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Archivio Dicembre 2003

Le "tradizioni giudaico-cristiane": un altro tam-tam vaticano

17 Dicembre 2003 Commenti chiusi

I politici nostrani, Fini in testa, raccolgono i gemiti vaticani sulle radici giudaico – cristiane dell’Europa e vorrebbero, ovviamente, che noi donne ci riconoscessimo in esse

Ma cosa vogliono da noi? Che ci riconosciamo in una tradizione sessuofobica, culla della nostra inferiorità legale e subordinazione sociale?

Il principale contributo intellettuale alla misoginia è venuto dai maggiori pensatori, scrittori e oratori della chiesa, uomini colti e autorevoli.

Questo aspetto merita la sua dovuta attenzione in un articolo a parte, di prossima pubblicazione.

Ci chiediamo: perchè questo martellamento?

Non credo proprio si tratti di un tentativo di invasione ecclesiastica in Stati notoriamente laici, tipo Francia.

I politici nostrani pompano – allora – perchè la chiesa possa inserire ‘proficuamente’ il suo capitale finanziario in Europa, anche senza esserne ufficialmente membro. La cosa mi sembra che quadri, visto che la banca vaticana è una potenza finanziaria di tutto rispetto, forse la prima nel mondo.

Riporto l’articolo seguente che ne da un’ampia documentazione.

Molti credono che la Banca Vaticana sia una leggenda; dopo tutto la Città del Vaticano ? luogo di palazzi, musei e cattedrali ? cosa se ne fa di una banca?

Ma la Banca del Vaticano esiste nel cuore della Città del Vaticano (vicino a Porta Sant?Anna), in una torre chiusa agli estranei. Ufficialmente la Banca Vaticana è nota come l?istituto per le Opere di Religione o Ior. In ogni caso la religione ha ben poco a che fare con la Banca, a meno che ci si riferisca ai cambiavalute che ci sono nella chiesa.

«E Gesù entrò nel Tempio di Dio, e scacciò tutti coloro che compravano e vendevano nel tempio, rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie di coloro che vendevano le colombe» [ Matteo 21:12, versione di Re Giacomo ]

Mentre i cambiavalute stavano semplicemente fornendo un servizio, in modo che le tasse del tempio potessero essere pagate, la Banca Vaticana è stata coinvolta in evasione fiscale, brogli finanziari e riciclaggio di oro nazista. Il Papa, come unico azionista della Banca Vaticana, è uno degli uomini più ricchi al mondo e, per associazione uno dei meno etici.

La Banca Vaticana ha la particolarità di essere una delle istituzioni finanziarie più riservate al mondo. In realtà si sa molto poco di essa se non quelle poche informazioni che il Vaticano rilascia.

(…) Maggiori informazioni riguardo lo Ior possono essere raccolte dalle cause civili e penali. Il Papa fondò il precursore dello Ior nel 1887, che si chiamava Commissione per le Opere Pie. Nel 1941 la Commissione fu trasformata nell?Istituto per le Opere Religiose «a scopo di lucro» attraverso l?emissione di statuti promulgati con l?approvazione di Pio XII.

Il nucleo centrale su cui lo IOR era fondato consisteva nei capitali della Santa Sede. L?eccedenza dei profitti, se ci fosse stata, sarebbe stata affidata alla Santa Sede; recentemente lo IOR è diventato sia una risorsa per i fondi operativi del Vaticano sia una passività corrente, come nel caso «Alperin contro la Banca Vaticana».

I possedimenti della Banca Vaticana sono un assunto spinoso e apparentemente un grande mistero, sempre che si creda al Vaticano. Una delle autorità più affidabili era Padre Thomas J. Reese, SJ, autore, di parecchi libri riguardanti la Chiesa Cattolica, inclusi i bestsellers «Inside the Vatican» e «Archbishop».

Basandosi sulle sue interviste ai membri del Vaticano, Reese dedica un intero capitolo di «Inside the Vatican» alle finanze papali. Reese era abbastanza sicuro riguardo al fatto di chi possedesse la Banca Vaticana: «lo IOR è in un certo senso la Banca del Papa……..

La posizione pubblica della banca è quella di esser sempre stata fedele al suo statuto ed esiste per servire la Chiesa, come previsto dalle norme della banca, chiamate chirografi.

La Santa Sede è il governo ufficiale sia della Chiesa Cattolica di Roma sia della Città del Vaticano, un micro-stato completamente indipendente situato a ridosso del fiume Tevere, a Roma. La Città del Vaticano è sede di tre istituzioni finanziarie: l?Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che funziona da Banca Centrale del Vaticano, il Ministero dell?Economia e la suddetta Banca Vaticana (IOR).

La Città Stato del Vaticano ? con una popolazione di soli 800 abitanti e un territorio di 441.000 mq ? è la nazione più piccola del mondo e forse tre istituti finanziari così importanti potrebbero non sembrare necessari, ma la Santa Sede è anche il governo temporaneo di un miliardo di Cattolici in tutto il mondo e in quanto tale ha esigenze e obiettivi che non possono essere soddisfatti mediante istituti bancari convenzionali.
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La Banca Vaticana non è responsabile né verso la Banca Centrale del Vaticano né verso il Ministero dell?Economia; infatti funziona in modo indipendente con tre consigli d?amministrazione: uno costituito da cardinali di alto livello, un altro costituito da banchieri internazionali che collaborano con impiegati della Banca Vaticana e per ultimo un consiglio d?amministrazione che si occupa degli affari giornalieri. Tali strutture organizzative così chiuse sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le operazioni della Banca.

Lo IOR funziona come banchiere privato della Chiesa, dal momento che si adatta perfettamente alle esigenze di una Banca diretta dal Papa. Nonostante sia di proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Sotto felice auspicio, l?apertura della banca nel 1941 per ordine di Pio XII, altresì chiamato il Papa di Hitler, ha fornito convenienti sbocchi bancari ai fascisti italiani, all?aristocrazia e alla mafia. (…)
La Banca Vaticana afferma di non aver nessun documento relativo al periodo della Seconda Guerra Mondiale; infatti secondo il procuratore della Banca Vaticana, Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la documentazione ogni dieci anni, un?affermazione alla quale nessun banchiere responsabile crederebbe.

Ciononostante, altre documentazioni esistono in Germania e presso gli archivi americani, che dimostrano i trasferimenti nazisti di fondi allo IOR dalla Reichsbank, e altri dallo IOR alle banche svizzere controllate dai nazisti. Un famoso procuratore specializzato nelle restituzioni dell?Olocausto ha documentato i trasferimenti di denaro dai conti delle SS a una innominata banca romana nel settembre 1943, proprio quando gli Alleati si stavano avvicinando alla città(…)

Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR era divenuto uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali.

Sotto la tutela del vescovo americano (uno spilungone di 191 cm) Paul Marcinkus, il vescovo Paolo Hnilica, Licio Gelli, Roberto Calvi e Michele Sindona, la Banca Vaticana divenne parte integrante dei numerosi programmi papali e mafiosi per il riciclaggio del denaro, in cui era difficile determinare dove finiva l?opera del Vaticano e dove cominciava quella della mafia.

Il Banco Ambrosiano dei Calvi e numerose società fantasma dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo presero il controllo degli affari bancari italiani e funsero da canale sotterraneo per il flusso di fondi verso l?Europa dell?Est, in appoggio all?Unione nazionale anticomunista.

Marcinkus, capo dello IOR, fu Direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e bancaria fra Calvi e Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonica P2, con il risultato finale della spartizione del denaro di altre persone, inclusa una singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema irlandese).

Non appena le macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare. L?impero bancario Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che coinvolgeva la Banca Vaticana, la Mafia e il braccio finanziario dell?oscuro ordine cattolico dell?Opus Dei.

L?Opus Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu trovato suicidato e impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con alcuni sassi nascosti nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.

Il tutto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!

(da www.disinformazione.it )
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Riferimenti: L’otto per mille al Vaticano

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Glossario e terminologia nel campo della Pma

16 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Propongo alla vostra attenzione il glossario Pma, pubblicato da Andrea Panzavolta , un utile strumento per orientarsi in un campo per molte di noi ancora sconosciuto.

Banca del seme

Luogo di conservazione del liquido seminale, opportunatamente conservato e catalogato, alla temperatura di -196 gradi centigradi (azoto liquido). Gli spermatozoi possono restare immersi nell’azoto liquido per un tempo indefinito senza subire alcuna alterazione funzionale (sono nati bambini perfettamente normali da seme conservato nel freddo da oltre 10 anni) e, nella banca, vengono suddivisi a seconda delle caratteristiche somatiche e dei gruppi sanguigni. Qualsiasi danno possa fare il congelamento agli spermatozoi, questo non si traduce in un aumento di malformazioni. Il congelamento riduce la fertilità del seme (un liquido seminale con una motilità iniziale dell’80%, ne perde almeno la metà dopo lo scongelamento).

Biotecnologie

Sono tecniche consistenti nell’utilizzazione di organismi viventi allo scopo di produrre quantità commerciali di prodotti utili, o per migliorare le caratteristiche di piante ed animali. Applicando queste tecniche, gli
scienziati sono in grado di creare ‘fabbriche’ sofisticate di batteri, muffe o lieviti che usano le nuove informazioni del loro patrimonio genetico per produrre a basso costo e su larga scala, farmaci ed altre sostanze utili all’uomo.

Cellula staminale

Le cellule staminali sono cellule primitive che hanno origine nell’uovo fecondato e che conservano, in grado più o meno elevato, la possibilità di differenziarsi in tutte le specie cellulari dell’organismo umano: dai muscoli al cuore, dal sangue ai nervi. Hanno tre gradi di specializzazione. Totipotente, dotato, cioè, della capacità di costruire un organismo intero, è solo lo zigote, cioè la cellula uovo dopo la fecondazionbe. Quando incomincia a suddividersi forma una ‘palla’ cava chiamata ‘blastocisti’. Al suo interno c’è il cd. ‘nodo embrionale’, un ammasso di 20-25 cellule di cui solo tre o quattro sono definite pluripotenti. Queste possono differenziarsi in specie cellulari diverse (polmone, pancreas, ecc.). Ci sono infine le cellule multipotenti: una sorta di staminali di riserva che permangono nell’adulto e che intervengono per riparare danni o regolare il ricambio cellulare. Però sono un po’ più specializzate: quelle del muscolo non possono trasformarsi in nervo e così via.

Clonazione

Semplificando, è la ‘creazione’ di una ‘copia’ vivente di un individuo partendo da una sua cellula ‘adulta’. Il nuovo embrione prodotto in laboratorio non è quindi frutto dell’unione di due cellule riproduttive (lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile), con metà dei geni dell’una e metà dell’altra, bensì è una ‘replica’ precisa (con gli stessi identici geni) dell’individuo ‘donatore’ della cellula clonata.

Clonazione terapeutica

Gli scienziati creano embrioni direttamente dalla cellula adulta di una persona. Nei laboratori si fanno sviluppare fino ad un certo stadio per ottenere le speciali cellule staminali che potrebbero essere usate in trattamenti medici rivoluzionari.

Crioconservazione

Conservazione di cellule o di organismi monocellulari in azoto liquido alla temperatura di -196 gradi centigradi.

Cromosomi

Sono ‘bastoncelli’ composti da Dna che ospitano i geni. Ogni cellula umana ne contiene 46 nel proprio nucleo: 23 sono di origine paterna e 23 di origine materna. Così ogni gene è presente in due esemplari.

Dna

Il Dna (Acido deossiribonucleico) è l’archivio genetico nel quale sono scritte le istruzioni che fanno sì che un essere umano nasca e si sviluppi a partire dalla prima cellula. Nel nucleo delle cellule umane ci sono 46 cromosomi divisi in 23 coppie. Il cromosoma è una specie di ‘filo’ attorcigliato di Dna, composto da quattro ‘mattoni’, chiamati basi chimiche: Adenina (A), Citosina (C), Guanina (G), Timina (T); una determinata sequenza di queste basi forma un gene. Il Dna umano ha circa 3 miliardi di coppie di basi e 1000 mila geni, che costituiscono il genoma umano.

Embrione

Ovulo femminile fecondato con il seme maschile. Con le attuali tecniche è possibile congelare l’embrione.

Embrioni sovrannumerari

Sono gli embrioni risultanti dalle tecniche di fecondazione in vitro intraprese a scopo terapeutico, molti dei quali, prodotti in eccesso per motivi tecnici (difficoltà a praticare nuovi cicli di stimolazione ovarica, raccolta di ovociti; necessità di disporre di embrioni che non presentino deviazioni di sviluppo nelle primissime fasi), sono consapevolmente destinati a non essere trasferiti in utero.

Eugenetica

Disciplina che si propone il miglioramento della specie umana. Tale scopo si può raggiungere sia evitando di trasmettere tare ereditarie (cd. eugenetica negativa), sia promuovendo caratteri ritenuti favorevoli (cd. eugenetica positiva).

Fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione (Fiv-et)

E’ una tecnica usata per donne con endometriosi, disturbi ovulatori, sterilità sconosciuta, immunologica, idiopatica ed è stata estesa anche a coppie con ipofertilità e infertilità maschile. Dal momento che è necessario avere a disposizione un certo numero di ovociti, la donna viene sottoposta, attraverso la somministrazione di dosi massicce di farmaci, ad una soppressione dell’ovulazione naturale e all’induzione di una ovulazione multipla. L’esigenza di avere a disposizione più ovociti e quindi il ricorso a super-ovulazioni, è determinato dal fatto di che il tasso di successo della Fiv-et è proporzionale al numero di embrioni trasferiti. Una volta individuato tale momento, si procede al recupero degli ovociti (pick up) che dovranno essere fertilizzati in provetta. Gli ovociti prelevati vengono, quindi, incubati in un terreno di coltura particolare per essere poi messi a contatto con gli spermatozoi selezionati ed opportunatamente trattati per realizzare la fecondazione. La coltura del pre-embrione si mantiene per 2 o 3 giorni fino alla stadio della divisione cellulare di 4-8 cellule.Le probabilità di successo sono doppie rispetto alla inseminazione artificiale

Gamete intra falloppian transfert (Gift)

Comporta l’inserimento nelle tube di Falloppio di ovociti che vengono aspirati con la tecnica della laparoscopia o ecografia, insieme agli spermatozoi opportunatamente trattati. Questa tecnica presuppone che le tube siano pervie e funzionali e trova la principale indicazione nella sterilità sine causa, con risultati percentualmente quasi doppi rispetto alla Fiv-et. Come nella Fiv-et, il primo momento di questa procedura consiste nella induzione farmacologica dell’ovoluzione multiple; quindi si arriva al momento dell’aspirazione degli ovociti per via lamparoscopica in anestesia generale o per ecografia. Una volta individuati gli ovociti maturi, si aspirano in un catetere sottilissimo gli ovociti scelti e gli spermatozoi per essere successivamente reinseriti nelle tube per via lamparoscopica.

Gameti

Termine generico che indica le cellule germinali mature sia femminili (cellule uovo) che maschili (spermatozoi). I gameti hanno fisiologicamente un corredo cromosomico aploide, ossia un corredo genetico costituito da una sola coppia di ogni cromosoma autosonico e da un solo cromosoma del sesso.

Geni

I geni sono frammenti di Dna e sono distribuiti su 46 cromosomi. La complessità del patrimonio genetico aumenta con la varietà delle funzioni da assicurare. Tre-quattromila geni sono sufficienti ad un batterio per vivere e proliferare, ma le piante ne hanno circa ventimila, i mammiferi centomila. Per quanto riguarda l’uomo, non si sa ancora con esattezza di quanti geni disponga, c’è chi sostiene che siano cinquemila, chi è convinto che arrivino a 120 mila. Per Venter e Collins sono 80 mila. Ogni gene è depositario dei comandi che fanno fabbricare alla cellula una determinata proteina. Per far questo, i geni inducono l’assemblaggio degli aminoacidi di un altro altro acido nucleico, l’Rna, che trasferisce l’informazione delo Dna ad altre strutture presenti nella cellula, capaci di montare in modo appropriato gli aminoacidi. Le informazioni trasmesse dai geni sono determinate dalla precisa sequenza di basi del Dna di quel gene. Le quattro basi, infatti, formano una specie di alfabeto di sole quattro lettere, che, però, è sufficiente per far costruire tutte le proteine necessarie all’organismo.

