200.000 persone. Si è impadronito delle risorse idriche; ha costituito un reticolo di strade a servizio esclusivo dei suoi coloni e del suo esercito. Questa politica è stata attuata da tutti i governi israeliani: laburisti, di destra, di grande coalizione.

L?occupazione israeliana ha dapprima disorganizzato l?economia palestinese, sostanzialmente agricola. Ne ha poi castrato con mille cavilli e con la forza militare le possibilità di sviluppo. Ne sono conseguiti l?impoverimento e la “proletarizzazione” della maggior parte della popolazione dei “Territori”, che non ha avuto altra risorsa se non quella di vendere le proprie braccia in Israele per salari bassissimi (all?inizio degli anni ?90 quasi 200.000 palestinesi lavoravano in Israele). Contro la brutale politica di dominio economico e militare israeliana, i palestinesi della Cisgiordania sono insorti già nel 1982. Allora l?esercito occupante è riuscito a reprimere la rivolta. Nel 1987 la potenza israeliana non è stata in grado di fermare la “Intifada” (sollevamento) che è durata per sei anni, malgrado la durissima repressione con centinaia di morti, migliaia di feriti e l?incarceramento di decine di migliaia di giovani.

L?Intifada ha dimostrato che un popolo in lotta per la propria emancipazione nazionale non teme l?esercito oppressore, neppure se questo è uno dei più organizzati eserciti del mondo.

Gli accordi sull?«Autonomia Palestinese» e la definitiva capitolazione dell?OLP

L?impossibilità di domare l?Intifada con i mezzi militari e la nuova situazione determinatasi con la Guerra del Golfo (1991), hanno condotto il governo israeliano di Itzhak Rabin (laburista), vincitore delle elezioni del 1992, ad avviare trattative segrete con l?Olp, guidata da Arafat esiliato a Tunisi dal 1983. L?Olp si era già impegnata nel 1988 ad abbandonare il proprio programma di distruzione dello Stato di Israele accettando di riconoscerlo e di costituire un mini-Stato palestinese nei soli territori occupati.

Le trattative sono culminate negli accordi di Oslo (13/9/1993), cui è seguito l?accordo di Washington (28/9/1995). Questi accordi hanno
stabilito la costituzione di un? “Autorità Nazionale Palestinese”, con poteri amministrativi e di polizia su una parte della Cisgiordania e
su Gaza.

In sintesi i territori occupati sono stati suddivisi in tre zone: la “zona A”, costituita dalla maggior parte della Striscia di Gaza e dalle principali città della Cisgiordania (Ramallah, Jenin, Nablus, Tulkarem, Kalkilya, Betlemme, Gerico e gran parte di Hebron), sotto l?Autorità Palestinese, che ha competenze di ordine pubblico, imposte locali, educazione e cultura, produzione e distribuzione elettrica; la “zona B”, 450 villaggi e città minori sotto controllo misto dell?esercito israeliano e della polizia palestinese; la “zona C”, 155 colonie, nonché basi militari, terre demaniali e vie di comunicazione, sotto esclusivo
controllo israeliano.

Ad Israele è rimasto il pieno controllo delle frontiere, dogane, porti ed aeroporti, telecomunicazioni e sul 77% delle risorse idriche. Gli accordi non contengono alcun punto su Gerusalemme Est, che è pertanto annessa ad Israele, nonché sul ritorno dei profughi, condannati quindi a restare tali per sempre. I trattati erano infine accompagnati da un “protocollo economico” che dà ad Israele il pieno controllo dei territori sotto amministrazione autonoma. L?allora ministro degli esteri di Israele, Shimon Peres, ha commentato l?intesa con queste parole: «L?accordo lascia nelle mani di Israele il 73% della superficie dei territori, il 97% della sicurezza e l?80% dell?acqua».

In effetti, gli accordi di Oslo e Washington, hanno sancito la definitiva capitolazione dell?Olp rispetto al suo originario programma di liberazione nazionale e la sua finale trasformazione nell?Autorità Nazionale Palestinese.

L?Autorità Nazionale Palestinese: un «complesso poliziesco-affaristico»

Con il ritorno di Arafat a Gaza, il 12/7/1994, l?Autorità Palestinese ha iniziato ad amministrare l?ordine pubblico e l?economia delle “zone” affidate al suo controllo dopo i vari accordi succedutisi a quello di Oslo. L?Autorità capeggiata da Arafat e dai suoi uomini si basa su una grande forza poliziesca (oltre 30.000 uomini) e burocratica (oltre 30.000 individui), che assorbe per il suo mantenimento la maggior parte delle imposte locali e degli “aiuti internazionali”, ufficialmente concessi da vari stati arabi ed europei per fare “investimenti infrastrutturali” [per il 2003 i "dipendenti" dichiarati sono 130.000; gli aiuti europei concessi per il 2004 sono 650mln di dollari]. Attorno e all?interno della burocrazia amministrativa e poliziesca operano dei gruppi di affaristi che controllano il commercio da e verso Israele, le forniture elettriche, idriche, ecc., le licenze per esercitare qualsiasi attività. L?Autorità si è così strutturata come un “complesso militare-affaristico”, che, nell?interesse [della borghesia palestinese e] di Israele, esercita i compiti di gendarmeria e gode del monopolio della ricchezza nelle zone sotto la sua amministrazione. Essa è, dunque, corresponsabile della miseria e dell?oppressione delle masse palestinesi, da cui viene temuta ed odiata.