Infertilità

E’ l’incapacità di concepire e portare a termine una gravidanza, ma con un significato relativo e temporaneo. Il periodo fertile di una donna per definizione cade tra il menarca (comparsa della prima mestruazione, 12-13 anni) e la menopausa (45-50).

Ingegneria genetica

Si può definire come una tecnica capace di apportare in una cellula o in un organismo caratteristiche genetiche che altrimenti non avrebbe. L’i.g. è cioè capace di modificare il patrimonio genetico di un organismo che, ad esempio, ha una malattia genetica, inserendo il gene sano al posto del gene malato. Con l’i.g. è finalmente possibile trattare tante malattie ereditarie che generalmente sono malattie genetiche. In questo senso l’i.g. non ha direttamente da fare con le nuove tecnologie procreative, perché non lavora per la produzione di embrioni che poi si svilupperanno fino alla nascita. Se lavora su embrioni è per poter modificare il patrimonio genetico (Dna), sede di eventuali malformazioni e malattie. Ultimamente, l’i.g. può lavorare sulla clonazione di embrioni, ma tali esperimenti sull’uomo sono generalmente disapprovati.

Inseminazione artificiale

E’ una tecnica dove ovulo e spermatozoo si incontrano “dentro” l’apparato riproduttivo della donna. Perciò l’i.a. appartiene al gruppo di tecnologie dette “intracorporee”. L’inseminazione consiste, appunto, nell’inserire il seme (spermatozoo) nell’apparato riproduttivo della donna, dopo essere passato da opportune analisi che ne verifichino l’effettiva buona qualità e la sufficiente quantità. Infatti molte volte la coppia non riesce ad avere un bambino perché la “qualità” degli spermatozoi non è buona, o anche perché la loro “quantità” è insufficiente. Se uno spermatozoo, ad esempio, non ha la testa adeguatamente formata non riuscirà a penetrare l’ovulo della donna, e quindi non riuscirà a fecondarlo; oppure ­ sempre a motivo della qualità ­ se la coda dello spermatozoo è corta o non si muove adeguatamente non riuscirà a raggiungere l’ovulo. Allo stesso modo, se la quantità degli spermatozoi è insufficiente, non riuscirà a fecondare la donna, perché questi spermatozoi non avranno la quantità sufficiente per giungere alle tube di Falloppio, cioè al luogo dove l’ovulo li sta attendendo. L’inseminazione artificiale è indicata particolarmente nei casi di sterilità maschile.

Inseminazione post-mortem

Il liquido seminale prelevato da un soggetto crioconservato presso una banca del seme, viene dopo la morte della persona utilizzato per procedere alla fecondazione della donna alla quale la persona stessa era legata in vita da un vincolo coniugale o di fatto.

Madri surrogate. Madri portatrici

Sono termini diversi e, tranne, in qualche caso, equivalenti, per indicare della donna che portano a termine una gravidanza per conto di un’altra coppia, o comunque di un’altra donna. In alcuni casi la donna si impegna soltanto a portare a termine un uovo fecondato che appartiene alla coppia sterile: per esempio, nel caso di una coppia in cui la donna sia stata sterilizzata, ma che abbia le sue ovaie e produce i suoi ovuli. Allora si fanno unire i gameti di queste coppie e, ottenuta la segmentazione dell’ovulo, si porrà l’embrione così ottenuto nell’utero della madre portatrice. Terminata la gravidanza, la donna che lo ha partorito, darà il figlio alla coppia geneticamente genitrice. Nel caso, invece, di donna sterile perché mancante anche della produzione delle proprie uova, la madre surrogata dona anche il proprio uovo. E’ disposta, cioè, ad essere fecondata artificialmente con i gameti dell’uomo della coppia sterile e poi, alla fine della gravidanza, a cedere il figlio che è nato, ma che geneticamente è per metà suo.

Nucleo

E’ il ‘cuore’ della cellula contenete i cromosomi con i geni che costituiscono il patrimonio genetico di ogni singolo individuo.

Ovocita

Cellula germinale femminile.

Ovodonazione

L’indicazione classica della ovodonazione (o donazione di ovociti) riguarda le donne che hanno completamente esaurito il proprio patrimonio follicolare (sono cioè in menopausa), quelle che non hanno mai posseduto un patrimonio follicolare e quelle che non vogliono (per ragioni genetiche) o non possono (per ragioni meccaniche o per aver tentato inutilmente molte volte) disporre del proprio patrimonio follicolare.

Ovulo

L’ovocita emesso nell’ovulazione dal follicolo ovarico e pronto per la fecondazione.

Procreazione artificiale eterologa (Aid)

Il termine è improprio, perché indica un tipo di fecondazione che utilizza gameti di specie diverse dall’uomo; il termine più corretto è ‘donazione di gameti’. Comunque, per ‘fecondazione eterologa’ s’intendono le tecniche volte ad ottenere artificialmente un concepimento umano a partire da gameti provenienti almeno da un donatore diverso dalla coppia. Tali tecniche possono essere di due tipi:
- a) procreazione in vitro eterologa:
tecnica volta ad ottenere un concepimento umano attraverso l’incontro in vitro di gameti prelevati almeno da un donatore diverso dalla coppia;
- b) procreazione artificiale eterologa:
tecnica volta ad ottenere un concepimento umano attraverso il trasferimento nelle vie genitali della donna dello sperma precedentemente raccolto da un donatore diverso dal partner stabile.

Procreazione artificiale omologa (Aih)

Si intende la tecnica volta ad ottenere un concepimento umano a partire dai gameti della coppia. La fecondazione artificiale omologa po’ essere attuata con due diverse metodiche:
- a) procreazione in vitro omologa:
tecnica diretta ad ottenere un concepimento umano mediante l’incontro in vitro dei gameti della coppia;
- b) procreazione artificiale eterologa:
tecnica diretta ad ottenere un concepimento umano mediante il trasferimento, nelle vie genitali della donna, dello sperma di un donatore precedentemente raccolto.

Proteine

Le proteine sono i costituenti fondamentali dell’organismo e possono essere sia strutturali che funzionali, come, per esempio, gli enzimi, che sono indispensabili per moltissime reazioni chimiche che la cellula deve svolgere. Le proteine sono composte da aminoacidi assemblati in una determinata sequenza. Per fare un paragone: le proteine possono essere paragonate a parole, di cui gli aminoacidi sono le lettere.

Sterilità

Per sterilità s’intende l’assoluta e permanente mancanza della capacità riproduttiva sia nell’uomo che nella donna: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’unione si può definire sterile quando si verifica la mancanza del concepimento dopo due anni di ricerca della prole. Questa definizione non è in realtà accettata universalmente poiché, ad esempio, la Società Americana per lo Studio della Sterilità limita ad un anno il periodo d’attesa. La sterilità può essere primitiva se non esiste storia di gravidanze precedenti, o secondaria se una gravidanza precedente c’è stata, comunque sia terminata.

Stimolazione ormonale

Si ricorre alla stimolazione ormonale per far produrre più ormoni alla donna. Nel periodo di cura con i farmaci è sconsigliato avere rapporti sessuali per non incorrere in parti plurigemellari

Tecniche di riproduzione artificiale

Sembra più corretto parlare di procreazione tecnicamente assistita laddove si agisce per implementare eventi naturali, e di tecniche di riproduzione artificiali laddove si sostituiscono, con l’opera umana, “tempi” che nel processo naturale non possono più avvenire, o si adotta volontariamente un processo fecondativo artificiale, ancorché clinicamente non necessitato.

Terapia genica

Si deve distinguere tra terapia genica ‘somatica’ e terapia genica ‘germinale’. Per terapia genica somatica s’intende l’introduzione in organismi o cellule umane di un gene, un frammento di Dna, per prevenire o curare una condizione patologica, utilizzando generalmente il seguente metodo: 1) prelievo e coltura in vitro di cellule proliferanti dal paziente affetto; 2) introduzione nelle cellule coltivate del gene normale; 3) reintroduzione delle cellule modificate geneticamente nel paziente. Per terapia genica germinale, invece, s’intende il trasferimento di un gene sano in cellule prelevate da un individuo con geni difettosi e successivo reimpianto delle cellule manipolate. La terapia genica germinal potrebbe consentire di prevenire gravi difetti genetici nell’individuo che nascerà: in questo caso, però, il patrimonio genetico manipolato verrà trasmesso alle future generazioni.

Totipotenzialità

Dopo la fecondazione il prodotto del concepimento non presenta ancora la relazione di subordinazione delle parti al tutto richiesta dall’individualità: infatti fino a circa 14 giorni dal concepimento il processo vitale è ancora totipotente, cioè se diviso dà origine a diversi individui completi e non muore, oppure può fondersi con altri zigoti e dare origine a chimere oppure può svilupparsi in una mola.

Transgenico

Gli organismi transgenici (o ‘geneticamente modificati’) sono quegli organismi (vegetali, animali o appartenenti a qualsiasi altra forma di vita) ai quali è stato modificato artificialmente il genoma con tecniche di ricombinazione genetica.

Xenotrapianti

Trapianti di organi eseguiti tra specie differenti (per esempio, il cuore di un maiale trapiantato in un uomo). Eminenti scienziati in questo campo chiedono una moratoria negli esperimenti sull’uomo perché ritengono che ‘i rischi sono sufficienti per suggerire di astenersi dagli xenotrapianti umani fino a che non saranno prese pubbliche decisioni sugli aspetti etici’, scrive la rivista New Scientist (24 gennaio 1998). Inoltre è stato dimostrato che i retrovirus del maiale infettano le cellule umane in provetta (ibidem).

Zigote o Conceptus o Pre/Pro-embrione

Tali termini indicano la totalità delle cellule derivate dall’uovo fertilizzato fino al 15°giorno di sviluppo, quando l’embrione si forma come entità distinta. Fino allo stadio di 16 cellule ogni cellula è totipotente; fino al termine dell’impianto (15°giorno) le parti embrionarie non sono distinguibili da quelle extra-embrionarie. Dopo il 15°giorno inizia lo sviluppo umano individuale; da questo momento fino ad otto settimane dopo la fertilizzazione si parla, arbitrariamente, di embrione. Successivamente, e fino alla nascita, si parla di feto. Si è discusso molto sul termine pre-embrione. Laici, religiosi, giuristi filosofi, medici e politici hanno avanzato diverse definizioni. Dal punto di vista genetico il pre-embrione è senza dubbio umano, ossia contiene nell’iniziale stadio delle sue cellule un patrimonio cromosomico di tipo umano. Ma se possiede un’entità genetica, questa non è sufficientemente attivata per formare un individuo umano.
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Riferimenti: "Corpo del capitale, capitale del corpo"

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Corpo del capitale, capitale del corpo

15 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Per il capitale il nostro corpo è una merce. Ma per noi il nostro corpo è un capitale e vogliamo utilizzarlo e valorizzarlo al meglio.

Il tutte le società classiste-sessiste, la riproduzione, come processo sociale, giuridicamente istituzionalizzato, è la causa prima della nostra oppressione.

Non esiste, e non può esistere nel capitalismo, una maternità libera, ovvero il nostro diritto a filiare, secondo il nostro piacere personale e con chi vogliamo. La riproduzione deve avvenire nel quadro della società istituzionalizzata, attraverso il matrimonio, che garantisce la filiazione e la discendenza legittima.

Al di fuori, chi ci prova, viene ostacolata, moralmente avvilita, e se non paga con l’ostracismo sociale, la ‘solidarietà’ non è che una forma di pietismo razziale.

Chi è madre senza ‘coniugium’ ne sa qualcosa. Nelle società più reazionarie, la donna che filia fuori dal matrimonio, è punita con la morte.

Ora, questa nuova legge, la Pma, si presenta sotto due aspetti: il primo, evidente, soccorrere la donna sterile e permetterle di sentirsi come le ‘normali’, cioè le feconde, visto che la sterilità è considerata come menomazione, malformazione, maledizione.

Il secondo, meno evidente, ma pericoloso, è quello di sottrarre progressivamente la riproduzione alle donne attraverso le tecniche genetiche.

Se è vero che la riproduzione, nel sessismo capitalista, è il fondamento della oppressione della donna, è anche vero che questa capacità matriarcale offre una sorta di potere sociale, nei confronti dei figli e in senso più lato, nella famiglia.

Non difendo questo ruolo femminile, perchè sono per l’abolizione dei ruoli, catene di oppressione senza fine. Ma così stanno le cose.

Voglio fare notare che la Pma, essendo un campo di applicazione della ingegneria genetica, ci sta privando del luogo materno del nostro corpo, la riproduzione. Nostro corpo, di donne. E questo non dobbiamo permetterlo!

L’ingegneria genetica si è già impadronita della prima fase della riproduzione riguardante embrione e feto.

Vediamo le tappe di questo processo negli ultimi trent’anni.

1972: Paul Borg riuscì a creare per la prima volta una molecola di Dna ibrida e grazie all’impiego degli enzimi di restrizione e delle ligasi costruì una nuova molecola di Dna.

Ha ottenuto, nell’80, il premio Nobel per la chimica, per aver aperto aperto le frontiere alla clonazione, alla manipolazione genetica e alla terapia “genica”.

1982: anno delle grandi manipolazioni genetiche sugli animali, sottoposti, senza alcun limite, a torture, vivisezione, e crudeltà indicibili al fine di ottenere ‘ibridi ‘e ‘cloni’ da utilizzare per i trapianti
umani, per farmaci e per esperimenti fine a se stessi. Anche in campo vegetale si fanno nuove acquisizioni: Kemp e Hall creano il primo vegetale ibrido chiamato ‘Sunbear’ trasferendo il gene del fagiolo nel Dna del nucleo del girasole.

Toccò subito dopo agli esseri umani: il Parlamento Europeo approvava alcuni interventi di manipolazione genetica purché vi fosse il consenso dell’interessato e, se si trattava di feti, embrioni o minorenni, il consenso dei genitori.

Il consenso per i feti e gli embrioni … c’è da ridere per non piangere! Si sono presi embrioni e feti dagli aborti legali che noi donne abbiamo dovuto ottenere per necessità! E tutto gratis! Altro che consenso! Chi ce l’ha mai chiesto?! Ipocriti !!!

E dopo aver sperimentato, la ‘materia prima ‘ da noi data gratis, ci vengono a dire che gli embrioni stanno meglio in frigo e i feti in provetta, visto che la nostra “metra” non serve più.

Bell’affare abbiamo fatto con la medicina del capitale …

1998: anno inquietante per noi donne: in Corea è stata fatta la prima clonazione umana: a Seul, l’equipe del dottor Lee Po Yon aveva tolto il nucleo a un ovulo di una donna e l’aveva sostituito con un altro proveniente da una cellula somatica.

1999: un genetista, senz’altro amico delle donne, dichiara che possiamo fare tutto in provetta, senza il seme maschile, con una serie di interventi chimici sull’ovulo … Si può anche tentare la fusione di due ovuli e vedere che cosa nasce!

Il 26 giugno, una data storica: alla presenza di Bill Clinton, Francis Collins, direttore del progetto Genoma e Craig Venter, annunciano di aver effettuato la mappatura del genoma umano, anche se solo al 97%.

Quello che è interessante, per il tema che stiamo esaminando, è la scoperta che i geni umani erano solo 30.000 mentre fino al giorno prima eravamo tutti convinti che fossero 100.000 e su questo dato, dimostratosi errato, si erano compiuti esperimenti per 20 anni.

Un collasso della fertilità?

2002: una associazione statunitense per la difesa dei cittadini denunciava la concessione del brevetto sulla clonazione delle varie fasi del processo riproduttivo umano, feti, embrioni e bambini alla Biotransplant Inc, Massachussetts.

Ancora: la setta dei realiani, i cui seguaci credono che veniamo dagli extraterrestri, dice che è in grado di far nascere la prima bambina clonata.

Gli esperti di sperimentazione – perchè non si chiamano con il loro nome? MENGELE dichiarano di ottenere esseri umani anencefali da impiegare come serbatoi per i trapianti umani.

Negli Usa il mengele Stewart Newman ha presentato una domanda (18 dicembre 1997) per la brevettazione di un essere vivente parzialmente umano per xenotrapianti.

Pomposamente dichiarano che La Natura è “vinta” e i suoi limiti superati. Come il re Mida nelle cui mani tutto si trasformava in oro, così il capitalismo trasforma tutto in merce e profitto, compresa la natura, gli animali, gli uomini.

Gli animali, dei quali si nega l’intelligenza e la sensibilità, privati di tutti i loro diritti all’esistenza e alla libertà, sono diventati nel pensiero e nella pratica di massa solo fettine, bistecche, prosciutti, carni bianche, senza più nome e identità.

Si mistificano le loro sofferenze e le crudeltà nei loro confronti, l’orrore degli allevamenti (e trasporti) intensivi, delle macellazioni cruente e impietose, per soddisfare le esigenze superproteiche-cannibaliche della opulenta e sempre più obesa società occidentale!

In nome della scienza, della moda, della cosmesi, della bellezza a tutte le età, vengono torturati e vivisezionati milioni di animali; in nome della ‘salute’ a milioni sacrificati nei laboratori farmaceutici, per esperimenti finalizzati al profitto (in molti casi, fini a se stessi).

Per il gusto di uccidere, divertendosi, si massacrano a milioni, ogni anno con la caccia! Per natale si comprano per i bambini cuccioli di cani e gatti, e poi si abbandonano per andare in vacanza senza seccature!

Gli esseri umani valgono solo come forza-lavoro e consumatori, meglio se acefali, così non pensano e subiscono tutto passivamente.

Noi donne valiamo ancora meno.

Il nostro corpo, è oggetto di pubblico piacere, venduto nelle strade e nelle stanze di tolleranza, strumentalizzato nel modo più turpe dalla demenza pubblicitaria, offerto senza mezze misure sul mercato del sesso, a tutte le età.

A chi ha ancora un pizzico di sensibilità, questa società non può che fare schifo!

Ribadiamo per prima cosa il valore integrale del nostro corpo, nella sua totalità, e nostro come persone (e non in quanto figlie, sorelle, mogli, madri, nonne … o puttane)!

Prendiamo le distanze dalle donne che, credendosi progressiste, inneggiano alla scienza capitalista!

Aggiungo alcune osservazioni a quanto ho esposto:

- oggi la riproduzione naturale della specie nelle società occidentali è troppo costosa per il capitale;

- l’ideale sarebbe sfruttare la forza-lavoro della donna gravida per tutti i nove mesi dell’attesa e potendo, anche subito dopo il parto;

- la riproduzione in vitro può porsi come alternativa al ventre materno e agli impacci che ne derivano in termini di perdita di tempo di lavoro. Si comincia dalla prima fase della riproduzione per andare sempre più avanti su questa strada;

- per risparmiare sui costi riproduttivi, si tagliano i servizi sociali per l’infanzia;

- le donne, se non sono forza-lavoro, devono almeno essere matriarche: pena l’ostracismo se non si sottopongono a qualche pratica di Pma statalizzata.

Tutte queste ennesime porcherie contro le donne avvengono in un clima di giubileo canoro orchestrato dalle forze reazionarie, chiesa, papa, fascisti, cattolici, liberali, “margherite”, falsi comunisti e anche, purtroppo, da molte donne bigotte.
Riferimenti: "Madre provetta"

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Madre provetta: marketing assicurato per la medicina del capitale

14 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Madre provetta: via crucis per la donna, rischio di gravi handicaps per il bambino, mercato assicurato per la medicina del capitale!

Riporto un articolo da Tempo medico che si commenta da solo.

DA TRE CONTINENTI ARRIVA UN MONITO ALL?UTILIZZO DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA

In pericolo i figli della provetta

Lo si sospettava, ma gli studi condotti finora non avevano fornito risultati davvero convincenti. Ora è più chiaro: i bambini concepiti con l?utilizzo di metodi di fecondazione assistita corrono un rischio maggiore degli altri di avere qualche handicap.

Due studi pubblicati sul New England Journal of Medicine affrontano ognuno un aspetto specifico: il peso alla nascita e la presenza di difetti congeniti.

«Che l?utilizzo di una tecnologia riproduttiva aumenti la probabilità che i bambini nascano sottopeso è un fatto assodato. E attribuito, finora, quasi esclusivamente alla maggiore percentuale di gravidanze gemellari: per aumentare le probabilità di successo, infatti, nell?utero della madre viene impiantato più di un embrione. Tant?è vero che di tutti i parti trigemellari avvenuti nel 1997 nel nostro paese oltre il 40 per cento è stato il risultato dell?uso della fecondazione assistita» dice Lynne Wilcox, della Divisione di salute riproduttiva dei CDC di Atlanta.

«Nel corso degli anni però era stata avanzata l?ipotesi che anche nei parti semplici ci fosse una proporzione maggiore di nascite sottopeso tra i neonati concepiti per via non naturale». Per questo il gruppo coordinato da Wilcox ha messo a confronto i pesi alla nascita di oltre 42.000 bambini nati tra il 1996 e il 1997 e concepiti con la fecondazione assistita con quelli di 3.400.000 bambini concepiti naturalmente e nati nel 1997. Arrivando alla conclusione che per i neonati del primo gruppo il rischio di nascere con un peso inferiore alla norma è del 3 e del 4 per cento (rispettivamente di essere semplicemente sottopeso oppure gravemente sottopeso) ovvero circa sei volte quello atteso.

E che questo eccesso di rischio rimane anche quando si considerano soltanto gravidanze singole.

L?altro studio, condotto in Australia, mette in relazione il concepimento assistito con la presenza di diversi difetti congeniti.

I ricercatori dell?Università dell?Australia occidentale hanno incrociato i dati derivati dai registri delle nascite con quelli dei registri dei difetti congeniti relativi agli anni tra il 1993 e il 1997. E hanno trovato che il rischio di nascere con difetti congeniti rilevanti è due volte superiore per i bambini concepiti per via non naturale rispetto agli altri. «In circa il 9 per cento degli oltre 1.100 bambini concepiti con metodi non naturali sono stati diagnosticati gravi difetti congeniti, muscoloscheletrici, cardiovascolari, urogenitali o cromosomici, nell?arco di un anno dalla nascita» dice Sandra Webb, che ha coordinato lo studio.

«Una percentuale due volte superiore a quella attesa per i concepimenti naturali». Anche in questo caso l?eccesso di rischio non è attribuibile solo ai parti plurimi e, inoltre, non fa molta differenza tra i metodi utilizzati, iniezione intracitoplasmatica di sperma o fecondazione in vitro.
Questi dati si affiancano a quelli presentati qualche settimana prima da uno studio svedese, pubblicato su Lancet, in cui si documenta un aumento della probabilità, per i figli della fecondazione in vitro, di gravi difetti neurologici, in particolare paralisi cerebrale.

Ancora non è chiaro a che cosa si debbano questi effetti e i ricercatori sono alle prese con le ipotesi. Resta il fatto che ormai si tratta di dati solidi. Sufficienti a mettere in crisi le tecniche di riproduzione assistita?

«Questi dati parlano di rischi relativi, mentre alle coppie interessano i valori assoluti. E questi, per fortuna, rimangono in un ambito rassicurante: la probabilità che dall?uso di una tecnica riproduttiva nasca un bambino di peso normale è pur sempre del 94 per cento, e del 91 per cento che non ci siano gravi difetti congeniti» sottolinea Allen Mitchell, della Scuola di salute pubblica dell?Università di Boston. «Piuttosto, è un altro l?aspetto da tenere presente. E cioè che da dieci anni a questa parte il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita negli Stati Uniti è aumentato in modo considerevole (di circa il 37 per cento tra il 1995 e il 1998) e che il marketing è sempre più aggressivo: ciò comporta il rischio che a queste tecniche ricorrano coppie che non ne avrebbero bisogno. Correndo rischi inutili».
(Cinzia Tromba)
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Riferimenti: V. anche: "L’utero maligno"

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L’utero "maligno "

13 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Al di là di tutte le chiacchere sulla Pma, e sulla mistica della maternità, la realtà è una sola: la donna deve funzionare come matriarca per contare nella società borghese

Per le “sfortunate” il cui utero maligno non vuole o non può partorire, la Fivet (fecondazione in vitro con embrio-transfer), è l’istituzione statalizzata del complesso medico-industriale, che, per mezzo dei suoi terapeuti-ingegneri, manipola e martoria il corpo femminile onde dare soluzioni alla ‘crisi riproduttiva’ del sistema.

Per le matriarche a tutti i costi, ecco come funziona: tenete presente che al vostro partner, in termini fisici, non costa niente.

Gli accertamenti sulla donna sono normalmente i seguenti:

E’ prevista la laparoscopia per accertare se le ovaie sono raggiungibili per la captazione degli oociti; se occorre, si fa l’intervento di lisi di aderenze per liberare le ovaie. Si esamina poi la curva della temperatura basale per tre cicli, per accertare la regolarità della ovulazione.

Non è detto che sempre risulti prelevabile l’ovulo adatto alla fecondazione dalla donna sterile; il programma in questo caso dovrà prevedere un ovulo da donatrice.

Gli accertamenti sull’uomo riguardano il liquido seminale del marito in prima istanza.

Si congela una riserva di seme idoneo, nel caso che intervengano difficoltà nel produrre seme idoneo al momento della Fivet. Se il seme risulterà inutilizzabile, si prospetta l’ipotesi del donatore.

Una volta condotti gli accertamenti sulla donna e sull’uomo, si inizia il trattamento delle pazienti.

Di solito si induce farmacologicamente l’ovulazione, stimolando una ovulazione multipla al fine di prelevare e fecondare più oociti, considerando le difficoltà dell’impianto e dell’annidamento.

Questo momento della sperimentazione non è scevro da rischi: si segnala, infatti, una maggiore probabilità di insorgenza di neoplasie ovariche nelle donne trattate a lungo con clomifene.

Il timing dell’ovulazione è quindi un momento importante del programma e prevede il controllo ultrasonico e la laparoscopia per il prelievo degli ovuli.

L’ovulo prelevato viene posto in terreno di coltura e dopo almeno 5 o 6 ore viene fecondato.

Per il transfer si richiedono embrioni che abbiano uno sviluppo di 4-8 cellule o 8-16: si ritiene che dopo tale sviluppo l’embrione, eccedendo la misura di sviluppo tubarico, possa subire danni.

Il transfer avviene per via transcervicale e transuterina.

Dopo un riposo ospedaliero di 24 ore la paziente viene dimessa; dal 10° al 12° giorno si dà inizio ai controlli ematici di gravidanza.

La percentuale dei successi dipende dall’affinamento della tecnica, ma comunque comporta sempre una altissima perdita di embrioni.

Per quanto riguarda il momento della fecondazione dell’ovulo, esistono oggi numerose possibilità di intervento che vanno dalla creazione di “passaggi” attraverso la zona pellucida dell’ovulo (zona drilling) che consentano la penetrazione dello spermatozoo, alla perforazione meccanica della zona pellucida (partial zona dissection), alla microinseminazione e cioè all’introduzione, per mezzo di un micromanipolatore di uno o più spermatozoi nello spazio perivitellino, ed infine alla microiniezione con l’introduzione del singolo spermatozoo all’interno dell’ooplasma.

Con la tecnica della microiniezione si conclude il controllo dell’uomo sull’inizio della vita: si sceglie volutamente l’ovulo e lo spermatozoo, si introduce lo spermatozoo prescelto nell’oocita, dando inizio ad un ciclo vitale che potrà continuare nell’utero di donna, rimanere sospeso nella crioconservazione o concludersi come oggetto di sperimentazione.

In questo modo si instaura il completo dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana: lo scienziato sembra aver realizzato l’antico sogno, caro agli alchimisti, della produzione dell’uomo.

Nella Fivet, come abbiamo visto, si danno numerose combinazioni, potendo avere il seme del marito o di donatore, l’ovulo della madre o di donatrice, il feto nato dalla madre o da una madre sostitutiva.

Ai fini di una riflessione etica è necessario ricordare come nella Fivet è costante il problema degli embrioni soprannumerari: di quegli embrioni, cioè, che rimangono congelati in attesa di un possibile impianto e che talvolta vengono usati per la sperimentazione e l’industria.

L’articolo è stato tratto da ‘Embrione e fecondazione assistita’, di Massimiliano Marinelli, da Bioetica.

Vale la pena di regalare il nostro corpo ad una burocrazia medica adibita alla sperimentazione, sia umana che animale, ignobile sotto ogni profilo?

Perchè non rispettare il proprio corpo e voler essere madri a tutti i costi, quando la più alta dignità è quella di essere donna?
Riferimenti: V. anche: "La procreazione statalizzata è legge"

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La procreazione statalizzata è legge

12 Dicembre 2003 5 commenti


L’utero non è più mio

La legge sulla fecondazione nega alle donne la speranza di essere madri. E arriva dopo altre norme ispirate a un ruolo femminile subalterno

A partire dai prossimi giorni, le italiane saranno tutte un po’ meno libere. Si, proprio tutte, anche le bambine delle elementari, che nel loro futuro non avranno più il diritto di curare in modo civile quella malattia in continua crescita che è la sterilità. Anche le donne di mezza età e oltre, che nella stragrande maggioranza non progettavano certo di trasformarsi in patetiche mamme-nonne, ma che come le loro figlie e nipoti si vedranno ridotte comunque a cittadine di serie B, creature a libertà vigilata, da rimettere in riga dopo la grande festa libertaria cominciata una trentina d’anni fa.

La legge sulla fecondazione assistita, arrivata il 10/02/04 alla sua conclusione dopo innumerevoli passaggi parlamentari e discussioni sfibranti, è certo nei suoi aspetti più evidenti una legge scritta “agli ordini di San Pietro” che, come sostiene fra gli altri il ginecologo Carlo Flamigni, uno dei pionieri italiani della materia, “ferisce la laicità dello Stato, promuovendo il peccato a reato, la morale cattolica a norma obbligatoria per tutti”.

Ma c’è anche qualcosa di più oscuro e inquietante in questi articoli che sono stati blindati contro qualunque modifica, come era successo per la Cirami o per la legge sull’informazione che porta il nome di Maurizio Gasparri. Questa volta non erano in gioco gli interessi di Berlusconi o di Mediaset, ma un oggetto ben più universale, la libertà femminile.

Come ai tempi lontani dell’Italia spaccata dal referendum pro o contro il diritto all’aborto, lo scontro è stato impostato sulla micidiale contrapposizione fra la madre e quella speranza di vita che è l’oggetto del concepimento. Se allora un’Italia molto più moderna del previsto aveva detto no agli ultras che andavano in giro con i feti in formalina, adesso l’autodeterminazione femminile è uscita con le ossa rotte. Basti pensare alle norme che impongono alla donna, una volta fecondato l’ovulo, di farselo impiantare comunque nel giro di pochi giorni. Con l’implicita conseguenza che, se avesse cambiato idea anche per ragioni gravi, il medico dovrà denunciare la reproba al magistrato, che a sua volta la farà portare in clinica dai carabinieri.

D’altra parte, aveva osservato durante il dibattito al Senato Cinzia Dato, una parlamentare della Margherita che non si era accodata al Polo come buona parte del suo gruppo, le peggiori assurdità della legge nascono dall’aver voluto considerare quel piccolo ammasso di cellule che è il concepito come un titolare di diritti autonomi. E non aver tenuto conto che la sua è una vita che si sviluppa all’interno di un’altra vita, quella della madre. L’idea di un embrione dotato di personalità giuridica, quasi un bambino in miniatura, ha consentito a una maggioranza al 90 per cento maschile di legiferare in lungo e in largo sul corpo delle donne, limitandone la libertà di scelta e mettendo in imbarazzo chi integralista non è.

“Sentire tutti quegli uomini che discutevano di organi genitali femminili, di attività ormonale e così via è stato davvero fastidioso. Forse, se ci fossero state più donne in Parlamento, tanti miei colleghi maschi avrebbero avuto un po’ più di ritegno, un po’ più di rispetto”, ha detto un cattolico attentissimo al valore della vita come Giuliano Amato.

Ma anche questa irrisoria presenza femminile nelle istituzioni, che cala ad ogni legislatura e che ha portato l’Italia ad essere il fanalino di coda dell’Europa, è probabilmente la conseguenza di un’ostilità verso l’autonomia delle donne che sempre più sta crescendo ai tempi del governo della destra. “È come se ci si volesse vendicare degli spazi che avevamo occupato nella società, della rottura dei modelli patriarcali. C’è in giro una gran voglia di rimetterci in riga, di accusarci di tutti i mali del mondo”, dice Chiara Saraceno, la sociologa a cui si devono alcune delle analisi più importanti sulla condizione femminile.