L?esplosione sociale nella Palestina occupata. La «seconda Intifada»

Dal 1994 in avanti, la situazione economica e sociale dei Territori è continuamene peggiorata.

Infatti, i vari governi israeliani (Rabin, Peres, Netanyahu, Barak,
Sharon-Peres) hanno favorito la sostituzione dei lavoratori palestinesi impiegati in Israele con altra manodopera importata dall?Asia e
dall?Est europeo. Le frontiere coi Territori si sono chiuse per i lavoratori palestinesi sia nelle fasi di grande sviluppo dell?economia israeliana (1995/2000) sia nell?attuale fase recessiva. Inoltre Israele ha perseguito senza interruzioni la creazione di colonie ebraiche e la rapina delle risorse idriche e delle terre migliori. Da parte sua, il “complesso poliziesco-affaristico” arafattiano, impotente nell?affrontare le conseguenze della politica israeliana, le ha addirittura aggravate con la sua amministrazione corrotta e repressiva.

Fin dal 1996 (“rivolta del tunnel” dal 24 al 29/9) si sono create le condizioni per l?esplosione sociale del proletariato e della gioventù di Cisgiordania e Gaza, condannati a vivere senza lavoro e senza mezzi, in condizioni di insopportabile miseria nelle “riserve indiane” amministrate dall?Autorità con pugno di ferro. L?esplosione della gioventù proletaria e popolare dei Territori investe sia il potere oppressore di Israele sia quello degli affaristi arafattiani, incapaci entrambi di contenerla.

Lo dimostra in maniera drammatica lo sviluppo della “Seconda Intifada”, che dal 28/9/2000 infiamma i Territori occupati e sconvolge la vita delle città israeliane.

In una spirale di interventi sempre più brutali dell?esercito israeliano nelle città palestinesi e di attentati suicidi compiuti da palestinesi nelle città israeliane, si contano ormai più di 800 morti e quasi 20.000 feriti tra i palestinesi e 200 morti e più di 1000 feriti tra gli israeliani. Israele accusa ipocritamente il “complesso poliziesco- affaristico” arafattiano, cui aveva affidato il controllo delle masse palestinesi, di essere incapace di esercitarlo; e perciò utilizza di nuovo e direttamente il proprio esercito per terrorizzare la gioventù ribelle e chiudere i Territori, aggravando la miseria e gettando olio sul fuoco della rivolta.

Lo sviluppo degli avvenimenti dell?ultimo anno comprova che, a differenza dell?Intifada del 1987-1993, il conflitto di classe che sta alla radice della Seconda Intifada non può trovare una soluzione su basi nazionali. Esso infatti supera il ristretto quadro dei rapporti borghesi (di conflitto/concorrenza/collaborazione tra le borghesie israeliana e palestinese) e sconta il fallimento storico del nazionalismo dell?Olp.

Anzi, qualsiasi accordo raggiunto sulla costituzione di uno stato vassallo di Israele su parte della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, per il quale proseguono trattative più o meno segrete, non può che aggravare la situazione.

Nel quadro nazionalistico, i lavoratori israeliani e palestinesi sono e saranno condannati a continuare a scannarsi: i primi sotto la bandiera dell?imperialismo sionista; i secondi dietro una borghesia pronta a qualsiasi compromesso per conquistare un “posto” sullo scacchiere mediorientale (e questo vale sia per gli “affaristi” arafattiani che per i loro concorrenti “islamisti”, legati ai ceti possidenti interni e all?Arabia Saudita).

Non si deve poi dimenticare che tanto la borghesia israeliana quanto
quella palestinese utilizzano sempre l?odio nazionalistico e il fanatismo religioso per deviare e imprigionare il sollevamento delle masse immiserite; senza rinunciare a stipulare momentanei accordi, tregue tra un massacro e quello successivo, ma sempre fondati sull?oppressione del proletariato palestinese.

Una via di uscita da questa situazione c?è e consiste nel ripudio del nazionalismo e nella lotta per la costruzione di una federazione socialista arabo-israeliana, fondata sul potere dei lavoratori, nel cui quadro il popolo palestinese potrà conquistare i suoi diritti nazionali ed il proletariato palestinese uscire dalla sua condizione di oppressione e sfruttamento e affratellarsi con quello israeliano e via via con quello mediorientale e mondiale.

(da Rivoluzione Comunista, marzo-aprile 2002)
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v. “Un’occupazione che crea bambini desiderosi di morire
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v. anche: La questione mediorientale
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Bibliografia:

- G.Lannutti: Storia della Palestina. Datanews, Roma 2001, pp.153.
- Z.Sternhell: Nascita d’Israele. Baldini&Castoldi.
- AA.VV.: Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra. (Dossier Palestina). Salerno, Ripostes 1990, pp. 259.
- M.B.Oren: La guerra dei sei giorni (giugno 1967). Mondadori 2003.
- M. Massara. La terra troppo promessa: sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina. Milano, Teti 1979, 404 p.
- E.W.Said. La questione palestinese: la tragedia di essere vittima delle vittime. Prefazione di G.Valabrega. – 2. ed. – Roma, Gamberetti, 2001 – 314 p.
- G.Codovini: Storia del conflitto arabo israeliano palestinese. Tra dialoghi di pace e monologhi di guerra. Milano, B.Mondadori 2002, pp.387.
- C.Cenci: Shalom salam peace. Guerra e pace in Israele. Dalle origini alla road Map. Cooper. Castelvecchi ? 220 pagine.
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Riferimenti: Il muro della vergogna

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