L’ostilità comincia a esprimersi già nel linguaggio. Nelle lunghe discussioni sulla fecondazione assistita sono stati “gallina” e “troia” gli epiteti più volte riservate dai parlamentari della destra alle colleghe. E anche quando non sono volati gli insulti, si sono registrati numerosi episodi di intolleranza contro le donne parlamentari, al limite della violenza psicologica. Il sottosegretario alla Salute Cesare Cursi, di An, al Senato ha cercato di sopraffare la diessina Maria Grazia Pagano che gli faceva un’obiezione, provocandole un malore.”Siete contrarie alla legge perché volete continuare a farvi scopare”, ululavano i senatori di Forza Italia e di An ad Alessandra Mussolini, a Maura Cossutta e alle altre deputate che in settembre erano entrate in aula per un blitz di protesta.

Ma anche in momenti meno drammatici l’irrisione delle donne è frequente. Titti De Simone di Rifondazione racconta che spesso, quando prende la parola un’ex ministra come Livia Turco, si diffondono dai banchi del Polo coretti di scherno e segnali di fastidio, “quasi uno sberleffo alla sua autorevolezza”.

C’è un clima cupo nell’Italia guidata dalla destra, c’è quasi l’impossibilità di confronti civili e di mediazioni che portino a leggi non punitive e non fatte per compiacere qualcuno, si lamenta Albertina Soliani, un’emiliana molto legata a Romano Prodi, una cattolica fervente che giudica oscurantista non solo la legge sulla fecondazione assistita, ma la situazione che l’ha prodotta. Se infatti una parte della Margherita non avesse fatto fronte comune con il Polo, con un’ostinazione degna di miglior causa, quella legge probabilmente non sarebbe stata così punitiva (“Una legge burqa”, l’ha definita efficacemente la sottosegretaria agli Esteri Margherita Boniver). E forse si sarebbe evitato un pericolo di cui poco si parla ma che è concreto e reale, la sopravvivenza stessa della legge sull’aborto.

Se l’embrione è intangibile, se ha “dignità umana” ed è titolare di diritti, è evidente la contraddizione con la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. “Temo che questo sia stato il primo passo per mettere mano all’aborto. E non credo che la promessa del Polo di non toccare quella legge sia incisa nel marmo”, dice Albertina Soliani, convinta che sia stata una grave sconfitta per le donne della Margherita non essere riuscite a imporre una riflessione su questi temi, trincerandosi come i loro compagni maschi dietro il leit motiv della “libertà di coscienza”. Ma è proprio questo che forse per la prima volta viene messo in discussione. “La libertà di coscienza appartiene a tutti e ne abbiamo il massimo rispetto. Ma chi fa le leggi ha anche il dovere di costruire un’etica pubblica condivisa. Non può farsi scudo con i propri personali convincimenti quando è il gioco la salute delle donne e la libertà della ricerca scientifica”, dice Barbara Pollastrini, la responsabile femminile dei Ds.

Questa ossessione per la vita prenatale sta generando incredibili mostricciattoli: come un emendamento alla Finanziaria, sottoscritto anche da un parlamentare dell’Ulivo, Giorgio Benvenuto, che vorrebbe assegnare 1.500 euro alle donne che rinunciano ad abortire, ma si impegnano a consegnare il loro bambino a un istituto pubblico per farlo adottare. Rinunciando anche, “in modo inequivocabile”, ad ogni diritto materno. Nell’ansia di annullare i diritti delle donne, i volonterosi promotori non devono essersi resi conto che si tratta di quella gravidanza per conto terzi giustamente condannata non solo dai cattolici.

Intanto, la santa alleanza fra la destra e la maggioranza della Margherita si è sperimentata un mese fa su un altro tema cruciale, il divorzio. Proprio alla vigilia dei trent’anni del referendum che aveva aperto in Italia una stagione di libertà civili, è stato bocciato a sorpresa il divorzio breve, una ragionevole diminuzione dei tempi di attesa dai tre anni di oggi a un anno. E non importa se in commissione ci si era accordati per applicarlo solo alle coppie separate consensualmente e senza figli minorenni. Non importa se i sondaggi avevano detto che il 70 per cento degli italiani era favorevole a quel piccolo spazio di libertà in più. Forse considerando il divorzio non come un diritto ma come una colpa che deve essere espiata, una maggioranza trasversale aveva bocciato la norma. “Il matrimonio è un sacramento. Prima di buttarlo all’aria bisogna pensarci bene”, aveva chiosato il ministro Rocco Buttiglione.

In questo clima non è difficile capire perché nessuna legge che riconosca per lo meno qualche elementare diritto alle coppie di fatto (che pure in Italia sono raddoppiate negli ultimi sei anni) riesca a essere messa in discussione. E intanto va avanti spedita la nuova legge sulla prostituzione, dove l’unica preoccupazione è quella di togliere dalle strade il fastidioso spettacolo dell’adescamento, per confinare le donne in luoghi chiusi, dove certo sarà molto più difficile aiutare le vittime dei racket.

Ma le scelte che cercano di disegnare una società più retriva, penalizzando in primo luogo le donne, si annidano anche dove meno si potrebbe aspettarselo. Per esempio, nelle politiche sugli asili nido, che con una mano assegnano cifre consistenti ai nuovi nidi aziendali, riservati ai bambini di chi lavora in una grande azienda, ma con l’altra tagliano i fondi ai nidi comunali, unica sicurezza per le moltissime madri impegnate nei lavori flessibi, nelle microaziende o magari nel lavoro nero. Sempre a proposito di nidi, c’è una nuova norma che richiede, per accettare il bimbo, che i genitori siano “coppia regolare”, offendendo una volta di più la laicità dello Stato, come nota la deputata diessina Katia Zanotti. E c’è in arrivo anche la fine del tempo pieno a scuola, previsto nel decreto di attuazione della legge Moratti, che con la scusa della libera scelta fra privato e pubblico manderà allo sbaraglio la difficilissima organizzazione familiare di tante donne che lavorano.

“La destra sogna di trasformare le donne nelle sentinelle di una società neoconservatrice, di attenuare i loro diritti e di rispedirle a casa per poter meglio smantellare il welfare”, dice Barbara Pollastrini. Un disegno che però, stando anche ai risultati delle ultime amministrative, dove una parte importante del voto femminile aveva detto addio al Polo, non sembra destinato ad andare lontano. (da L’Espresso 11.12.03, di Chiara Valentini)
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Con la benedizione di Ruini

di Sandro Magister

Per il magistero della Chiesa di Roma nessuna procreazione artificiale è lecita, nemmeno tra marito e moglie. Ma un conto è la dottrina cattolica, un conto la legge dello Stato. Se questa, pur imperfetta, fa da argine agli eccessi del ‘figlio a ogni costo’ ben venga. È il caso della legge in votazione al Senato in questi giorni, invocata e benedetta più volte dal cardinale Camillo Ruini, plenipotenziario del papa per l’Italia.

Il cammino di questa legge è la prova del nuovo modo di far politica della Chiesa, dopo la scomparsa della Democrazia cristiana. Fosse capitato vent’anni fa, i partiti laici avrebbero stravinto al primo colpo anche sulla procreazione assistita, come già sul divorzio e l’aborto, con la Dc isolata e impotente.

Ma oggi la Chiesa si muove a pieno campo, parla a uomini di tutti i partiti, sollecita a suo vantaggio il voto di coscienza. E soprattutto, nel campo delle leggi sulla vita e la famiglia, ha una lobby agguerritissima a suo sostegno.È il Forum delle associazioni famigliari. C’è da una decina d’anni e funziona per commissioni di lavoro che tengono sotto tiro le rispettive commissioni parlamentari. Tallona le leggi in discussione. Non dà requie ai 250 deputati e senatori, compresi un buon numero di laici e di sinistra, che alla vigilia delle ultime elezioni hanno firmato un suo manifesto in 50 punti.

Sulla procreazione assistita, una volta incassato il sì della Camera, il pressing è stato incalzante. È cominciato la scorsa primavera con la consegna ai senatori di un opuscolo intitolato ‘Oltre il Far West’ e di pronunciamenti firmati da luminari della bioetica. È proseguito in settembre con l’invio di un secondo libello intitolato ‘Subito la legge: prima di tutto il bambino’. E una volta arrivata la legge in aula, non c’è stato articolo chiave che non sia stato accompagnato da note, commenti, promemoria: l’ultimo consegnato martedì 9 dicembre sugli articoli 4 e 6 della legge, quelli del no alla fecondazione eterologa e alla diagnosi preimpianto.

A firmare questi testi sono Luisa Santolini, presidente del Forum, Domenico Di Virgilio, presidente dei medici cattolici, e Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita. Ma è soprattutto quest’ultimo che li scrive, forte della sua competenza giuridica e gran conoscitore della macchina parlamentare, oltre che capo di un movimento riuscito in 25 anni a far nascere 55 mila bambini da madri inizialmente tentate d’abortire.

Non tutti i parlamentari di dichiarata fede cattolica concordano con gli indirizzi del Forum. Giorgio Tonini, dei Ds, è il più in vista dei dissenzienti. Ma un sostegno maggiore del previsto è venuto dalle file della Margherita, a cominciare dal suo capo Francesco Rutelli. E in più, tra gli opinion maker laici, c’è stato l’exploit di Giuliano Ferrara, peraltro da tempo nell’indirizzario del Forum.
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Bavaglio alla scienza

Gravidanze multiple. Parti prematuri. Bimbi malati. La 1514 impone una prassi clinica sbagliata. Vieta la diagnosi precoce. E danneggia madre e nascituro

di Daniela Minerva

Imbarazzo. Sconforto. Gli embriologi, i ginecologi, i genetisti sono talmente disperati da non riuscire nemmeno a indignarsi. Leggono e rileggono le frasi della legge 1514, che detta le ‘Norme in materia di procreazione assistita’, a chi tenta di estorcergli un commento: per loro quelle frasi sono più di un commento. Sono la radiografia di un Parlamento che ha deciso di obbligarli a una pratica medica obsoleta, vecchia, fuori da ogni norma clinica internazionalmente accettata, pericolosa per la madre e il nascituro. E di impedire che la ricerca in Italia metta a punto nuove tecnologie di procreazione assistita meno dolorose e più sicure. Per i tecnici che assistono allibiti questa è una legge straordinariamente dissonante coi proclami del ministero della Salute e del Parlamento stesso che scongiurano la ricerca biomedica di indicare le strade per la prevenzione delle malattie, salvo poi proibirle per legge.

Imbarazzo, dunque. “Con quale faccia”, si domanda Monica Soldano, presidente dell’Associazione Madre Provetta, “il medico si rivolgerà alla coppia spiegandogli, come prevede il consenso informato, che li curerà utilizzando i peggiori protocolli d’Europa, quelli con la percentuale più bassa di successo?”. A obbligarlo è la legge, in due punti chiave. Il primo è quello che prescrive al medico di produrre tre embrioni e trasferirli tutti e tre nel ventre della donna. Il secondo è quello che gli intima di ricorrere alla fecondazione in vitro solo quando non ci sono alternative. Due obbrobri medico-scentifici.

Partiamo dal primo. Che Marco Filicori, professore di Ginecologia e Ostetricia e Direttore del Centro di Endocrinologia della Riproduzione dell’Università di Bologna, commenta così: “La legge ci impone di trasferire nell’utero della madre tre embrioni anche quando non è necessario, mentre le linee guida internazionali sono ormai orientate verso il trasferimento di soltanto due embrioni per limitare il rischio di gravidanze multiple che sono in buona parte gravidanze a rischio”.

Nel centri di fecondazione assistita oggi si procede più o meno in questo modo: si stimola la donna in modo da farle produrre molte uova (ovociti), si feconda ognuno di questi ovociti con lo sperma del futuro padre; dopo due o tre giorni si fa una selezione cercando tra i diversi embrioni fecondati quale (o quali) hanno maggiore probabilità di successo, e li si trasferisce nell’utero della donna. Oggi, gli embrioni fecondati che restano vengono congelati per poter essere utilizzati se il primo tentativo di trasferimento in utero va male, evitando così di ripetere la stimolazione che porta la donna a ovulare in abbondanza, ma le lascia strascichi sanitari non banali (depressione, fragilità cardiocircolatoria, ritenzione idrica, cefalee) dovuti al cataclisma ormonale che questa implica. Nel 2000, una commissione voluta dall’allora ministro della Sanità Umberto Veronesi calcolò che nei frigoriferi italiani dovevano esserci circa 20 mila embrioni congelati.

Ventimila spine nel cuore dei cattolici, tanto da spingerli al dictat: mai più. Anche se un dictat di questa natura è totalmente illogico sul piano medico. Per due ragioni. Una che riguarda l’oggi: è vero che c’è bisogno di produrre il massimo degli embrioni, poiché molti non sopravvivono, ma non c’è affatto bisogno di metterli tutti nell’utero esponendo i feti ai molti rischi di una nascita prematura, quasi inevitabile nel caso di gravidanza multipla. E una ragione che riguarda il domani: lo stesso ministero della Salute sta sponsorizzando una ricerca sulla possibilità di congelare gli ovociti prima della fertilizzazione. La faccenda è tecnicamente complessa perché le uova delle donne sono cellule grosse e piene di acqua che nel processo di congelamento possono danneggiarsi e causare malformazioni nel nascituro, ma gli embriologi al lavoro assicurano che nel giro di un paio di anni padroneggeranno la tecnica rendendola sicura ed efficiente: ad oggi in Italia sono nati circa 40 bambini in questo modo e, spiega Carlo Flamigni, a capo della sperimentazione: “Abbiamo bisogno di arrivare a 200 gravidanze per poter essere sicuri di saper escludere le malformazioni”. Cosa ne sarà di questa sperimentazione dopo l’approvazione della legge? Visto che essa impedisce la diagnosi preimpianto, difficilmente i ricercatori potranno ancora tentare di avere bambini da gameti congelati senza la possibilità di verificare che gli embrioni ottenuti non siano portatori di malformazioni. Di fatto, quindi, si impedisce la messa a punto di una tecnica che poteva risolvere il dilemma etico degli ‘embrioni congelati’.

Perché, si domandano gli addetti ai lavori: è un Parlamento strabico quello che un giorno ci chiede di scoprire l’origine genetica delle malattie, come, ad esempio, ha fatto ricevendo in pompa magna il 5 dicembre i ricercatori Telethon, e il giorno dopo proibisce per legge di applicare quelle conoscenze? “È un Parlamento oscurantista,” commenta Flamigni: “Alla scienza oggi sono affidati principalmente due compiti: curare i tumori e prevenire le malattie genetiche. Questo impongono i tempi moderni. Ma il nostro Parlamento lo vieta”. E lo fa vietando qualunque tipo di diagnosi sull’embrione, anche quella specifica volta a identificare delle malattie gravemente invalidanti di cui i genitori sono portatori. L’unica diagnosi genetica prenatale possibile sarà allora quella che implica il prelievo di materiale fetale (amniocentesi e villocentesi): tecniche che comportano un rischio di aborto, ma soprattutto, se viene diagnosticata una patologia nel nascituro, lasciano i genitori nell’angosciante condizione di dover scegliere se metterlo o no al mondo. “Nel caso della diagnosi preimpianto invece”, spiega Nino Guglielmino, responsabile di Hera, che a Catania è specializzata in questo tipo di diagnosi: “L’analisi avviene in laboratorio ed è il medico a selezionare l’embrione sano, che trasferirà nell’utero della donna, rispetto a quelli portatori di malattie”. Molte coppie non sterili ma portatrici di malattie oggi ricorrono a questa tecnica per poter avere bambini sani. Da oggi non sarà più possibile. Perché? Chi l’ha proposto ha chiamato in causa lo spettro dell’eugenetica dicendo che così si impedisce di selezionare colore dei capelli, tratti somatici. Ma ai tecnici sembra una panzana colossale: invece che proibire la diagnosi tout court, bastava stilare un elenco di malattie molto serie e ammettere il test genetico solo di quelle.

Ma non è tutto. Avevamo detto che sono due i punti della legge a dare ai tecnici il mal di pancia. Il secondo è contenuto nell’articolo 4, che impone al medico di assicurarsi, prima di fare una fecondazione in vitro, che non ci siano alternative. Ma la buona prassi clinica accettata dice l’esatto contrario, come racconta ancora Filicori: “Il razionale che si usa per l’inseminazione intrauterina ci dice di ricorrervi in presenza di sterilità inspiegata e o quando ci siano piccole alterazioni del liquido seminale. Per il resto preferiamo la fertilizzazione in vitro anche perché l’intrauterina è maggiormente associata a gravidanze plurigemellari che sono molto più pericolose per la madre e i bambini, e che sono spesso causa di parti prematuri”.

Le nidiate di quattro, sei, otto gemelli che finiscono in televisione sono il risultato di questo tipo di fecondazione. Ma il tasso di successo è bassissimo: il 15 per cento, con la certezza di un parto prematuro e relativi danni ai piccoli nati, a fronte del 30 per cento della Fivet, senza il rischio nidiate. Perché allora scegliere l’intrauterina? Sono le ragioni dei parlamentari cattolici a dettare legge, non quelle della medicina, nemmeno di quella più rispettosa della morale. Perché non c’è morale che prescriva di curare i malati nel peggiore dei modi possibili.
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Fecondazione, istruzioni per l’uso

Tutte le parole per capire come funziona la legge

di Marco Motta

Fertilizzazione intrauterina. Tecnica di fecondazione assistita nella quale gli spermatozoi vengono deposti direttamente in utero al momento dell’ovulazione.

Fivet (Fertilizzazione in vitro con embryo transfer). Tecnica di fecondazione assistita nella quale gli ovociti, ottenuti tramite stimolazione ovarica, vengono messi in una provetta assieme agli spermatozoi per ottenere embrioni che, allo stadio di 6-8 cellule, vengono trasferiti in utero.

Icsi (Iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo). Consiste nell’iniettare un singolo spermatozoo all’interno di una cellula uovo. A oggi è la tecnica più usata perché garantisce i maggiori successi (oltre il 60 per cento di fertilizzazione).

Gameti Le cellule sessuali: nella donna gli ovociti, nell’uomo gli spermatozoi. Contengono solo 23 cromosomi, a differenza di tutte le altre cellule del corpo umano (46 cromosomi).

Diagnosi preimpianto Indagine sul patrimonio genetico di un embrione (ottenuto tramite fecondazione assistita) per indagare la trasmissione di malattie genetiche.

Malattie genetiche Sono patologie che si possono ereditare da uno, o da entrambi i genitori, perché correlate all’espressione di uno o più geni, come l’anemia mediterranea, la fibrosi cistica, la distrofia muscolare di Duchenne, l’emofilia, la malattia di Huntington.

Crioconservazione Conservazione di embrioni o gameti mediante congelamento in azoto liquido a meno 196 C. Mantenendo la vitalità cellulare, impedisce la distruzione della cellula per azione di batteri o modificazioni chimiche.

Cellule staminali Le cellule indifferenziate (non specializzate), presenti in alcune parti del corpo umano, come nel midollo osseo o nell’ epidermide, da cui si possono ricavare diversi tipi di tessuti e organi.

Cellule staminali embrionali Le cellule staminali presenti nella parte interna dell’embrione. Dotate di intensa capacità proliferativa, sono in grado di dare origine a tutti i tipi cellulari presenti nell’organismo.
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Oggi l’embrione domani l’aborto

La parlamentare europea denuncia il ritorno allo Stato etico

Colloquio con Emma Bonino

di Chiara Valentini

Anche se da tempo non abita più in Italia, ma si divide fra Bruxelles, dove è parlamentare europeo, e Il Cairo, dove studia l’arabo, Emma Bonino segue con attenzione le vicende di casa nostra. Specie quando sono in gioco, come in questi giorni, questioni di diritti e di libertà civili.

Che segnale dà la legge sulla fecondazione assistita? Molti sentono odore di crisi della laicità.

“Il rilancio dello Stato etico, dove quel che è peccato per alcuni deve diventare reato, per tutti è cominciato da tempo. Ma qui siamo di fronte a un’offensiva in grande stile. È il Vaticano ad aver messo in moto in maniera esplicita questa proposta, forte anche della valanga di soldi che gli arrivano con l’8 per mille dalle tasse degli italiani. Ma i partiti, come è evidente, sono ben contenti di ubbidire”.

È un caso che anche da noi al centro di queste norme regressive ci sia il corpo delle donne, l’ossessione dell’Islam integralista?

“Ogni fanatismo e ogni integralismo, sia islamico che cattolico, ha fatto del corpo femminile l’oggetto preferito delle proprie ossessioni individuali e legislative. Obbligare una donna a indossare il burqa, a farsi mutilare i genitali o a lasciarsi impiantare nell’utero un embrione malato sono tre violenze della stessa natura. Ma solo l’ossessione del burqa, nemmeno la più feroce, può essere collegata al fondamentalismo islamico”.

Ai tempi delle battaglie per l’aborto lei organizzava nelle case le interruzioni di gravidanza che allora erano proibite, aveva portato da noi il metodo del self help. Cosa farebbe oggi se fosse ancora in Italia?

“Con i miei amici radicali penserei a un referendum. E intanto cercherei di mettere in piedi una nuova disubbidienza civile, per esempio portando charter di donne in Inghilterra a farsi inseminare. Dati i tempi dovrebbero essere azioni clamorose e collettive. Farei una conferenza stampa prima della partenza, mi porterei qualche giornalista al seguito, insomma farei di tutto per dar vita a una campagna nel Paese e non solo in Parlamento. Ma voglio aggiungere che anche se le donne sembrano le prime vittime di questa legge, c’è un’altra categoria di persone che viene penalizzata ancora più duramente”.

Allude ai malati?

“Si. Come cerca di spiegare in tutti i modi il presidente dei radicali Luca Coscioni, poco ascoltato e spesso censurato, vietando di utilizzare per la ricerca quei 20 mila embrioni che restano inutilizzati nei Centri si fa un danno enorme prima di tutto a chi sta male. Dalla ricerca sulle cellule staminali potrebbero venire cure risolutive per malati di diabete, di Parkinson, Alzheimer, distrofia e di tante altre malattie che, secondo il rapporto Dulbecco, possono riguardare fino a 12 milioni di persone. A loro, e ai malati di domani, questa legge sbatte la porta in faccia”.

Pensa che le norme sulla fecondazione assistita ci mettano in contrasto con l’Europa?

“La nostra è la legge più restrittiva del Continente ed è perfino peggiore della pur severa legge dell’Arabia Saudita, dove per lo meno si sono risparmiati la follia del limite dei tre embrioni. È una cosa a cui non riuscivo a credere, come se si stabilisse per legge che si deve fare il ponte di Messina con non più di 400 mila tonnellate di cemento. La Ue non ha una competenza specifica in materia, ma si potranno chiamare in causa principi più generali, come il diritto alla salute e all’integrità fisica. Ma è la Corte Costituzionale che potrà intervenire più efficacemente”.

La prossima mossa sarà quella di mettere in discussione l’aborto?

“È probabile che adesso cercheranno di sacralizzare il feto, visto che hanno sacralizzato l’embrione, qualcosa che non si vede nemmeno al microscopio e che spesso viene espulso dall’utero per cause naturali. È una visione materialistica becera. Al governo Berlusconi-Sirchia interessa di più l’embrione che non il malato o la donna”.

Le sembra che in Italia ci sia un’opposizione adeguata a quel che sta succedendo?

“Nella campagna elettorale del 2001 sia Berlusconi che Rutelli avevano preferito non parlare di temi di coscienza, come li chiamavano. Con i bei risultati che stiamo vedendo. La lettera con cui Rutelli risponde a Daniele Capezzone che gli chiedeva di decidersi a far sapere come la pensava sulla fecondazione è abbastanza impressionante. Dopo aver consigliato alle donne di adottare i figli invece che ostinarsi a farli, fa sapere che, fra pro e contro, si pone fra quelli che votano pro”.

Almeno i Ds però si sono schierati in modo compatto votando contro la legge.

“È vero. Però anche loro hanno avuto paura di investire di questi temi la coalizione. Non hanno voluto o saputo trasformare l’opposizione politica in opposizione sociale”.
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Riferimenti: v. anche: "Le donne e i medici"

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Troppo grande il conto da saldare con la classe medica, non dimentichiamocelo!

3 Dicembre 2003 Commenti chiusi

I due documenti precedenti volevano evidenziare:

1. gli aspetti palesemente reazionari della legge sulla procreazione medicalmente assistita (Pma);

2. la scottante questione della diminuzione progressiva della fertilità negli uomini e donne del ricco Occidente;

3. la risposta della ‘genetica’ al problema, con l’appropriazione, attraverso le sue tecniche, della capacità riproduttiva della donna, candidandosi da scienza della riproduzione, a riproduttrice essa stessa, riducendo il corpo femminile a mera ‘materia’.

4. il quasi universale consenso delle donne a queste pratiche. Pur di divenire madri a tutti i costi, decine di migliaia di noi si sottopongono a dir poco, a torture e sevizie, ingoiano litri di ormoni e contrormoni, sono disponibili a tecniche invasive di ogni genere.

5. il riconoscimento ‘ufficiale’, delle sopravvissute al parto, del medico come dio e creatore di vita, senza riflettere nè sulla loro sofferenza, nè tantomeno sul ruolo del loro corpo.

C’è da impazzire! Per questo ho concluso il precedente articolo, rivolgendomi alle donne che hanno ancora un pò di cervello per ragionare insieme sulla nostra funzione riproduttiva, ieri ed oggi, e le sue implicazioni.

Può sembrare aspro quanto dico, per il sesso a cui appartengo. E lo è. Ma appunto, mi autorizza l’appartenervi io stessa e sentirmi solidale in tutto e per tutto, con le nostre sofferenze e i nostri errori, cominciando a criticarli e a superarli.

Cominciamo dalla legge sulla Pma.

Innanzitutto, la legge ci dice, che l’embrione (non il feto) è già, fin dal suo concepimento un essere umano, distinto dalla madre, che attraverso il suo organismo, in un processo di faticosa elaborazione, si prepara a raccoglierlo e a nutrirlo. E come persona ‘in fieri’, ha diritti giuridici che la legge deve e vuole tutelare.

Ma allora, la legge sull’aborto dove va a finire? Per quel triste diritto di abortire abbiamo fatto anni di lotta, perchè, anche se triste, ne abbiamo sempre bisogno, finchè non usciremo dall’inferiorità e dalla dipendenza economica, in particolare quella dal maschio.

Con tutti gli embrioni e feti che abbiamo prodotto gratuitamente per un quarto di secolo alla scienza medica, ci si sente dire, oggi, che di aborto non c’è quasi più bisogno!

Chiaro: il mercato degli embrioni si è ingorgato, i prezzi rischiano di scendere, i profitti di non salire; la legge ci avverte che sono previsti massimo tre embrioni, per ogni donna sterile.

Questa porcheria contro le donne sarà demolita dalla piazza.

Il documento pubblicato invece, tocca questioni scottanti. Cominciamo dal secondo punto, storicamente il più importante, perchè proprio i medici, in un non lontano passato, ci hanno depredato della nostra cultura riproduttiva, appropriandosene con la violenza e il terrore.

La questione che s’impone, in termini storici, è la nostra resa dei conti con la medicina, in particolare con una delle sue ultime nate, la genetica.

Imponendosi pomposamente come ‘scienza della riproduzione’, dichiara apertamente di appropriarsi del nostro corpo e di quello che rimane della sua fertilità, per ‘gestire’ in termini di efficienza la riproduzione stessa.

Il contrasto tra noi, i medici e la genetica, tocca il punto più alto: vediamo quando è iniziato.

Il ns. contrasto coi medici nasce con il sorgere della loro professione in Europa e con la necessità di eliminare un lavoro che era prettamente femminile fino al XIII-XIV sec.: la levatrice.

La soppressione delle levatrici fu, di fatto, la caccia alle streghe e la loro eliminazione violenta. La nuova professione, che già nel XIV sec. poteva disporre di un?alta domanda tra i ceti agiati, richiedeva un?istruzione universitaria da cui ovviamente le donne erano escluse, con rare eccezioni.

I medici erano ancora pochi, le ‘ostetriche-levatrici-guaritrici’ tante. Dalla concorrenza medico-maschile vengono prima fatte fuori le donne colte cittadine, quelle poche che, con i medici diplomati, si disputavano la clientela urbana.

Ricordo Jacoba Felicie, una parigina portata in giudizio nel 1322, dalla Università di medicina, di Parigi con l?accusa di pratiche illegali.

Jacoba era colta, aveva seguito corsi di medicina anche lei, i suoi clienti la consultavano quando celebri medici laureati facevano cilecca. Un ‘paziente’ testimoniò che era più esperta di tanti medici, anche come “chirurga”.

Queste testimonianze furono usate contro di lei: le si riconosceva la competenza, ma non il diritto di cura, in quanto donna.

Non furono meno i medici inglesi del periodo che, in Parlamento, deploravano “le indegne e presuntuose donne che usurpavano la professione”, chiedendo multe e prigione per quelle che osavano esercitare l?attività medica.

Conclusasi alla fine del 1300 la campagna contro le guaritrici colte della città, i medici passarono all’attacco delle levatrici-ostetriche delle campagne. Qui l’ostetricia rimaneva ben salda nelle mani delle donne.

Ci vollero tre secoli di persecuzioni, di torture, di roghi, di impiccagioni, per espropiarci del nostro lavoro, e della nostra competenza in materia di riproduzione.

Quelle che sopravvissero alla strage, furono marchiate come fattucchiere, socialmente pericolose.

Con il XVIII secolo, i “barbieri-chirurghi”, praticanti maschi non professionisti, praticarono loro l?ostetricia, rivendicando una superiorità tecnica, dato che usavano il forcipe.

Le poche che cercarono di opporsi, in Inghilterra, furono tacciate di ignoranti e messe a tacere.

Questo tanto per puntualizzare e non dimenticare.
Riferimenti: v. anche: "Fertlità e sterilità"

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La benedizione della fertilità, la maledizione della sterilità

3 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Come le donne sterili “maledette”, diventano “benedette” con la fecondità loro data dalla scienza medica, attraverso una via crucis di sofferenze inaudite.

Riporto quasi integralmente lo studio di Andrea Panzavolta: “La
procreazione medicalmente assistita in Italia” – dubbi, pregiudizi, scenari del futuro – parte I (9.6.1996). A mio avviso, tra la marea di carte, rimane, finora, lo studio più ampio, documentato e dettagliato in materia.

Cercherò nel prossimo articolo, di affrontare il problema dal punto di vista delle donne che hanno ancora un po’ di cervello.

LE NUOVE MATERNITA’

1. La maternità come valore sociale

La maternità come valore sociale ha subito nel corso del tempo continue mutazioni nel contesto delle diverse culture, essendo considerata ora come ideale di civiltà morale, ora come disgrazia e limite. In passato, in contesti in cui la società imponeva alle donne restrizioni in campo sociale e sessuale, quest’ultima sapeva che il fine della sua vita era quello di sposarsi e di avere figli.

Oggi, per contro, la maternità non è più così scontata: pur avendo conquistato un più ampio spazio di autonomia, la donna appare come limitata, in qualche modo, nelle sue funzioni materne.

L’ideale della maternità a cui in passato ogni donna aspirava in accordo con i propri tempi biologici, oggi è stato sostituito da ideali molteplici che variano in base alla condizione sociale e all’ambiente. La maternità, dopo essersi affrancata dalla ineluttabilità biologica, continua sì a costituire un momento centrale dell’identità femminile, ma con caratteristiche affatto diverse: oggi possiamo parlare di libertà e responsabilità delle scelte riproduttive. Grazie, infatti, al controllo della fecondità, oggi si pone in modo più evidente il problema di uno stile di vita che tenga conto o meno della maternità.

Nel cercare di comprendere che cosa significhi diventare madre oppure no, bisogna tenere ben presenti quei modelli personali e sociali con cui la donna viene a confrontarsi e spesso a confliggere. Un conflitto, così, oggi piuttosto generalizzato è quello tra l’aspirazione della donna a realizzarsi pienamente nella maternità e una notevole pressione sociale che propone come modello di realizzazione della femminilità il lavoro extradomestico, che viene enfatizzato a tal punto da arrivare a considerare la gravidanza come un impedimento. Questo conflitto può portare la donna non solo ad estraniarsi da importanti dimensioni della propria soggettività, ma addirittura ad un rifiuto della stessa maternità.

Rispetto al passato si registra un’ingerenza sempre più massiccia dell’apparato scientifico in molti momenti decisivi della nostra vita a cominciare dalla procreazione.

La graduale appropriazione da parte dei tecnici di attività una volta ad appannaggio esclusivo delle donne, ha comportato che la scelta della maternità, ormai avulsa dal contesto che in passato le aveva dato senso, sia definita esclusivamente in termini di gravidanza fisiologica e riproduttiva. Si assiste, insomma, ad una progressiva medicalizzazione dell’esistenza che viene a limitare in modo prepotente il ruolo della madre sulla scena della procreazione, nel senso che la madre viene ridotta a materia, a ‘cosa’ e la maternità a pura riproduzione.

2. Il declino della natività

Per poter meglio comprendere il problema dell’infertilità e il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita, è opportuno prendere le mosse dal declino della natività che si è registrato in tutto il mondo occidentale ­ e in Italia in particolare ­ a partire dagli anni ’70. Ogni donna, infatti, partorisce una media di 1,2 figli (contro i 6 del secolo scorso): tale cifra si colloca al di sotto della soglia di sostituzione generazionale che è pari a 2,1 figli.

Per quanto riguarda l’Italia, sostanzialmente due sono gli eventi che incidono sulla sua storia demografica: la denatalità e la riduzione della mortalità. Questi fattori hanno determinato l’aumento progressivo­ in assoluto e in percentuale ­ delle persone anziane sul totale della popolazione.

E’ arduo fornire un’interpretazione del fenomeno descritto; tuttavia sembra innegabile che la riduzione delle nascite possa essere ricondotto a fattori legati alla trasformazione del comportamento riproduttivo della coppia. I fenomeni culturali e le modificazioni di costume che hanno portato le coppie ad orientarsi sempre di più verso un controllo delle nascite possono essere molteplici. Vediamoli.

Il diffondersi, soprattutto tra le giovani generazioni, del modello di famiglia basato su 1-2 figli ha contribuito al declino della natalità: si ritiene, infatti, che sia soprattutto la diminuzione dei figli terzogeniti ed oltre ad incidere significativamente sul calo delle nascite.

Si registra la tendenza, resa possibile dalla disponibilità dei mezzi contraccettivi, a ritardare sempre più la nascita del primogenito, sicché essa si verifica in un’età in cui esiste una riduzione fisiologica della fertilità (dopo i 35 anni). (2)

Non devono essere trascurati la riduzione dei matrimoni e l’aumento dei divorzi, dal momento che la grande maggioranza delle nascite avviene all’interno di unioni regolari.

Davvero determinanti, poi, sono i mutamenti che soprattutto hanno interessato la condizione femminile: il massiccio inserimento della donna nel mondo del lavoro extra-domestico e in particolare di donne che si trovano nelle fasce di età 25-29, 30-34 (che corrispondono al periodo ottimale per il concepimento) ha contribuito a creare situazioni di conflitto tra aspirazioni sociali e maternità che possono risolversi o in un contenimento del numero di figli o addirittura in una rinuncia alla maternità.

Anche l’aumento del livello di istruzione, che permette alle donne di essere presenti in modo maggiore e più qualificato sul mercato del lavoro con una capacità di guadagno (e quindi di autonomia) accresciuta, ha favorito comportamenti che riducono la fecondità.

La diffusione dei presidi antifecondativi, la legalizzazione del divorzio ­ ed entro certi limiti anche dell’aborto­, hanno reso possibile se, come, dove, quando e con chi diventare genitori.

Sulla tendenza a privilegiare l’individuo rispetto alla famiglia incidono, last but not least, anche i fattori materiali quali la difficoltà di trovare lavoro e casa.

Tutti questi fattori hanno portato ad un mutamento dei ruoli dell’uomo e della donna all’interno della famiglia con una divisione dei compiti e delle decisioni più paritaria, compresa la scelta di avere o meno un bambino.

Il bambino viene così ad essere “privatizzato”, diventa, cioè, di proprietà esclusiva della coppia genitoriale, che lo cresce senza poter far più riferimento a quelle figure parentali che in passato esercitavano funzioni educative e di assistenza.

In queste condizioni diventa pressoché necessario limitare il numero di figli. Ma a questo punto ecco che si verifica una strana contraddizione:

nel momento in cui si decide di avere un figlio, quando esso tarda a venire, ecco che l’attesa si trasforma in una specie di ossessione per tutte quelle coppie che non riescono a procreare nel momento in cui lo vorrebbero: insomma, dopo anni di controllo della fecondità, il bambino voluto è un bambino che deve nascere ‘ad ogni costo’.

Ed è proprio in questo contesto di pianificazione esasperata e nevrotica che s’innestono le tecniche di riproduzione, il cui ampio spettro di applicazione, troppo spesso ingigantito dai media, sollecitano le coppie, già dopo le prime difficoltà, a richiedere interventi che talvolta vengono ad offuscare una libertà di scelta procreativa autentica.

3. La sterilità

Ma ad una attenta analisi del calo della natività non può sfuggire anche un dato di natura squisitamente medico-nosografico, da cui risulta che sia gli uomini che le donne sono diventati sempre meno fertili.

Da una ricerca pubblicata nel 1992 sul British Medical Journal, risulta che in 50 anni la concentrazione degli spermatozoi è passata da 86 milioni a 59 milioni di unità per millimetro cubo di liquido maschile. E da uno studio condotto dall’Università degli Studi di Pisa su 4518 italiani emerge che la capacità degli spermatozoi di raggiungere l’ovulo e penetralo è scesa dal 50 al 32%.

Si ritiene che la principale causa sia da vedere nell’inquinamento ambientale (estrogeni utilizzati in zootecnica, pesticidi, gas di scarico) e nell’uso di farmaci, droghe, caffè, alcool, fumo, stress, che incidono negativamente sul sistema riproduttivo, specialmente in quello maschile.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che sia intorno al 15-20% la percentuale di coppie sterili nei Paesi avanzati, e che in Italia, ogni anno, ci siano circa 60.000 coppie che non hanno concepito dopo due anni di rapporti non protetti; 26.000 di queste si rivolgono a centri specializzati per richiedere una consulenza in merito alla procreazione assistita.

In base alle conoscenze attuali, le cause di sterilità sono attribuite per il 40% all’uomo e per il 45% alla donna; nel 15% dipende invece da entrambi o rimane diagnosticata come ‘sterilità inspiegata’. Sarebbe opportuno, tuttavia, che le cause delle sterilità venissero indagate sia sub specie ginecologica che andrologica: invece, per l’atavica convinzione che la sterilità sia sempre e solo della donna, l’interesse clinico tende a concentrarsi prevalentemente sulla donna.

Molto importante, poi, è l’età della coppia. La capacità di riprodursi sino ai 35 anni diminuisce gradualmente, dopo in maniera più accentuata. Così, tra i 30 e i 40 sarà sterile una coppia su sette; tra i 35 e i 39 anni il rapporto è di 1 a 5 ed oltre i 40 di 1 a 3.

Un altro argomento rilevante nell’ambito della sterilità sono le problematiche sessuologiche: conflitti inconsapevoli nel desiderio di gravidanza possono interferire sia negli equilibri ormonali che nelle funzioni sessuali (impotenza, vaginismo, ecc.). In generale laddove un’affezione acuta o cronica richieda una medicalizzazione è possibile innescare dei meccanismi psicologici inconsci capaci persino di influenzare il decorso della malattia. Spesso, infatti, nelle coppie sterili la sessualità è vissuta non più come piacere ma con un sentimento di frustrazione. Attualmente la percentuale di sterilità psicosomatica è stimata non superiore al 3-4%.

Il problema della sterilità può essere, così, affrontato sotto tre differenti aspetti: sociologico, psicologico, medico.

I sociologi sottolineano il carattere socialmente costruito della sterilità (per cui questa dipenderebbe da malattie dell’apparato genitale ­ malattie che potrebbero essere ovviate mediante comportamenti sessuali corretti ­ piuttosto che da alterazioni congenite); la difficoltà di avere un quadro chiaro e sufficientemente esaustivo del fenomeno; la scarsa chiarezza dei risultati attendibili dalle vari tecniche.

Gli psicologi, invece, tendono a collegare l’infertilità e la sterilità a sentimenti di depressione, stress, sensi di colpa, frustrazioni, disarmonie della personalità, ecc.

I medici, infine, sembrano muoversi secondo uno schema binario: da una parte, abbiamo così la drammatizzazione delle condizioni di sterilità, dall’altra la valorizzazione del successo, senza porre domande di senso sul loro operare tecnico.

Così, mentre la maggior parte dei ricercatori-umanistici valorizza gli aspetti simbolici che la filiazione/sterilità introducono nel vissuto personale esistenziale; i medici non sempre approfondiscono questi aspetti prima di adire le tecniche di P.M.A.

4. I nuovi orizzonti della famiglia.

Un altro motivo che può spiegare il ricorso spesso acritico alle pratiche di procreazione assistita è la trasformazione che, a partire dalla metà degli anni Settanta, ha investito la famiglia. E’ possibile, infatti, fornire una duplice nozione di famiglia.

La prima è quella tradizionale, l’unica accolta dalla Carta Costituzionale, in forza della quale la famiglia è “una società naturale fondata sul matrimonio”, della quale “la Repubblica riconosce i diritti” (art.29, comma 1° Cost.), dove il termine società è impiegato nel senso più lato, come forma di organizzazione della convivenza umana. Sottesa all’aggettivo naturale vi è, a livello costituzionale, una duplice direttiva. Innanzitutto, l’organizzazione della convivenza umana sotto forma di famiglia è una realtà che non è stata creata dallo Stato-ordinamento, bensì da questo semplicemente trovata: lo Stato-ordinamento, pertanto, si autolimita impegnandosi, mediante norme di rango costituzionale, ad accettare come dato incontrovertibile quella specifica forma di convivenza organizzata che è la famiglia.

In secondo luogo, dal dettato dell’art.29 si desume che la regolazione legislativa deve soddisfare le intrinseche esigenze di questa forma di convivenza sociale, sottraendola, perciò, ad una superiore ragione politica o economico-sociale.

Ma i diritti che la Costituzione riconosce a questa “società naturale” sono i diritti della famiglia “fondata sul matrimonio”. Viene così introdotta una summa divisio fra ‘famiglia legittima’ e famiglia di fatto’:

- la prima si costituisce in virtù di un atto solenne, il matrimonio appunto, fonte di reciproci diritti e doveri e che non può essere dissolto se non nei casi e nei modi previsti dalla legge;

- la seconda, invece, consiste nella stabile convivenza tra un uomo e una donna, basata su un reciproco vincolo affettivo, senza un impegno giuridicamente vincolante.

In questa prospettiva, vi è conformità tra il diritto di famiglia italiano e la concezione cattolica, secondo la quale il matrimonio è “fondato dal Creatore e strutturato con leggi proprie” così che “questo vincolo sacro non dipende dall’arbitrio dell’uomo”.(3)

La seconda nozione di famiglia, invece, è quella nuova emergente dalla cd. ‘rivoluzione silenziosa’ ­ come la chiama P.Donati (4) ­ che a partire dalla fine degli anni ’60 ha messo in crisi la concezione tradizionale della famiglia.

E’ in questi anni, infatti, che inizia ad affermarsi una nuova concezione della famiglia: a partire dalla depenalizzazione dei reati di adulterio e di concubinato (sulla scorta dell’assunto che l’unità familiare è un vissuto che va rispettato senza essere imposto né tantomeno imposto penalmente), la nuova concezione si è andata via via estendendo in vari settori della vita familiare, sino a ridimensionare l’importanza sociale del matrimonio e ad abolire la discriminazione tra famiglia legittima e famiglia di fatto.

Il vero turning point di questa evoluzione si è avuto con l’introduzione della legge sul divorzio (1970, confermata dal referendum del 1974). Come scrive Maurizio Mori,

[...]l’introduzione del divorzio segna il passaggio ad una nuova idea di famiglia, in cui il matrimonio è uno dei modi in cui le persone possono esprimere se stesse e soddisfare le esigenze umane do intimità e di compagnia profonda. Questo significa che il matrimonio non è più qualcosa di indipendente dalla volontà dell’uomo, ma un tipo di contratto regolato da norme speciali. La famiglia perde quindi quel carattere di (presunta) società ‘naturale’ regolata da norme immutabili e assolute, e diventa una società ‘artificiale’ analoga ad altre. In particolare, abbandonando l’indissolubilità, si abbandona l’idea che il matrimonio imponga ai coniugi un dovere assoluto di fedeltà.

Questo è fondamentale perché l’indissolubilità sembra essere la faccia complementare del principio di sacralità della vita: come la indissolubilità impone doveri assoluti circa la vita sociale tra i coniugi, così la sacralità della vita impone doveri assoluti circa la vita riproduttiva e i rapporti biologici che l’individuo ha con la propria corporeità. (5)

Alla ‘famiglia di fatto’, poi, si sono aggiunte altre forme di convivenza, quali le famiglie separate, coppie omosessuali, genitore solo, i figli adottivi (spesso di provenienza extracomunitaria) o in affidamento. Di qui una moltiplicazione di figure: figli del primo e del secondo matrimonio, figli di matrimoni precedenti che convergono in una nuova famiglia, padre naturale e attuale marito della madre, madre naturale e moglie del padre.

Anche la morale ha subito notevoli trasformazioni. Il referendum sul divorzio e sull’aborto hanno offerto lo spaccato di un Paese laico. Tuttavia, in mancanza di una riflessione comune, l’ambito della vita privata, e in particolare della sessualità, è rimasto privo di valori e di stili di comportamento.

II

UNA FOTOGRAFIA DEL PIANETA FECONDAZIONE ASSISTITA

1. Dimensioni della sterilità in Italia (6)

Sulle dimensioni della sterilità nel nostro Paese sono disponibili solo stime approssimative, basate sugli studi di Autori che hanno valutato l’epidemologia del fenomeno in popolazioni selezionate insieme alla disamina dei dati ISTAT e al numero di coppie che si formano in Italia ogni anno.

Le stime epidemologiche sulla percentuale di coppie sterili variano a seconda della definizione di sterilità che si assume per buona. Seguendo la tassonomia di Marchbanks (7) (1988) avremo:

Tavola 2

Definizione coppie sterili %

1. Nessun concepimento dopo 12 mesi 36,6

2. Nessun concepimento dopo 24 mesi 20,6

3. Coppie che richiedono una consulenza specialistica dopo 2 anni di tentativi 8,6

4. Coppie cui è stata diagnosticata una causa di sterilità dopo almeno 2 anni di tentativi 6,1

In Italia, nel 1991 (data dell’ultimo censimento) ci sono stati 307.810 nuovi matrimoni. Sulla scorta delle frequenze riportate dal Marchbanks, dovremmo aspettarci quindi (8):

nel 1992: 100.346 coppie sterili (secondo la definizione 1)

nel 1993: 63.408 coppie sterili (secondo la definizione 2)

nel 1993: 26.471 coppie che hanno richiesto consulenza dopo 2 anni di tentativi (definizione 3)

nel 1994: 18.776 coppie cui è stata diagnosticata una causa di sterilità dopo almeno due anni di tentativi (definizione 4)

Le proiezioni indicano, quindi, con buona attendibilità, che ogni anno, considerando un tasso di matrimoni pari allo 0,5% della popolazione nazionale, ci si aspettano da 50.000 a 70.000 coppie sterili di cui il 42% (21.000-29.000) richiede una consulenza specialistica e al 30% delle quali viene diagnosticata una causa di sterilità (15.000-21.000 coppie).

Basandoci sulla definizione 2) in Italia, ogni anno, 60.000 coppie circa non hanno concepito dopo 2 anni di rapporti non protetti (bacino d’utenza potenziale), 26.000 coppie circa richiedono consulenza dopo due anni di tentativi (bacino d’utenza reale).

Tali proiezioni sono state ricavate dall’applicazione delle percentuali di coppie che non hanno concepito dopo due anni di rapporti sessuali protetti, di coppie che richiedono una consulenza dopo due anni di tentativi ­ secondo Marchbanks ­ alle nuove coppie formatesi in Italia nel 1991.

2. I centri di procreazione assistita in Italia

In Italia il mondo della fecondazione artificiale conta 274 centri di cui 97 privati e 177 pubblici (dati aggiornati all’ottobre 2000), ai quali si rivolgono dalle 50.000 alle 70.000 coppie all’anno per un giro d’affari che si potrebbe aggirare attorno ai 200 miliardi l’anno.

Sarebbero circa 100.000 gli embrioni custoditi nei criocongelatori in attesa di impianto o dimenticati e non più reclamati da coppie che non hanno più bisogno perchè hanno cambiato idea o perchè sono riuscite ad avere un figlio. Le cifre, tuttavia, ondeggiano. Secondo stime non ufficiali gli embrioni crioconservati sarebbero almeno 200.000; secondo alcuni, invece considerando il basso numero di centri specializzati, essi non supererebbero il migliaio.

La concentrazione dei centri è più alta nel Lazio, seguito dalla Lombardia, Campania, Sicilia, Veneto, Piemonte, Puglia, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Calabria, Bolzano, Abruzzo, Marche, Liguria, Campania, Basilicata, Umbria, Trento, Valle d’Aosta, Molise.

3. I costi delle tecniche di fecondazione assistita

Le tecniche alle quali si ricorre più spesso nei centri di fecondazione assistita sono due: la Fivet e l’Icsi (Intracytoplasmatic sperm injection), che consiste nell’iniezione di spermatozoi introcitoplasmatica e trasferimento degli embrioni così ottenuti in utero.

I costi: nel privato la Fivet costa tra i 4 e i 5 milioni, fra i 6 e i 7 l’Icsi; 14 milioni il costo di una procreazione assistita con microinseminazione e 1,5 milioni il costo di una normale inseminazione artificiale.

Per quanto riguarda l’ovodonazione, infine, i costi, in Italia, variano dai quattro ai dieci milioni per trattamento, con la tendenza ad aumentare nella misura in cui diminuisce la disponibilità degli ovociti.

Se non si può o non si vuole ricorrere alla fecondazione assistita in Italia, si varcano i confini nazionali.

Almeno 120 milioni di lire (viaggi, vitto e alloggi esclusi) per l’utero in affitto; meno cara la fecondazione assistita in vitro o per microiniezione: dai 6000 ai 12.000 dollari (10-20 milioni di lire) per tentativo.

Ricorrere ad un ovocita donato costa, sempre negli USA, dai 2000 ai 4000 dollari (tra i 3 milioni e mezzo e i 7 milioni di lire); naturalmente si tratta delle spese per la sola donazione alle quali vanno aggiunti poi i costi per l’intervento. Le tariffe, comunque, variano da Stato a Stato .(9)

4. Le donne italiane e la procreazione medicalmente assistita

Una donna su quattro sarebbe disposta, in caso di infertilità, a ricorrere all’utero in affitto e solo due su dieci metterebbero a disposizione il proprio utero per partorire il figlio di un’altra donna. E’ il risultato di un sondaggio nazionale realizzato, intervistando 886 donne di età compresa tra i 25 e i 55 anni, su iniziativa del settimanale Gioia.

Per il 31% delle intervistate, la sentenza romana che ha concesso il ricorso all’utero in prestito è giudicata coraggiosa, per il 27% è giusta, per il 29% sbagliata. Il 50% ritiene che la scienza non debba porsi alcun limite. La situazione di un bambino nato da un utero in prestito è considerato “ad alto rischio” di traumi psicologici dal 35 % del campione, ma “gestibile” dal 28%.

In caso di sterilità, le donne intervistate si rivolgerebbero alla fecondazione assistita omologa (39%), oppure rinuncerebbero alla maternità (26%) o ricorrerebbero all’adozione (19%). L’idea di farsi prestare un utero, di fronte al caso d’assenza di alternative, è presa in considerazione dal 25 % delle intervistate. Il 19% sarebbe disposto, invece, a partorire il figlio di un’altra donna solo se si trattasse di aiutare una persona cara e senza alcun compenso.

Dagli studi sociologici condotti, poi, risulta che nella situazione italiana il ricorso alla fecondazione assistita debba essere deciso di comune accordo fra i partner. Da un’indagine condotta nel 1993 (Blangiardo-Rossi) risulta che questa sia l’opinione dell’84,8% degli uomini e dell’80% delle donne intervistate.

Comunque, la volontà di ricorrere a tecniche di procreazione assistita si configura come fatto eminentemente privato, con l’esclusione dell’intervento di reti di relazione primaria o secondaria della coppia.

Di recente si registra anche il fenomeno (in Italia peraltro ancora contenuto) di volontà di procreazione da parte di donna celibe al di fuori non solo da un rapporto sessuale ma anche da qualsivoglia relazione di coppia.

5. Il popolo della fecondazione

Non vi sono dati attendibili circa il numero dei bambini nati con la fecondazione assistita.

Secondo alcuni, essi sarebbero circa 350.000; secondo Robert Edwards, lo scienziato che nel 1978 fece nascere Louise Brown, i figli della provetta sarebbero, invece, 1.000.000. (10) In Paesi come la Gran Bretagna, la Danimarca, la Francia, l’Olanda e Israele essi rappresenterebbero l’1% dei nuovi nati.

Per quanto riguarda l’Italia, è difficile definire l’ampiezza del fenomeno. Secondo Eleonora Porcu, ricercatrice del centro di sterilità e fecondazione artificiale presso l’Università di Bologna, i figli concepiti con l’aiuto della tecnica sarebbero dai 5 ai 6.000, escluso le gravidanze multiple: “anche loro stanno bene. Non sembra soffrano di patologie congenite o altre malattie più di quanto non accada ai bambini concepiti spontaneamente. I dati meno numerosi riguardano la Icsi, avviata appena 8 anni fa.

Altri dati che siamo riusciti a raccogliere sono questi.

Nel nostro Paese hanno portato a termine la gravidanza l’11,4% delle donne che hanno usato la tecnica dell’inseminazione semplice, il 18,7% di quelle che hanno utilizzato la fecondazione in vitro, il 22% di quelle che hanno adottato l’Ics (trasporto dei gameti nell’utero). Sarebbero circa 100mila le coppie sterili; di queste la metà si è rivolta ad uno dei centri specializzati attivi in Italia.

6. Le probabilità di successo della fecondazione assistita

Spesso si tende a confondere le fecondità indotte con le nascite effettive, come se ad ogni fecondazione medicalmente assistita dovesse corrispondere un concepimento e, quindi, una gravidanza e un parto. Ma per quanto riguarda i risultati ottenuti dalle tecniche di fecondazione assistita, la confusione, le polemiche e i dubbi regano sovrani

A ben vedere, le probabilità di avere un figlio tramite la fecondazione assistita sono assai basse.

“Se la percentuale di successo nel caso di infertilità naturale di una donna di meno di 35 anni é del 32% per ogni ciclo mestruale, nella fecondazione assistita si riduce al 15% – spiega Carlo Flamigni – Un dato si abbassa al 12% nel caso di impianto di embrioni congelati fino a raggiungere il 5% quando gli ovociti sono crioconservati”. Ne ‘Il libro della procreazione’, Flamigni svela alcuni tipi di ‘bugie’ alle quali non pochi centri ricorrono per gonfiare le percentuali di successi della fecondazione assistita.

Un primo tipo di bugie consiste in questo. Per stilare le loro statistiche, alcuni centri, anziché tener conto della percentuale di nascite normali calcolate sul numero delle coppie che inizia il trattamento, prendono in esame i casi – di numero circoscritto – in cui si é proceduto al trasferimento degli embrioni.

Un’altra gherminella, poi, consiste nel considerare solo il numero di gravidanze accertate, tralasciando le nascite effettive (“E’ stato calcolato che una percentuale di successo ‘vera’ del 9%, può essere trasformata in un appetitoso 30%, senza dire effettivamente bugie, ma solo lavorando sui dati”).

Un altro modo, infine, di tacere la verità consiste nel fare, come recita l’antico adagio, di tutta l’erba un fascio, nel senso che i risultati vengono redatti senza considerare che la percentuale delle gravidanze varia a seconda dell’attività della donna. Quindi, consiglia Flamigni:

Una coppia che vuol sapere quali siano le sue percentuali di successo, per conoscere i risultati del centro deve essere informata su: il numero di gravidanze (confermate con un esame ecografico) per ogni 100 cicli età e, possibilmente, con le stesse indicazioni mediche al trattamento; le percentuali di aborto, di gravidanze iniziate, facendo riferimento a donne della sua stessa classe, di gravidanze extrauterine e multiple, osservate nel medesimo sottogruppo (11).

7. Le complicazioni: iperstimolazioni ovariche e gravidanze multiple

Nel caso in cui l’infertilità di una coppia sia dovuta a un problema di ovulazione, o a un difetto maschile non grave, a un’età non più giovane della donna o a cause sconosciute, si può tentare il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita.

Di solito si inizia con il trattamento meno costoso e meno traumatico per la donna, e cioé con l’inseminazione intracorporea.

Qualora l’esito di questo trattamento sia infausto, ecco che si passa alla fecondazione in vitro e al trasferimento dell’embrione (quest’ultimo é il trattamento più costoso e più traumatico, ma é anche quello che può garantire una possibilità di successo doppia rispetto all’inseminazione artificiale). Sia nel primo che nel secondo caso, si ricorre alla stimolazione ormonale per far produrre più ovuli alla donna.

“Per indurre l’ovulazione – spiega ancora Flamigni – si somministrano sotto forma di farmaci due sostanze che intervengono nell’evento naturale, cioé le gonadotropine Fsh e molecole analoghe al GnRh, un ormone prodotto dall’ipotalamo. Accade spesso che questo provochi ovulazioni multiple (…). Inoltre, in fase di stimolazione ovarica, si possono registrare livelli altissimi di Lh, l’ormone luteinizzante che, dando il via alla liberazione del follicolo, può provocare la maturazione prematura degli ovociti e rendere problematica la programmazione della fecondazione assistita: si rischia di rimandare l’intervento al ciclo successivo.

Per ovviare a questi inconvenienti, si possono somministrare farmaci antagonisti del GnRh: riducono il rischio di superovulazione, creando le condizioni per il prelievo degli ovociti (12)”.

L’attuale ricerca sugli ovuli, punta anche a monitorare più da vicino il suo sviluppo all’interno del follicolo: gli ovociti derivati da follicoli ben irrorati offrono una possibilità di successo doppia nella fecondazione asssitita (il 28ù contro il 14%).

Così per scegliere l’ovocita giusto, é indispensabile visualizzare al meglio i follicoli e il loro sviluppo con tecniche ecografiche sempre più sofisticate.

Recentemente, il Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale dell’Università di Cardiff ha messo a punto una sofisticata tecnica ecografica che può facilitare l’individuazione e il prelievo degli ovociti più fertili. Tutto questo nell’attesa che la mappatura completa del genoma umano consenta di individuare geni anomali già allo stadio embrionale.

La sindrome di iperstimolazione é relativamente frequente (2-3% circa di tutti i trattamenti d’induzione dell’ovulazione) e può già essercene il sospetto al termine del trattamento.

Essa, tuttavia, assume particolare gravità nel caso in cui il ciclo si concluda con successo e abbia inizio la gravidanza. Scrive a proposito Carlo Flamigni:

In linea di massima se esistono buone ragioni per temere la comparsa di una iperstimolazione, é opportuno non eseguire il trasferimento degli embrioni e congelarli. La sindrome si manifesta all’inizio con il rapido aumento di volume delle ovaia, che raggiungono dimensioni cospicue (fino a 15-20 cm di diametro) e si presentano come un conglomerato di cisti, particolarmente fragili e facili a sanguinare.

Inizia subito dopo l’espressione clinica della sindrome che comprende grandi versamenti di liquidi nel peritoneo e negli spazi pleurici, diminuzione della diuresi, ispessimento del sangue, alterazioni elettrolitiche e coagulative. (…)

Questa sindrome richiede il ricovero in ospedale e deve essere trattata in modo conservativo ed empirico, usando farmaci sintomatici e tenendo presente il fatto che la malattia dura 8-10 giorni se non c’é gravidanza, 20 o 30 se la gravidanza é iniziata (13).

Per quanto riguarda, infine, il rischio di gravidanze plurigemellari (ricordiamo in Italia il recente caso della signora Mariella Mazzara che ha concepito otto gemelli: “Un eccesso di successo – ha commentato in proposito il Ministro della Sanità Umberto Veronesi – che una buona pratica medica dovrebbe assolutamente saper eviatre”), questo dovrebbe essere alquanto limitato, perché oggi si trasferiscono (o si dovrebbero trasferire), nell’utero materno, non più di tre embrioni (14).

E’invece nell’iperstimolazione ovarica seguita dall’inseminazione con sperma che si registra il più alto rischio di gravidanze plurigemellari. In quest’ultimo caso, la donna dovrà essere sottoposta a continui controlli ecografici per valutare il numero dei follicoli ovarici che poi produrranno gli ovuli: se sono più di quattro o cinque si sospende il trattamento.

L’effetto dei farmaci, una volta sospesi, si esaurisce nel giro di un ciclo ovulatorio, ma occorre fare attenzione: anche follicoli piccoli, che prima non venivano ‘contati’, possono produrre ovuli. Non solo. L’eccessivo numero dipende anche dall’età e dalle caratteristiche costituzionali: le donne più giovani e quelle con ovaio policistico tendono a produrne di più.

E’difficile, pertanto, stabilire regole generali per queste terapie, e per questo é indispensabile che esse vengano utilizzate da mani esperte. Durante, poi, il trattamento di stimolazione ovarica, la coppia non dovrebbe avere rapporti sessuali.

Riferimenti: v. anche: "Giù le mani dal nostro corpo"

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Il Vaticano aiuta la diffusione dell’Aids? Fedeltà, castità, astinenza!

2 Dicembre 2003 3 commenti


Aids, attivisti stigmatizzano posizione Vaticano sui condom

Riportiamo, senza commento, questa notizia di agenzia. Perchè si commenta da sè!

CITTA’ DEL VATICANO (Reuters) – Gli attivisti contro l’Aids, i funzionari sanitari e anche alcuni appartenenti alla Chiesa cattolica hanno criticato oggi il Vaticano per aver difeso la sua posizione sull’opposizione al preservativo.

Ieri il cardinale Javier Lozano Barragan ha detto in un messaggio durante la giornata mondiale contro l’Aids che la fedeltà, la castità e l’astinenza sono il modo migliore per fermare la diffusione dell’Hiv e dell’Aids.

“E’ molto deludente perché la difesa irrazionale da parte della chiesa cattolica sul profilattico mina il buon lavoro che la chiesa cattolica ha fatto riguardo al prendersi cura delle persone con l’Hiv”, ha detto Nathan Geffen in Sud Africa.

Geffen, manager nazionale della Treatment Action Campaign, il gruppo sudafricano più numeroso di attivisti contro l’Aids, ripete i commenti di altri che lavorano con i malati di Aids in Africa.

La Chiesa si oppone alla contraccezione, compresi i preservativi, che sostiene promuova la promiscuità.

“Non supportando l’uso del preservativo e non sostenendo l’utilizzo come una delle misure preventive potrei dire che la Chiesa Cattolica sta aiutando la diffusione della malattia mortale”, ha detto Morten Rostrup, presidente del consiglio internazionale di Medecins Sans Frontieres a Nairobi.

“Sappiamo che i condom sono uno dei modi migliori per prevenire la malattia. Di sicuro non si oppongono a cambiamenti di comportamento. Ma parlare contro l’uso dei preservativi come misura preventiva…è totalmente inaccettabile per una prospettiva morale, etica e medica”, ha aggiunto.

“STILI DI VITA EDONISTICI”

Nel suo messaggio nella giornata mondiale contro l’Aids, il cardinale Barragan ha fatto un chiaro riferimento al profilattico dicendo che le campagne di informazione non dovrebbero essere “basate su politiche che incoraggiano stili di vita e comportamenti immorali ed edonisti, favorendo il diffondersi del male”.

“Gli attivisti contro l’Aids respingono queste affermazioni per amore di noi africani e per tutti quelli che hanno la malattia”, ha detto Gitura Mwaura, presidente del Kenya Coalition for Access to Essential Medicines.

“E’ tempo che si tiri la testa fuori dalla sabbia perché la situazione è seria. Promuovere l’astinenza fuori dal tempo e i preservativi aiutano a fornire qualche protezione”, ha aggiunto.

Mentre il Vaticano sta spingendo i cattolici a sfuggire al condom, un gruppo cattolico americano si sta ribellando contro questo messaggio.

Catholics for a Free Choice, una organizzazione indipendente, ha lanciato una campagna globale chiamata “I buoni cattolici usano il preservativo”.

La campagna, lanciata ieri nella metropolitane di Washington D.C., comprende poster che non piacerebbero al Vaticano.

Due mostra due giovani eterosessuali sorridenti con il messaggio: “Crediamo in Dio. Crediamo che il sesso sia sacro. Crediamo nel prenderci cura l’uno dell’altro. Crediamo nell’uso del preservativo”.

Il gruppo, che il Vaticano non considera una rappresentanza del cattolicesimo, ha prodotto anche un libretto chiamato: “Sesso nell’era dell’Hiv/Aids – Una guida per i cattolici”.

“Non possiamo restare fermi e lasciare che il Vaticano vada avanti con il suo irresponsabile atteggiamento verso i preservativi e i cattolici”, ha detto Frances Kisslings, il presidente del gruppo.

(di Philip Pullella)
Riferimenti: v. anche: "Le streghe siamo noi"

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Le donne nella lotta armata

1 Dicembre 2003 2 commenti

Riporto l’interessante articolo di Marcello Fascella che testimonia l’importanza delle donne nella guerra civile spagnola, sul fronte antifranchista.

Mi viene in mente anche la lotta delle algerine contro il colonialismo francese: il capolavoro di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri” ne è testimonianza.

Nell’ultima scena del film, durante la grande manifestazione di piazza, ad Algeri, in massa le donne si strappano il velo e lo sventolano, come una bandiera …

Esauritosi l’eccezionale momento storico, sono state mandate a casa, con il velo.

Anche le antifranchiste spagnole hanno fatto la stessa fine: rimandate a casa, senza velo. Non servivano più.

Mi chiedo se dare il nostro appoggio ai movimenti nazionali, anti-imperialisti o antifascisti, alla fine, ci ripaghi qualcosa.

Mi sembra proprio di no. Solo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, in Russia, ha mantenuto le sue promesse, prima della repressione stalinista e della svolta ‘nazionale’ chiamata: “socialismo in un solo paese”.

Oggi ci si pone la delicata questione dell’appoggio e della partecipazione attiva delle donne, alla lotta anti-capitalistica per il comunismo.

Solo con le idee chiare andremo avanti: chiarire cosa vogliamo, come ottenerlo, come mantenerlo. Storicamente, il nostro sesso ha subìto, con la fine del matriarcato una grande sconfitta: ora vogliamo una grande vittoria, per noi e per tutta l’umanità.
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Politica e lotte femministe durante la Guerra di Spagna (1931-1939)

di Marcello Fascella

Con la proclamazione della Seconda Repubblica spagnola ed in concreto con l?approvazione della Costituzione nel 1931 le donne acquisirono lo status di cittadine con un insieme di diritti e doveri definiti.

Nel primo titolo della Costituzione venne inclusa l?eguaglianza dei sessi, rifiutando almeno giuridicamente qualsiasi tipo di discriminazione. In questo senso uomini e donne avevano la possibilità di esercitare il loro diritto di voto a 23 anni, e di accedere a qualsiasi tipo di lavoro pubblico.

Nel 1932 fu approvata e promulgata la legge sul divorzio, che contemplava anche il divorzio di comune accordo tra i coniugi o attraverso la richiesta di uno di loro. Con queste misure la Spagna si situava all?avanguardia delle democrazie parlamentari dell?epoca.

La polemica sul lavoro salariato delle donne si diffuse in questi anni tra i diversi settori di opinione e tra le differenti forze politiche. La posizione dominante era quella di mostrarsi contrari alle attività remunerate delle donne fuori dalla casa, soprattutto se si trattava di donne sposate.

La riforma educativa che intraprese la Seconda Repubblica negli anni 30 garantì la creazione di scuole elementari e infantili che portarono il tasso di analfabetismo al 39,4% per le donne, e al 24,4% per gli uomini.

La lotta delle donne per affermare il principio di eguaglianza, il diritto all?educazione ed al lavoro, costituì la base rivendicativa che ha permesso lo sviluppo del femminismo e la partecipazione delle donne alla vita politica. Il femminismo spagnolo alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX secolo, assunse un carattere sociale invece che politico. Si richiedevano diritti sociali e non la partecipazione alla politica o l?eguaglianza con l?uomo.

La condizione sociale delle donne era quindi migliorata durante la Seconda Repubblica, perché venne eliminata una parte molto importante della legislazione discriminante che aveva mantenuto una subordinazione femminile nella politica, nel lavoro e nella famiglia.

Nonostante le riforme intraprese dal governo repubblicano continuava ad esistere, nei fatti, un modello di femminilità che considerava prima di tutto le donne come madri e “angeli della casa”. Questa concezione rendeva certamente difficile il cammino delle riforme repubblicane egualitarie, ed ostacolava l?entrata delle donne nella sfera pubblica e il consolidamento nel terreno della politica, e della cultura e del lavoro in piena eguaglianza con gli uomini.

La guerra civile spagnola ha trasformato la vita delle donne spagnole. Ha dato loro una maggiore autonomia di movimento e decisione. Nonostante le dure condizioni di vita, molte donne vissero la guerra civile come una esperienza emozionante che permise loro di sviluppare il loro potenziale in una società spagnola ancora molto arretrata.

L?immagine della donna e la sua rappresentazione ha acquistato una dimensione nuova. Esteriormente, una delle prime conquiste femminili fu la libertà di scegliere come vestirsi. Il “Mono azul”, o tuta d?operaio, diventava il simbolo della rivoluzione ed uno strumento per l?emancipazione femminile, poiché rendeva eguali esteticamente uomini e donne, uniti da un unico desiderio sconfiggere il fascismo.

Le donne parteciparono attivamente alla lotta contro il fascismo e ruppero il loro abituale isolamento dalla vita pubblica e politica. Costruirono barricate, curarono i feriti ed organizzarono i lavori d?ausilio e d?assistenza infantile. Mediante il lavoro volontario rifornirono i soldati di uniformi, di capi vestiari e dell?equipaggiamento necessario per la guerra. Altre ancora ruppero completamente con il loro ruolo di genere convenzionale e parteciparono attivamente alla guerra come miliziane, impugnando le armi e combattendo. La propaganda diretta alle donne richiese la loro presenza in modo esclusivo nella retroguardia. Dopo il 1937 la creazione dell?esercito regolare, e la scomparsa delle milizie, non permise la partecipazione delle donne alla resistenza armata.

L?educazione e la cultura erano considerati due fattori importanti per la liberazione delle donne e si convertirono nelle mete primordiali di un programma femminile collettivo. Tutti i gruppi femminili si occuparono dell?analfabetismo di migliaia di donne spagnole e affrontarono insieme la domanda urgente di programmi educativi per adulti. Le donne istruite diedero lezioni ed organizzarono attività culturali e artistiche così come servizi di biblioteca per adulti.

L?educazione e l?arricchimento culturale delle donne furono grandi conquiste del movimento femminile durante la guerra e la rivoluzione spagnola. Tutte le organizzazioni femminili rivendicarono il diritto delle donne alla preparazione professionale, e ad un lavoro garantito e pagato, a parità di condizioni con lo stesso salario dell?uomo.

Come collettivo sociale, le donne spagnole superarono il limite del silenzio storico ed imposero la loro voce. Espressero pubblicamente le loro opinioni sulla politica, sulla guerra, sull?antifascismo, sul femminismo e sulle necessità delle donne. Pubblicarono numerosi periodici e riviste come: Companya, Emancipación, Muchachas, Mujeres, Mujeres Libres, Noies Muchachas, Pasionaria e Trabajadora.

Queste pubblicazioni dimostrano che le donne avevano la capacità di organizzarsi con iniziative di carattere culturale e comunicativo. Riuscirono in molti casi ad elaborare in autonomia un programma politico per ottenere diritti e partecipazione politica.

La mobilitazione femminile allargò i limiti delle sfere pubblica e privata e ridefinì le frontiere della domesticità. Le donne repubblicane aprirono nuove prospettive nelle loro opzioni sociali, lavorative e personali.

La mobilitazione delle donne era canalizzata da una serie di organizzazioni femminili che riflettevano il panorama politico della Spagna repubblicana. Per cui spesso l?ostilità e la discordia reciproca segnarono le relazioni tra le comuniste dell?AMA (Agrupación de mujeres antifascistas), la UDC (Unión de dones de Catalunya) da un lato e le anarchiche di Mujeres Libres e le marxiste dissidenti del POUM (Partito operaio di unificazione marxista) dall?altro. Nonostante le differenze la creazione di organizzazioni formate da donne, anarchiche e antifasciste, che ponevano problematiche specifiche di genere fu una caratteristica importante del periodo rivoluzionario, rappresentando una rottura con il passato.

Gli interessi delle donne repubblicane erano quindi eterogenee. Le organizzazioni comuniste formarono un fronte unito con l?obiettivo immediato di lottare contro il fascismo.

L?organizzazione anarchica Mujeres Libres e le comuniste dissidenti riconoscevano la specificità dell?oppressione femminile e la necessità di una lotta autonoma per superarla.

Le organizzazioni femminili tracciarono il cammino verso l?emancipazione delle donne, attraverso l?educazione, la partecipazione politica, il diritto al lavoro, e il riconoscimento del loro valore sociale.

Una delle priorità delle organizzazioni femminili fu quello di risolvere il dilemma della prostituzione e dei rapporti personali, e di conseguenza elaborarono una riforma sessuale che prevedeva l?aborto, il divorzio, e l?assistenza medica sanitaria gratuita.

La partecipazione delle donne alla politica aumentò durante la guerra, e per la prima volta, le donne collettivamente cominciarono ad interessarsi al dibattito politico fervente di quel periodo.

L?antifascismo delle donne costituì un apprendistato politico decisivo dei valori democratici che per alcune fu un primo passo per riconoscere che la società spagnola necessitava di un cambiamento rivoluzionario. L?energica adesione delle donne alla battaglia antifascista acutizzò il loro compromesso politico globale con la Seconda Repubblica e, per tanto, con la democrazia, la libertà e i diritti umani.

Figure eccezionali come Federica Montseny (Ministra della Sanità e dell?Assistenza Sociale del Governo Repubblicano), Dolores Ibarrúri (deputata parlamentare), Margarita Nelken, Clara Campoamor, etc. conquistarono il riconoscimento delle donne nella politica e nella lotta antifascista, raggiungendo una fama internazionale.

La mobilitazione femminile non solo includeva una elite minoritaria di donne politicizzate, ma anche migliaia di donne spagnole fino ad allora emarginate dalle distinte dinamiche sociali e culturali della società, che si compromisero nell?impegno collettivo di combattere il fascismo.

L?esperienza storica delle donne spagnole antifasciste e repubblicane rivela come l?emancipazione femminile vista come riconoscimento e valorizzazione delle diversità di genere, è uno dei nodi cruciali, ancora attuale, della lotta per l?emancipazione stessa.

Nella rivoluzione spagnola venne affrontato un nodo centrale della modernità: l?emancipazione o/e la liberazione delle donne è un mezzo per raggiungere l?emancipazione generale dell?essere umano. E? questo uno dei principi che ha caratterizzato il movimento femminista più avanzato e che emerge dal ruolo delle donne nella guerra civile.

Bibliografia

1. Periodici e riviste:

- Emancipación, Organo del Segretariato femminile del POUM, Barcellona 1937. Fonte: Emeroteca Municipale, Madrid
- Mujeres, Portavoce delle donne antifasciste, Madrid 1936. Fonte: Emeroteca Municipale, Madrid
- Mujeres, Organo del Comitato nazionale femminile contro la guerra e il fascismo. Settimanale antifascista, Bilbao 1937. Fonte Emeroteca Municipale, Madrid
- Muchachas, Portavoce delle giovani madrilene. Pubblicato dalla Unión de Muchachas Madrileñas, Madrid 1937, Barcellona 1938. Fonte: Emeroteca Municipale, Madrid
- Mujeres Libres, Bollettino di informazione, s.d. s. l. Fonte: Fondazione Anselmo Lorenzo,. Madrid
- Mujeres Libres, Rivista dell?organizzazione anarchica femminile Mujeres Libres. Madrid e Barcellona 1936-1938. Fonti: Fondazione Anselmo Lorenzo, Madrid; Emeroteca Nazionale, Madrid.
- Trabajadoras, Pubblicato dalla delegazione del Comitato Centrale del PCE, Madrid 1938. Fonte Emeroteca Municipale (microfilm), Madrid
- Trabajadoras, Periodico quindicinale del PCE e del PSUC, Comitato nazionale femminile del PCE. Barcellona 1938. Fonte: Biblioteca Nazionale di catalogna, Barcellona

2. Opuscoli

- DOLORS, Piera. La aportación femenina en la guerra de la indipendencia. “Informe presentado a la primiera conferencia nacional del Partido Socialista de Cataluña 24 Julio 1937″, Barcellona.
Fonte: Fondazione Pablo Iglesias (biblioteca, emeroteca e archivio del PSOE), Madrid
- ELIAS, Emilia. Porqué luchamos las mujeres antifascistas. Gruppo delle donne antifasciste, Valencia 1937. Fonte : Biblioteca Generale dell?Università di Barcellona- Sezione riserva.
- GENERALITAT DE CATALUNYA, La reforma eugenica del aborto. Barcellona, 1937. Fonte: Archivio Nazionale di Catalogna, Barcellona (Diari oficial de la Generalidad de Catalunya)
- IBARRURI, Dolores, A las mujeres madrileñas. Pubblicato dal Comitato Centrale del Partito Comunista di Madrid, 1938? S. l. Fonte: Biblioteca Nazionale, Madrid
- KOLLONTAI, Alejandra, La juventud comunista y la moral sexual, Barcellona 1937, ed. Marxista. Fonte: Fondazione Pablo Iglesias, Madrid
- SANCHEZ SAORNIL, Lucia, Horas de la Revolución, Barcellona, Sindacato del ramo dell?alimentazione, 1937 Pubblicato da Mujeres Libres. Fonte: Biblioteca dell?Ateneo di Barcellona.

3. Memorie

- BERENGUER, Sara. Entre el sol y la tormenta, Treinta y dos meses de guerra (1936-1939). Ed. Seuba, Barcellona 1988
- DONA, Juana. Desde la noche y la niebla. Mujeres en los carceles franquistas. Novella testimonianza, Madrid 1978
- ETCHEBEHERE, Mika. Mi guerra de España. Ed. Tribuna de Plaza y janes, Barcellona 1976
- IBARRURI, Dolores, Memorie di una rivoluzionaria, Ed. Riuniti, Milano 1963
- ITURBE, Lola, La mujer en la lucha social. La guerra civil de España. Ed. Mexicanos Unidos, Mexico 1985
- JIMENEZ DE ABERASTURI, Luis Maria. Casilda, miliciana. Historia de un sentimiento, Ed. Texertoa, San Sebastian 1985
- O?NEILL, Carlotta. Una mujer en la guerra de España. Ed. Turner, Madrid 1979

4. Libri

- AA.VV. Mujeres Libres. Luchadoras Libertarias. Colleción Mujeres/1 Edizione Fondazione Anselmo Lorenzo, Madrid 1999
- ACKELSBERG, Martha Mujeres Libres. El anarquismo y la lucha por la emancipación de las mujeres. Ed. Virus Memoria, Barcellona 1999
- MANGINI, Shirley Recuerdos de la resistencia. La voz de la mujeres de la guerra civil española. Ed. Peninsula, Madrid 1997
- NASH, Mary Rojas. Las mujeres republicanas en la guerra civil. Ed. Taurus, Madrid 1999
- RODRIGO, Antonina, Mujer y exilio 1939. Prologo di Manuel Vazquez de Montalban. Ed. Compañia Literaria, Madrid 1999.
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Riferimenti: v. anche "Le guerrigliere zapatiste"

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